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Home - Approfondimenti - Analisi - Un’analisi di settore

Un’analisi di settore

17 Luglio 2008
in Analisi

di Andrea Bellini, Università di Firenze

1. Una prospettiva d’analisi inusuale: quella delle relazioni industriali
Il settore del calcio professionistico, sostiene l’Antitrust, con un fatturato di oltre 4,2 miliardi di euro, cresciuto del 70% dal 1998 al 2003, rappresenta il tredicesimo gruppo industriale in Italia (1). Ciò nonostante, esso continua a ricevere una scarsa attenzione da parte degli studiosi e i tentativi di analisi sistematica hanno avuto una diffusione per lo più limitata agli addetti ai lavori. Le ben note vicende di Calciopoli hanno acceso temporaneamente i riflettori su un settore pieno di contraddizioni, peculiarità giuridiche e aree grigie, per cui si richiedevano a gran voce riforme strutturali. A due anni dalla “calda” estate del 2006, tuttavia, dei problemi del calcio non si parla più e la recente riforma dello statuto della Figc (Federazione italiana giuoco calcio) non ha avuto implicazioni organizzative significative (2). Questo articolo, la cui brevità non consente una trattazione esaustiva, si pone il modesto obiettivo di impostare i termini di un’analisi dalla particolare prospettiva delle relazioni industriali, nella convinzione che le frequenti crisi del calcio italiano non siano imputabili a fattori congiunturali, ma siano una conseguenza dell’immutabilità di un’architettura istituzionale e di un sistema di rappresentanza degli interessi di matrice corporativa, incapaci di gestire efficacemente la transizione alla “fase neoliberista” del calcio.

2. Il sistema calcio: caratteri di base e principali aspetti critici
L’organizzazione del calcio in Italia dipende da un insieme di attori, individuali e collettivi, che operano in una molteplicità di livelli. In una teorica piramide organizzativa, è possibile individuare quattro tipologie di attori istituzionali tra loro in rapporto gerarchico diretto, dalla base al vertice: atleti; società; leghe; federazione. A partire dagli anni ottanta, sotto le crescenti pressioni delle forze di mercato, il ruolo e l’identità di questi attori mutano radicalmente. Si afferma la figura dell’atleta professionista, colui che esercita un’attività sportiva a titolo oneroso, a seguito della stipula di un contratto di lavoro e del tesseramento per una società associata in una lega professionistica. Le società, con l’abolizione del divieto di distribuire utili, assumono obbligatoriamente la forma giuridica di società per azioni o a responsabilità limitata. Alcune di esse optano per la quotazione in Borsa. Queste trasformazioni producono altresì una significativa alterazione del ruolo delle leghe professionistiche, cui la federazione nazionale demanda l’organizzazione delle competizioni e che rappresentano al contempo gli interessi delle società, nella misura in cui cresce la rilevanza economica di questi ultimi. La federazione, infine, contenitore corporativo che delimita e definisce lo spazio pubblico consacrato all’organizzazione e alla pratica del gioco del calcio, appare sempre più come un vecchio vaso di terracotta che l’azione erosiva degli agenti esterni (il mercato) e la forza corrosiva degli elementi interni (gli interessi particolari) hanno concorso a incrinare.


3. Un caso di corporativismo sportivo destabilizzato dal mercato
Il sistema sportivo italiano, così come lo conosciamo, fu edificato durante il periodo fascista. In seguito alla centralizzazione dei poteri in capo al Coni (Comitato olimpico nazionale italiano), esso assunse la forma di una grande corporazione, tipica dei regimi autoritari. Le riforme successive alla caduta del fascismo non ne modificheranno tuttavia la logica organizzativa. Le federazioni sportive assumeranno la forma di associazioni di diritto privato soltanto nel 1999, ma la loro struttura rimarrà pressoché inalterata. Per quanto riguarda la Figc, il riassetto organizzativo più rilevante risale alla fine degli anni cinquanta, con la creazione delle leghe e dei due settori di servizio e con l’istituzionalizzazione dell’Aia (Associazione italiana arbitri). Essa mostra dunque, ancora oggi, i tratti di un sistema corporativo.


a) Il ruolo dello Stato. La Figc, al pari delle altre federazioni, opera sotto il controllo del Coni, un ente pubblico, anche in ragione della “rilevanza pubblicistica” di specifici aspetti dell’attività sportiva. Il Coni, a sua volta, è sottoposto alla vigilanza del Ministero per i beni e le attività culturali. Lo Stato ha giocato altresì un ruolo sostanziale nella regolazione dello sport, a partire dalla legge 91/1981. Dalla metà degli anni novanta, poi, l’intervento del legislatore si è reso sempre più spesso necessario per fronteggiare i problemi contingenti del calcio – dalla violenza negli stadi alla concorrenza nel mercato televisivo – e, a tal fine, il governo italiano ha utilizzato con crescente disinvoltura lo strumento del decreto-legge. Inoltre, malgrado la riaffermazione (per via legislativa) del principio di autonomia sportiva, il giudice amministrativo si è creato uno spazio nell’ambito dell’ordinamento sportivo (3). È cresciuto infine in rilevanza il ruolo di Antitrust e Consob, in risposta alle pressioni del mercato (4). In breve, la separazione tra sport e Stato appare una mera illusione giuridica. Il ruolo dello Stato, tuttavia, sembra essere mutato, da garante dello sport a garante del mercato.


