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Home - Approfondimenti - Analisi - Un modello “duale” che non fa sistema Paese

Un modello “duale” che non fa sistema Paese

31 Luglio 2007
in Analisi

di Giuseppe Roma, direttore generale del Censis

Quest’anno al Censis, in occasione dell’iniziativa estiva “Un Mese di Sociale”, tra i fenomeni emergenti nella società italiana, abbiamo voluto ragionare su chi gestisce, e in che modo, il potere oggi in Italia negli ambiti del “denaro privato”, del “denaro pubblico”, della distribuzione delle risorse geofisiche, e infine delle reti telematiche. E’ emerso che sono in atto nuovi flussi di ricchezza generati da  processi di concentrazione di potere, che determinano a loro volta degli effetti significativi sui soggetti intermedi che animano la società italiana.

Facendo il punto sui nuovi assetti di potere nella finanza e nel sistema delle imprese che si ristrutturano è emerso che il 6% del Pil italiano (84 miliardi di euro) è il valore del capitale coinvolto nelle recenti fusioni e acquisizioni che sono state realizzate nel nostro paese; inoltre, le 104 operazioni di concentrazione avvenute nel 1991 sono diventate 553 nel corso del 2005. Non si tratta di un fenomeno isolato, ma di una tendenza destinata a proseguire.
Questa fase di concentrazione dei flussi di denaro privato, fino ad ora, ha generato un blando effetto re-distributivo tra le famiglie, e l’emersione di un sistema socioeconomico duale costituito sia da processi di polarizzazione della ricchezza, sia di nuova proliferazione di soggetti intermedi non solo, com’è tradizione, nel campo della micro impresa industriale e terziaria, ma anche nel campo finanziario dove le concentrazioni sono state più impressive.
Non è difficile intuire che la forma attualmente assunta dalla concentrazione nella sfera del denaro privato assume oggi una veste nuova, tale per cui la finanziarizzazione dell’economia (attraverso merger & acquisition, operazioni di private equity, IPO, riassetti proprietari altamente lucrativi, sempre più intense operazioni su hedge funds e bolle speculative) sembra prendere il sopravvento sui processi reali. E’ evidente che le più consistenti masse di ricchezza movimentate sono prerogativa di un ristretto numero di persone; potremmo rischiare un riaffermarsi di oligopoli mascherati da strutture sottoposte alla libera concorrenza; ma possiamo sperare che la molteplicità crescente dei soggetti consenta un dialettico equilibrio di potere.
Anche i flussi di denaro “pubblico” sono soggetti a dinamiche per cui poche persone decidono delle risorse (pubbliche) di tutti. E gli effetti sono evidenti: spesa pubblica accelerata, equità rallentata e redistribuzione solo annunciata. L’85,7% degli italiani si sente, infatti, colpito negativamente dall’attuale livello della pressione fiscale e delle tariffe. E ciò non sulla base di atteggiamenti di tipo ideologico ma per il riscontro che della pressione fiscale si ha nelle esperienze quotidiane: gli aumenti dell’elettricità (il 57,3% degli italiani se ne lamenta), del gas (il 53,7%) e dei ticket sanitari (il 51,5%) sono gli ambiti di intervento fiscale che per gli italiani pesano di più. Seguono poi la tassa sullo smaltimento dei rifiuti, l’acqua, i servizi tecnologici, dai cellulari all’Adsl, le trattenute in busta paga, e i trasporti urbani.
A fronte di questo stato di cose, negli ultimi mesi, il dibattito pubblico si è concentrato su un ideale di redistribuzione sociale del reddito che alla prova dei fatti sembra essersi rivelato un’illusione. Le situazioni da riequilibrare sono troppe e i soldi sono molto pochi. Se si mettono in fila le categorie sociali citate come potenziali soggetti beneficiari del sovra-gettito (tesoretto) se ne possono contare diversi milioni: quasi 4 milioni di anziani con reddito da pensione sotto i 500 euro, un milione e 300 mila lavoratori precari con contratto a termine, due milioni e mezzo di famiglie a basso reddito, e così via.
Anche analizzando i mercati delle risorse geofisiche (energia, gas e acqua) c’è da una parte la tendenza a inseguire i percorsi della concentrazione, che premia la grande impresa, i soggetti forti e consolidati del mercato, la permanenza di strutture pubbliche, e dall’altra la tendenza all’espansione del business con la moltiplicazione delle risorse geofisiche (ad esempio le fonti rinnovabili) e al ridimensionamento dei vecchi protagonisti, grazie anche a nuovi modelli organizzativi più flessibili e più connessi al mercato.
La gestione delle risorse energetiche naturali sta assumendo una rilevanza assolutamente strategica come forse non ha mai avuto in passato a causa del progressivo depauperarsi delle stesse risorse e del contemporaneo innalzamento progressivo del loro consumo, nonché della tendenza ad innovare il reperimento delle fonti energetiche. Si afferma così una sorta di “fisio-politica” che acquista sempre più spazio nelle azioni dei governi.
La polarizzazione fra due realtà differenti e completamente opposte, la ritroviamo anche nel sistema dell’innovazione italiano. Da una parte una moltitudine, attiva nei diversi campi della società della conoscenza che stenta a diventare minoranza creativa, imprenditoriale o professionale, a diventare energia vitale di un’economia che si confronta con  le sfide mondiali; dall’altra parte una oligarchia costituita da poche aziende e istituzioni che hanno l’interesse a rafforzare le loro posizioni dominanti occupando quegli spazi che le nuove tecnologie offrono: dalla comunicazione, alle reti, all’industria di contenuti creando verticalizzazioni e sinergie industriali.
Nell’ambito delle reti telematiche e mediatiche vi è stata nel nostro paese una considerevole moltiplicazione di soggetti negli ultimi anni: nella diffusione delle reti civiche, nello sviluppo di soluzioni open source (già nel 2002 la comunità italiana era, per numerosità, la quarta a livello mondiale subito dopo la Francia, la Germania e gli Stati Uniti) e nella diffusione dei blog, considerato che l’italiano è la quarta lingua parlata a livello mondiale nei blog, ben lontana dopo il giapponese, l’inglese e il cinese ma decisamente più diffusa dello spagnolo, del russo, del francese e del tedesco.
Anche nel settore dei media si ritrova questo sistema “duale”: da un lato un sistema di emittenti locali e nazionali e di testate giornalistiche variamente ramificate sul territorio che assomma circa 2.700 soggetti, sempre quasi sotto la linea della visibilità; dall’altro grandi soggetti, oligopolistici, ben visibili e dominanti sulla scena nazionale.
E’ proprio a causa di questa proliferazione oltremisura di soggetti intermedi nei vari ambiti analizzati e della mancanza di elementi di connessione tra questi attori, che i risultati in termini di sistema Paese risultano modesti.

redazione

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