I contratti a termine aumentano in Europa, e vi fanno ricorso soprattutto i giovani e le donne in attesa di un posto di lavoro a tempo indeterminato: sono questi alcuni dei dati salienti di una ricerca di Eurostat dedicata al lavoro a tempo determinato nell’Ue.
Dallo studio, basato sui dati più recenti disponibili, relativi al 2000, emerge che tra il 1992 ed il 2000 in Europa la percentuale di occupati con contratti a termine è salita dal 12,2% al 14,5% per le donne, e dal 9,9% al 12,5% per gli uomini.
La Spagna è il paese in cui tale tipo di rapporto professionale è più diffuso, con una percentuale del 34,6% tra le donne e del 30,7% tra gli uomini. L’Italia è appena al di sotto della media Ue, con il 12,2% delle lavoratrici e l’8,8% dei lavoratori impegnati in contratti a termine.
La percentuale più alta di lavori a durata determinata si registra nella fascia d’età tra i 15 ed i 19 anni, ed è giustificata dai periodi di formazione professionale e dalle attività a termine esercitate dagli studenti. Con l’aumentare dell’età il ricorso a contratti a termine tende a diminuire notevolmente, passando dal 50% circa dei 15-19 anni al 9% circa della fascia d’età compresa tra i 30 e di 49 anni.
Per più di un terzo dei lavoratori il ricorso ad un contratto a durata determinata è dettato dal fatto di non riuscire a trovare alternative a lungo termine, anche se non mancano i casi in cui si tratta di una scelta (in Irlanda ad esempio quasi il 45% dei contratti a termine è dovuto alla volontà dei dipendenti).
I dati rilevati dagli esperti dell’Ue indicano che il lavoro a termine richiede minori qualifiche rispetto a quello a durata indeterminata: il confronto evidenzia scarti evidenti tra la percentuale di lavoratori impegnati in attività manuali, o definite ‘elementarì o comunque necessitanti un livello di formazione inferiore. Ad esempio il 19% delle donne ed il 15% degli uomini impegnati in rapporti professionali a scadenza sono lavoratori manuali con basse qualifiche, percentuali quasi doppie rispetto a quelle registrate tra i lavoratori non a termine.
La durata media dei contratti determinati è in media abbastanza breve nell’Ue: per un terzo dei lavoratori non supera i sei mesi, per il 25% circa va dai sette ai dodici mesi e per il 13% circa può arrivare a superare i tre anni. In Italia il 40% dei temporanei è impiegato per meno di sei mesi, il 20% per un periodo tra i sei ed i dodici mesi ed il 17% circa per un periodo tra i tredici ed i trentasei mesi.
Il contratto a termine può rappresentare un primo passo nel mondo del lavoro per i giovani, e può facilitare l’uscita dalla disoccupazione, soprattutto per le donne. In Spagna, Portogallo e Finlandia, ad esempio, la maggior parte delle donne occupate nel 2000 ma senza lavoro l’anno precedente raggiunge il 70% (in Italia si situa intorno al 30%).
Lo studio di Eurostat invita però a considerare anche il rovescio della medaglia, affermando che spesso «il lavoro temporaneo può trasformarsi in un vicolo cieco soprattutto per coloro che sono particolarmente vulnerabili sotto il profilo occupazionale». Nel 2000 – affermano gli esperti statistici dell’Unione – circa il 16% dei lavoratori impegnati in attività a termine erano rimasti senza lavoro l’anno precedente (in Italia il 20%), contro solo il 2% dei lavoratori con contratti a durata indeterminata.
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