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Home - Inchieste e Dibattiti - Call center, inferno o paradiso? Il caso Vodafone - Una lunga storia di mistificazioni ed errori

Una lunga storia di mistificazioni ed errori

14 Maggio 2010
in Call center, inferno o paradiso? Il caso Vodafone

E’ storia lunga quella che intreccia la vita dei call center e il tema delle collaborazioni coordinate e continuative, semplificando cococo.
Il Diario del Lavoro lo trattò molto opportunamente in un convegno svolto al Cnel il 29 novembre del 2005. Di lì a poco (3 dicembre) si perviene all’accordo per il rinnovo del contratto nazionale delle telecomunicazioni. I due eventi suggerirono già allora qualche considerazione intorno alla materia, ed al contendere in corso a quel tempo, anche alla luce di una storia non priva di contraddizioni, nel comportamento delle organizzazioni sindacali e della stessa Cgil.

Per un lungo periodo, anche intrecciato con il tentativo di fare una legge nota con il nome di Smuraglia, si era tentato di identificare il fenomeno per circoscriverlo a rapporti che non avessero il carattere della subordinazione tradizionalmente tipica del lavoro dipendente. Tuttavia, se ne è avuta una estensione davvero patologica soprattutto da quando questi rapporti sono stati assoggettati a contributi Inps, perché quella scelta è stata vissuta come legittimazione del fenomeno. Ciò anche nella prestazione più fordista che ci sia: quella dei call center. Circoscrivere il fenomeno avrebbe giustificato una sua regolamentazione “leggera”,  in quanto più assimilabile al lavoro professionale autonomo piuttosto che a quello dipendente.

Un primo tentativo di affrontare il problema con lo strumento contrattuale lo si fece nel settore del commercio intorno al 1997/98. La cosa non ebbe esito per tante ragioni e difficoltà di merito. Conviene, tuttavia, rammentare il merito di quel tentativo che avvenne fuori dalla scadenza contrattuale con l’intento di negoziare un Protocollo aggiuntivo al Contratto nazionale che regolasse la materia. Si era mossi da un certo ottimismo per due ragioni. Una è che c’era il precedente del Protocollo stipulato il 20 giugno del 2007 a proposito di “Telelavoro subordinato”; il primo del genere in Italia, forse il primo in Europa e che è tutt’ora parte integrante del Contratto nazionale. L’altra ragione è che, in apertura della trattativa, Confcommercio riconosceva che i rapporti di cococo potevano unicamente riguardare prestazioni assimilabili a qualifiche alte dell’inquadramento professionale. Si ipotizzò perfino che una struttura bilaterale procedesse alla “certificazione” dei contratti individuali. L’idea in sé non costituisce malvagità. A seconda di come è organizzata e gestita può essere un bene per il lavoratore. Infatti un contratto certificato sarà sempre perfetto nella sua forma; il trucco può essere nel reale svolgimento della prestazione. Ma allora la difformità tra il contenuto del contratto e il reale svolgimento della prestazione sarà ancora più evidente nel confronto da portare in giudizio. Se poi parliamo di qualifiche alte sarà improbabile far passare chi rifornisce gli scaffali (detto anche marcandiser) per quadro. Altra storia è il sistema di certificazione inaugurato dalla Legge 30 del 2003 pervenuto alla assurdità del recente collegato lavoro che attribuisce questa funzione perfino ai consulenti del lavoro (come fa a essere super partes un soggetto pagato dall’azienda?).
Eravamo arrivati allo scoglio della retribuzione e ne scaturì una invenzione bizzarra, ma non stupida. L’idea era quella di non formalizzare una retribuzione minima, ma limitarsi a mettere in bella evidenza retribuzione e costo di chi svolgeva quel lavoro come dipendente. Il soggetto poteva anche negoziare un compenso inferiore, ma ben sapendo quale era lo standard del dipendente di pari qualifica. Va notato come non sia vero che il vantaggio per le imprese sia costituito dalla minore aliquota contributiva che si paga all’Inps. In realtà pagano proprio meno di retribuzione e non pagano le voci differite (tredicesima, quattordicesima, Tfr, ferie, ecc.). Avevamo perfino ipotizzato una formuletta: retribuzione mensile per 17,5 diviso 12). Il tutto andò a gambe all’aria per uno dei più singolari e contraddittori comportamenti incrociati nella mia lunga (e credo onorabile) carriera sindacale: la Fisascat-Cisl che dice: non facciamone niente; meglio aspettare la Legge. Non ho mai capito se ciò fosse farina del sacco della categorie oppure un consiglio della Confederazione.

