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Home - Approfondimenti - Analisi - Un partito che abbia le radici nel mondo del lavoro

Un partito che abbia le radici nel mondo del lavoro

25 Luglio 2007
in Analisi

di Mimmo Carrieri – docente di Sociologia economica e del lavoro, Univ. di Teramo

L’accordo sulle pensioni ha reso ancora più evidente la frammentazione dei soggetti coinvolti e le difficoltà di una sintesi politica: una negoziazione infinita dentro il governo, una negoziazione con la maggioranza, una ulteriore negoziazione con i partiti che la compongono, e al centro la concertazione con le confederazione sindacali, anch’esse più composite.
Quando si parla degli impatti del Partito democratico è di questo che bisogna discutere. Questa innovazione in corso è davvero in grado di produrre una inversione di tendenza e di sostituire alla polverizzazione delle posizioni (della sinistra e per riflesso dei sindacati)  la ricerca di una sintesi lungo l’asse del bene comune?
La fase attuale ci segnala l’esaurimento del bonus con cui aveva preso avvio il bipolarismo succeduto alla prima Repubblica. Sostanzialmente, per buona parte degli anni novanta le parti sociali (ma in prima luce i sindacati)  avevano puntellato le difficoltà del sistema politico favorendo decisioni specifiche e funzionali nella sfera economica e sociale. Dopo l’ampia parentesi  berlusconiana, che si è mossa secondo altre logiche, quel gioco – la delega di una parte di materie pubbliche alle grandi organizzazioni di rappresentanza – non riesce più a mettersi in moto in modo efficace.

Alla radice di queste difficoltà si situa il deficit di legami sociali dei partiti di ispirazione laburista,
a fronte di una rappresentatività sociale dei sindacati, che pur minacciata, continua nel nostro paese a mantenere la sua tradizionale robustezza. Ma soprattutto la distanza crescente tra quei partiti e i sindacati, cosa  che ha fatto saltare i collegamenti che evitavano sovrapposizione e competizione tra questi soggetti nella sfera delle decisioni pubbliche. Dopo i decenni del primato dei partiti e le spinte più recenti verso l‘ ‘autosufficienza’ dei sindacati tende a prevalere negli ultimi anni una reciproca non interferenza: assai distante dalle interdipendenze virtuose di epoca socialdemocratica. Allora è proprio questo il punto di incrocio su cui misurare le politiche concrete del nascente Pd: esso mette in moto una dinamica che riconduce questi soggetti verso meccanismi  più prossimi all’ interdipendenza, in cui da posizioni distinte (e nel rispetto della reciproca autonomia) partiti e sindacati  contribuiscono alla coesione sociale e alla regolazione economica?
 
Nel breve periodo i segnali non appaiono incoraggianti. In campo politico, il processo costituente del Pd ha prodotto per ora un ulteriore aumento delle formazioni politiche che gravitano nell’area del centro-sinistra e che fanno riferimento al campo del lavoro. In ambito sindacale va rilevato che non si è messo in moto un parallelo processo di semplificazione: l’unità sindacale, dopo molti anni, ha perso il tratto di bandiera d’attualità, ed appare come materia di convegni piuttosto che di azione concreta. Nello stesso tempo le appartenenze dei sindacalisti potrebbero essersi ulteriormente complicate e intrecciate, come sembra stia accadendo soprattutto per la Cgil (non solo per i suoi gruppi dirigenti): un quadro molto pluralizzato che porta a compimento le tendenze centrifughe delle identità forti messe in moto dalla sparizione dei grandi partiti di massa.
Ma nel lungo periodo le cose potrebbero evolvere diversamente, se nel campo del centrosinistra la capacità attrattiva del Pd dovesse svolgere un ruolo di coagulo, spingendo all’aggregazione  anche  le altre anime della coalizione che guardano più a sinistra. Ma questa evoluzione – auspicabile, perché avrebbe effetti di sistema – non si configura come un evento automatico. E’ finita l’epoca nella quale la vocazione laburista dei partiti aveva degli effetti naturali sul piano dei comportamenti sociali ed elettorali. Non solo in Italia, ma ormai in buona parte  d’Europa, il consenso  dei ceti più deboli, e di buona parte della classe operaia, va quotidianamente conquistato e oscilla nel tempo , finita l’illusione delle  appartenenze totali.


A complicare le cose per il Pd  si può individuare anche un’altra trappola. Nel suo Dna costituente non è del tutto chiarito il rapporto con le grandi organizzazioni di rappresentanza sociale : a differenza dell’importanza fondativa che per i partiti di massa della prima Repubblica ha rivestito la rete dell’associazionismo di varia natura. In realtà è la forma stessa del nascente partito ad apparire sbilanciata, costruita com’è in modo ossessivo intorno al nodo della legittimazione della leadership: che è sicuramente un fattore centrale, ma non può diventare l’aspetto esclusivo intorno al quale ruota tutto.
Quindi, rispetto ai lavori plurali dell’economia dell’informazione il Pd può trovare solo sul campo il modo di ampliare il proprio (potenziale) capitale di consenso mediante scelte e  politiche adeguate.  Sapendo che la sua legittimazione in questa sfera passa attraverso una qualche centralità (facile da proclamare, meno da realizzare) attribuita ai temi del lavoro e delle sue trasformazioni.
Ma anche qui il Pd deve saper schivare i suoi dilemmi costituenti : restando un partito che parla alla società a 360 gradi (secondo l’ inclinazione post-ideologica piglia-tutto ), ma che coltiva le sue radici – la coalizione sociale prevalente – dentro il mondo del lavoro, e intorno ad esse   costruisce reti sociali più ampie.

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