Un modello di relazioni che rafforzi il contratto nazionale, ma con una verifica annuale per recuperare l’inflazione. È quanto propone il leader della Cgil, Maurizio Landini, per contrastare la perdita del potere d’acquisto dei salari. “Una delle riflessioni da fare è che non è possibile rinnovare i contratti ogni 3-4 anni – ha detto a margine della presentazione di un rapporto sulle retribuzione dell’Inps – penso che uno deve farci i conti. C’è bisogno di arrivare quasi a una contrattazione annuale dei salari per il recupero certo dell’inflazione”.
Landini ha sottolineato che i dati dell’Inps “confermano quello che stiamo dicendo da tempo: esiste una questione salariale grande come una casa. Non si è recuperato pienamente l’inflazione e viene confermato l’aumento della precarietà in termini di assunzioni con contratti a termine e stagionali, soprattutto in alcuni settori. Continua poi a esserci una diversità tra uomini e donne e anche una diversità territoriale. Sono tutte distorsioni” del mercato del lavoro.
Secondo il numero uno della Cgil è “un tema da affrontare e credo che il sindacato non possa far finta che questa cosa non è avvenuta. Si deve porre il problema, perché i salari per quello che mi riguarda devono aumentare non solo come l’inflazione, ma in alcuni casi anche di più, perché comunque si è determinata una ricchezza, una produttività che va redistribuita sul lavoro”.
A chi gli chiedeva se questo significasse proporre un ritorno alla scala mobile, Landini ha risposto: “Sto pensando semplicemente che oggi i contratti nazionali, che voglio rafforzare e mantenere, hanno uno schema che durano 3-4 anni e, quindi, si discute del salario e di un possibile recupero ogni quattro anni. Penso che si possa avere un sistema contrattuale mantenendo i contratti nazionali, in cui la verifica anche della tutela del potere d’acquisto possa essere anche su base annuale”.
Inoltre, il leader della Cgil ha sottolineato il tema del fiscal drag, bandiera del sindacato anche durante la discussione della manovra “che ha determinato una condizione di perdita reale del potere d’acquisto. E siamo di fronte al fatto che le tasse pagate dai lavoratori dipendenti e dai pensionati sono molto più alte di quelle che dovrebbero pagare”.
L’altra questione riguarda “il livello di precarietà e l’assenza di una politica industriale – ha aggiunto – inoltre c’è bisogno di arrivare a una legge sulla rappresentanza che dia valore anche erga omnes ai contratti e che misuri la rappresentanza sia delle organizzazioni datoriali che di quelle dei lavoratori. Il fatto che in Italia siamo passati da 150 contratti nazionali degli anni ’90 a mille vuol dire che c’è qualcosa che non funziona”.



























