L’idea di rinnovare ogni anno i contratti collettivi nazionali di lavoro “non è assolutamente la soluzione più opportuna” per venire incontro alle esigenze di lavoratori e famiglie. Lo ha affermato la segretaria della Cisl, Daniela Fumarola, su Radio 24 del programma “24 Mattino”, rispondendo ad una domanda sulla proposta lanciata dal segretario della Cgil, Maurizio Landini.
Secondo Fumarola, semmai “intanto bisogna rinnovare i contratti della pubblica amministrazione, firmare quelli conclusi e facendo questa azione riusciremmo a stare al passo e a dare risposte.
Credo che (un sistema di rinnovi annuali) non sia assolutamente la soluzione più opportuna”, ha detto.
“Noi diciamo che la produttività significa investire nelle imprese, gli investimenti – ha proseguito Fumarola – devono essere legati ad una visione, quindi l’innovazione. E l’innovazione porta con sé un ulteriore investimento che è quello della formazione, che noi pensiamo debba essere costante nella vita dei lavoratori. Tutto questo si tiene se, io insisto, se c’è una buona contrattazione ma anche buone flessibilità contrattate. Questo è il cuore del nostro ragionamento”.
Più in generale, secondo la leader della Cisl in Italia ci sono problemi a diversi livelli con “differenti diagnosi. Nella fascia delle retribuzioni basse il problema è determinato non solo e non tanto dalla bassa paga oraria, ma prevalentemente da situazioni di lavoro grigio, che sono scarsamente o per nulla contrattualizzate, o sono proprio al limite della regolarità.
Sono i lavoratori incastrati nelle cooperative spurie, nelle false partite Iva, nei tirocini extracurriculari, e noi diciamo che servono più ispezioni, più controlli, più sanzioni esemplari nei confronti di chi non applica i contratti e che, è inutile girarci intorno, sfrutta le persone”.
“Ma penso anche ai molti part-time involontari, che purtroppo coinvolgono tra i tanti moltissime donne che possono lavorare soltanto poche ore perché a loro purtroppo ancora è appaltato il lavoro di cura e la crescita dei figli. Queste sono delle situazioni che poi determinano un gender pay gap che costa al nostro Paese 9 punti di Pil”.
“Invece nella fascia media si concentra il vero e proprio logoramento del potere d’acquisto. È un fenomeno che noi osserviamo da anni e che fa i conti con l’incapacità del lavoro di esprimere alto valore aggiunto, che invece andrebbe generato e redistribuito sui salari. La chiave per noi resta comunque la contrattazione, in modo particolare quella più prossima, quella decentrata aziendale, territoriale o di filiera, che è la leva attraverso la quale si può ottenere una maggiore produttività che poi deve essere distribuita sulle buste paga – ha concluso Fumarola – rendendole ovviamente più pesanti ma con orari più leggeri”.

