In casa Cgil  si ha un passaggio importante nel giugno 2002. Si riunisce il direttivo e si cambia linea: i co.co.co devono diventare uguali ai dipendenti in quanto a diritti e retribuzione. La novità viene presentata come lo scatto di una organizzazione che finalmente trova la via giusta ed esclude le mezze misure. E’ il periodo in cui si comincia a fare Convegni per proclamare che la linea dei Patti di gradualità per emergere dal lavoro nero è sbagliata, rinunciataria, quindi da archiviare.  In realtà si prende atto della sconfitta della linea precedente, non lo si ammette, ma si confonde il tutto con una “linea più avanzata”. Dal momento che non si ottiene il poco si proclama di volere il molto. Non esprimo voto contrario, ma faccio notare la contraddizione.
Intanto prosegue l’azione meritoria di Nidil, che tuttavia fatica ad affermarsi, anche per la oggettiva concorrenza con le categorie, nei riguardi delle quali si approda all’idea della “copromozione”, che sembra la chiave risolutiva ma che in realtà non risolve un bel niente. Le categorie non vogliono Nidil di mezzo, ma col cavolo che affrontano loro il problema.

In questa situazione interviene la proposta che poi è diventata legge 30, “annacquata” poi dallo stesso Ministro del Lavoro con decreti e circolari successivi. Per quanto non si sia ancora detto tutto il male possibile su questa legge, soprattutto per il part time, l’approccio relativo ai cococo era a mio parere da prendere, sfidando il Governo a fare sul serio. La tesi esposta dal solito Sacconi era, più o meno: la gran parte dei cococo siano rapporti subordinati mascherati, occorresse fare pulizia ottenendo che quelli finti si trasformassero in rapporti di lavoro dipendente a tempo indeterminato, ed evolvendo quelli genuini in contratti di collaborazione a progetto. Ma non si è voluto distinguere nulla. La legge 30 era da demonizzare in toto. Non sostengo  che bisognasse fidarsi del Governo, ma che era il caso di prenderlo in parola e fare nostra questa linea, attrezzandosi per sostenerla con le lotte degli interessati e l’appoggio di tutti gli altri. E’ evidente la difficoltà di una tale condotta, ma non mi risulta che ce ne siano di facili quando si affrontano obiettivi rilevanti.

Al congresso di Nidil dell’ottobre 2004 si è messo in evidenza come le categorie dei lavoratori attivi non traducono la linea della Cgil in piattaforme ma anzi, salvo eccezioni encomiabili, si sta alla larga dal problema.
Il fatto è che la linea di fare i cococo (tutti) uguali agli altri non è plausibile, e allora non ci si prova neanche. Quando l’asticella è troppo alta non si prova neanche a fare il salto. Chi si imbarcasse in una trattativa con i padroni sa che se vuole portarla a conclusione deve condividere differenze e perfino imbrogli, cioè far passare mestieri, professioni, qualifiche tipiche del lavoro dipendente per finti cocopro, oppure per finti apprendisti senza neppure garanzie per fine corsa, come è effettivamente successo.

Nel caso dei call center si ha l’imbroglio più grave, perché non esiste un lavoro più fordista di quello. Una linea plausibile era riconoscere che, pur essendo un  lavoro fatto da laureati, è nella grande parte dei casi un lavoro povero, e trovare la via di fare un contratto specifico per loro, meno costoso che per gli altri telefonici. Oppure, dentro il contratto di tutti i telefonici trovare una soluzione economica meno onerosa, ma che avrebbe dato il risultato che questi lavoratori erano uguali agli altri dal punto di vista dei diritti seppure con una retribuzione inferiore. Ma per fare una cosa del genere bisognava prendersi una responsabilità enorme. Si è preferito non farlo e il risultato è meno diritti, meno soldi, meno contributi Inps per la pensione.

