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Home - Approfondimenti - Analisi - Se il Big Mac misura, oltre all’inflazione, anche il disagio sociale

Se il Big Mac misura, oltre all’inflazione, anche il disagio sociale

13 Febbraio 2013
in Analisi

Per l’Italia, arriva un brutto segnale da McDonald’s. No, non riguarda gli ingredienti  e neppure le diete. Riguarda i prezzi. Il segnale ci dice che le riforme del lavoro non stanno producendo una riduzione dei costi. O, almeno, una riduzione dei costi che si rifletta nei prezzi. Al contrario, la dinamica dei prezzi sta allontanando l’Italia dall’Europa, rendendo più arduo e difficile il cammino del prossimo governo.

Il problema, naturalmente, non è McDonald’s. La grande catena americana è, semplicemente, il teatro in cui un giornale autorevole come l’Economist ha messo in scena, un po’ per gioco, un po’ sul serio, un peculiare test dell’inflazione. Poichè il Big Mac, il mega panino che McDonald’s offre ai suoi clienti è lo stesso in tutto il mondo, il suo prezzo dovrebbe essere uguale ovunque. Tanto più in Europa, dove la moneta è la stessa e  non c’è problema di cambio. Non è un test scientifico, ma, grosso modo, funziona. In questo caso, ci dice che il prezzo non è lo stesso e le differenze sono un indicatore istruttivo di quanto sta avvenendo nell’economia europea.

E la prima indicazione è positiva. Se è vero, come sostengono molti economisti, che alla radice dell’attuale crisi europea non c’è un problema di finanza pubblica, ma di competitività, perchè, negli anni passati, prezzi e salari sono cresciuti troppo nell’Europa mediterranea, rispetto al Nord Europa, l’indice Big Mac manda un segnale rassicurante. Rispetto alla media dell’area euro, negli ultimi 18 mesi, fra luglio 2011 e gennaio 2013, il prezzo del Big Mac è salito in Germania e in Olanda (i paesi del Nord Europa) di circa un decina di centesimi, mentre è sceso in Francia e di 10, 20, anche 45 centesimi, in paesi deboli come Spagna, Portogallo, Irlanda. E’ una inversione a U, rispetto agli anni scorsi e la prova che un qualche aggiustamento, una convergenza fra le diverse economie europee, in termini di prezzi e salari, sta avvenendo: l’indice Big Mac non sarà preciso, ma difficilmente sbaglia la tendenza. Il pugno nell’occhio, in questa tabella, è però l’Italia. Non solo nel nostro paese il prezzo del Big Mac non è sceso, come nelle altre economie deboli, ma è salito. Ciò che è peggio è che è salito, negli ultimi 18 mesi di gravissima crisi, di ben 20 centesimi, il doppio della Germania.

E non perchè prima costasse, relativamente, poco. Il prezzo italiano del Big Mac era, anche nel 2011, fra i più alti d’Europa. Oggi, è in assoluto il più elevato: 3,85 euro, contro 3,6 in Francia e 3,64 in Germania. Contro ogni logica economica, visto che in Germania l’economia ha solo rallentato brevemente, mentre in Italia è crollata, il divario con il prezzo tedesco si va allargando: nel 2011 il Big Mac italiano costava il 2,9 per cento in più, oggi il 5,7 per cento. L’Italia sembra una nave che ha perso l’ancoraggio. I dati, infatti, confermano il segnale lanciato dal Big Mac. Guntram Wolff, un esperto del centro di studi europeo Bruegel, sottolinea che, fra il luglio 2011 e il gennaio 2012, l’inflazione è andata crescendo, in Italia, del 6 per cento, mentre, nella media dell’area euro, negli stessi 18 mesi, l’indice generale dei prezzi saliva solo del 3,9 per cento. Wolfram si chiede se questa diversa traiettoria italiana possa essere imputata agli aumenti fiscali messi in opera con le manovre d’austerità. Ma non è così. Eurostat – il braccio statistico della Ue – pubblica apposite tabelle dell’inflazione, per così dire, a tasse costanti, scorporando, cioè, l’impatto degli aumenti fiscali, ad esempio, dell’Iva. Il risultato è analogo: i prezzi a tasse costanti sono cresciuti in Italia del 4,8 per cento, fra luglio 2011 e novembre 2012 e nella media dell’area euro del 2,9 per cento.

Quello che è all’opera sono le storture note da tempo di un’economia largamente protetta e corporativa. Soprattutto, a livello di servizi e di distribuzione. Nell’industria, infatti, il meccanismo calmieratore della crisi ha, più o meno, funzionato: il ritmo di aumento dei prezzi alla produzione, negli ultimi mesi, è rapidamente sceso sotto il 2 per cento ed era, a fine 2012, al ritmo annuo dell’1,6 per cento. Ma il risultato non si vede nel livello finale dei prezzi e questo comporta un micidiale uno-due per le speranze italiane di ripresa. Il primo colpo è che, se negli altri paesi i prezzi scendono e in Italia salgono, la nostra competitività si riduce ulteriormente e le possibilità di alleviare la crisi con le esportazioni si riduce ulteriormente: l’Italia sembra oggi l’unico paese d’Europa che va nella direzione sbagliata. Il secondo è anche peggiore: se la crisi comprime salari e occupazione, ma i prezzi, anziché accompagnare la discesa continuano a salire, il disagio sociale cresce anche più rapidamente e il tenore di vita cade sotto i livelli sostenibili. E c’è chi pensa che il Big Mac sia solo un panino.

 

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