L’esempio più clamoroso di questa condotta sindacale è l’accordo Atesia del 24 maggio 2004. Con tale accordo è sconfitta la manovra aziendale che mirava a trasformare i rapporti di lavoro cococo in somministrazione a tempo indeterminato (detta anche “staff leasing”). E’ dubbio che le soluzioni adottate siano meglio di quella proposta inizialmente dall’azienda. La somministrazione a tempo indeterminato, pure con tutte le sue controindicazioni, avrebbe avuto il pregio di implicare l’applicazione del contratto nazionale di lavoro della categoria ed il totale pagamento dei contributi all’ Inps. Allora come si può sostenere che siano migliori i contratti di apprendistato o i contratti di inserimento? Trattandosi di soggetti già professionalizzati il ripassare da rapporti a finalità formativa “che verranno stipulati alle condizioni e nei modi necessari per consentire l’accesso ai benefici di legge” è una forzatura evidente delle norme. Nello svolgimento del lavoro non si capisce quale sarà il rapporto tra quanti in apprendimento e quanti in qualifica addetti a formarli, ma neppure si capisce cosa succederà a fine corsa. La legge 30 esclude qualsiasi vincolo alla trasformazione del rapporto in assunzione a tempo indeterminato, né il contratto dice nulla di più. Abbiamo poi visto quali contrasti sono insorti nelle fasi di applicazione dell’accordo medesimo.
A questo mio ragionamento è stata contrapposta una tesi risolutiva: lo staff-leasing è la proposta della Cisl. Resto dell’opinione che anche la Cisl possa occasionalmente proporre idee buone. Questa poteva essere buona, specialmente se associata alla possibilità di una trattativa con utilizzatori e agenzie per garanzie di mobilità da un utilizzatore all’altro, con in mezzo ammortizzatori sociali, formazione e contributi figurativi. Ci sono anche precedenti assimilabili in settori “meno nobili” e tuttavia diffusi ed a consolidata esperienza contrattuale: nel mondo delle imprese di pulimento chi vince un appalto si assume i lavoratori lasciati a piedi dal precedente appaltatore.
E dal momento che è ricorrente la discussione sulla democrazia, va ricordata una cosa di qualche importanza: col cavolo che ci si rivolse ai lavoratori Atesia per chiedere un parere sulla scelta di fondo tra staff leasing e quel che poi è scaturito. Si è scelto di darla per scontata in nome dei sacri principi generali e, pur di scartare la scelta deprecata, si offerto all’azienda un costo inferiore con tutti i guai che ne sono seguiti.

Le discussioni intorno a questa problematica hanno prodotto una novità anche teorica, nata negli ambienti della consulta giuridica Cgil, poco dibattuta nei suoi significati e possibili conseguenze ma che è diventata una delle tesi proposte al XV congresso Cgil (quello del 2006). Al punto 1.4 della tesi n.5 (Un’occupazione solida e stabile) si parla di “nuovo patto di cittadinanza” così definito: “Un patto che abbia come cardine il nuovo concetto di lavoro economicamente dipendente con la conseguente estensione dei diritti (e dei costi) attribuiti oggi al lavoro subordinato a tutte le fattispecie economicamente dipendenti dell’impresa (a partire dalle collaborazioni), concetto alla base della proposta di legge d’iniziativa popolare su cui la Cgil ha raccolto oltre 5 milioni di firme”.

Intanto, il 3 dicembre 2005, tra i sindacati della categoria e Assotelecomunicazioni-ASSTE si è rinnovato il contratto delle telecomunicazioni. A mio parere una buona soluzione per le cose che affronta, ma non dice una parola sul fenomeno dei contratti di collaborazione. Cosa voleva dire? Che si intendevano esclusi? Oppure che seguiteranno ad esistere tra le aziende ed ogni singolo lavoratore? Si è visto che si intendeva la seconda. Intanto si cominciano a vedere sentenze come quella di Torino (maggio 2005), secondo la quale non è il nome attribuito al contratto dalle parti a prevalere, ma il comportamento di fatto (Il Sole 24 Ore del 18/05/2005). Alla sentenza che ha riconosciuto il carattere subordinato del rapporto si è pervenuti anche con l’inversione dell’onere della prova. Ma anche questo orientamento della magistratura è evidente come sia sempre meno garantito.

Nella fase di Governo Prodi con Damiano Ministro del Lavoro si è fatto un tentativo di rimettere le mani nel problema con la invenzione del distinguo tra l’attività definita “in bound” (quelli che rispondono a richieste della clientela) e quella “out bound”  (quelli che chiamano un cliente per proporre un affare). I primi sarebbero dipendenti; gli altri possono essere collaboratori. Estremizzando, ma mica tanto, i secondi potrebbero essere Agenti o Rappresentanti di commercio operanti in telelavoro con tanto di regolamentazione contrattuale vigente e, per gli Agenti, con tanto di Enasarco. La novità era abbinata ad un tentativo di regolarizzare la intera categoria di questi lavoratori con un complesso di misure finalizzate a questo scopo. Va riconosciuto che è stato un fiasco. Le ragioni meritano un ragionamento specifico che attiene anche il futuro del settore, nel quale si incominciano a vedere novità positive nella organizzazione e condizione di lavoro (dove si ritiene che il servizio ha da essere qualificato), ma permane un’area vasta e prevalente di condizioni che gridano vendetta.

Rimane poi non risolto un problema soprattutto interno alle organizzazioni sindacali, ed è la contesa tra i sindacati delle comunicazioni, quelli del commercio e perfino i metalmeccanici intorno alla questione di chi rappresenti questi lavoratori. E’ questione che contrappone anche Confindustria e Confcommercio.
E’ tutta materia che meriterebbe qualche considerazione fuori da ogni partito preso, anche alla luce di due altri fenomeni che interagiscono: Le nuove norme sulle associazioni in partecipazione, che rischiano di seguire le orme dei cococo e il fatto che le collaborazioni sono dilagate nella Pubblica Amministrazione.
Una inchiesta della Funzione pubblica Cgil di Brescia fino dall’anno 2004 denunciava come la quota di rapporti di lavoro precari nelle pubbliche amministrazioni abbia raggiunto dimensioni sconcertanti. L’esclusione delle pubbliche amministrazioni dalla legge 30 è servita a confermare questo stato di cose, mitigate appena da qualche accordo che ottiene una quota di diritti e mette il timbro sindacale sul trucco.

Tutta la problematica riconduce al tema più generale lavoro nero-economia sommersa. Il Governatore Draghi, nelle Considerazioni finali del 2009 tratta la materia come segue: “Semplificazione normativa ed efficacia dell’azione pubblica sono condizioni necessarie per ridurre il peso dell’economia irregolare, stimato in più del 15 per cento dell’attività economica. L’occultamento di una parte considerevole delle basi imponibili accresce l’onere imposto ai contribuenti ligi al dovere fiscale. E’ un fattore che riduce la competitività di larga parte delle imprese, determina iniquità e disarticola il tessuto sociale. Progressi nel contrasto alle attività irregolari consentirebbero di ridurre le aliquote legali, diminuendo distorsioni e ingiustizie.”
Appena nel mese successivo uno studio di Visa Europe e della società di consulenza A.T. Kearney sentenzia: “La mappa vede l’Italia distinguersi con  il più alto valore assoluto e con una percentuale del 24% sul Pil contro il 16% della media europea”.
Chiunque azzecchi le stime giuste siamo di fronte ad un fenomeno tutt’ora in crescita e con un probabile accrescimento delle differenze tra chi è in regola e chi no.
Mi pare chiaro come sia improbabile risolvere un problema in un settore se non in una tendenza generale alla regolarizzazione.
Una tendenza generale alla regolarizzazione non si farà avanti se seguiterà a prevalere l’opinione non detta secondo la quale il lavoro nero sarebbe più una medicina che una malattia.

di Aldo Amoretti – Consigliere Cnel

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