b) Il carattere monopolistico e centralista. La Figc detiene il monopolio formale e sostanziale dell’organizzazione del calcio in Italia (5). Essa accentra inoltre le funzioni tecniche, amministrative e di garanzia, seppure in una logica di differenziazione interna. La riforma dello statuto della Figc, in seguito alla crisi di Calciopoli, è intervenuta a mitigare alcuni elementi in conflitto con la rinnovata esigenza di una gestione trasparente di un sistema che coinvolge grandi interessi economici. In particolare, essa ha concesso ulteriori gradi di autonomia agli organi di garanzia, primi fra tutti gli arbitri. La maggiore novità concerne gli organi tecnici nazionali (i “designatori”), che in precedenza erano nominati dal presidente federale d’intesa con il presidente dell’Aia e con i presidenti delle leghe – le quali, è bene ricordare, rappresentano anche gli interessi delle società – mentre adesso sono nominati autonomamente dal comitato nazionale dell’Aia. Cambia poi l’organizzazione della giustizia sportiva, con l’istituzione presso la Figc di una commissione di garanzia in cui è presente una delegazione del Coni e che ha il compito di nominare gli organi di giustizia e di garantire la loro indipendenza. Restano però alcuni elementi di forte ambiguità. L’Aia resta un settore federale, con autonomia “operativa e amministrativa”. I giudici sportivi nazionali mantengono la propria sede presso le leghe. Le leghe professionistiche conservano il loro ruolo ambivalente e, in virtù degli interessi economici di cui sono portatrici, la loro capacità d’influenza.


c) Le funzioni di coordinamento e controllo. La Figc è un’organizzazione su base associativa che poggia su un principio di membership obbligatoria: di atleti e tecnici alla stessa Figc e delle società alle leghe. In quanto tale, essa deriva il proprio potere dai medesimi soggetti sottoposti al suo controllo, tra cui le leghe e, come in un gioco di scatole cinesi, le società. La forte crescita degli interessi economici legati alla gestione dei diritti televisivi, tuttavia, ha fatto sì che il peso istituzionale delle leghe professionistiche e, all’interno di esse, delle società maggiori aumentasse in modo incontrollabile. Se a ciò si somma il mandato per l’organizzazione delle competizioni, si capisce come il baricentro dell’intero sistema si sia spostato proprio sulle leghe e in modo particolare sulla Lnp (Lega nazionale professionisti), meglio nota come Lega calcio, la quale rappresenta le società di Serie A e B (6). Questo ha portato a una perdita di autorevolezza e credibilità della Figc, una debolezza di sistema emersa con evidenza con Calciopoli. Tale fragilità, d’altronde, si è palesata anche nell’incapacità di selezionare autonomamente i vertici federali nei periodi di crisi: dal 1946 a oggi, infatti, la Figc ha avuto ben cinque commissari straordinari nominati dal Coni. Proprio quando la domanda di garanzie si fa più elevata, dunque, il governo del calcio si vede costretto ad abdicare. La riforma dello statuto, tra le altre cose, ha introdotto norme più restrittive per prevenire conflitti di interessi e illeciti sportivi. Per cominciare, la carica di presidente di lega è divenuta incompatibile con quella di amministratore, dirigente o socio di società. Non sono mutate tuttavia le condizioni strutturali che, nel recente passato, hanno reso possibile la formazione di reti tutt’altro che virtuose.


4. Peculiarità e problemi della rappresentanza degli interessi
a) L’assenza di pluralismo. Anche nel sistema di rappresentanza è possibile rintracciare facilmente i tratti di un modello corporativo. Per prima cosa, le organizzazioni degli interessi operano in condizioni di formale dipendenza dal potere centrale: da un lato, le leghe – che rappresentano le società – sono parte integrante del sistema Figc; dall’altro, la stessa Figc conserva l’autorità di riconoscere le associazioni di atleti e tecnici comparativamente più rappresentative, le quali in ragione di ciò sono qualificate in modo un po’ sibillino come “componenti tecniche”. Questa situazione costituisce un’anomalia nel sistema italiano di rappresentanza, il quale in mancanza di una legge di attuazione dell’articolo 39 della Costituzione poggia su un principio di mutuo riconoscimento tra le parti. In secondo luogo, le stesse organizzazioni detengono il monopolio della rappresentanza di specifici segmenti del sistema calcio. È qui opportuno chiarire che non esistono limitazioni formali alla libertà sindacale, fatta eccezione per la previsione normativa della necessità dell’affiliazione delle società alle leghe, requisito tuttavia strumentale alla logica organizzativa della Figc. La sostanziale “unicità” della rappresentanza è piuttosto da addebitare “all’omogeneità degli interessi di ciascuna categoria e non a ragioni di natura giuridica” (7).


b) Un sistema di contrattazione centralizzato. Leghe professionistiche e  associazioni di atleti e tecnici danno vita a un’attività di contrattazione collettiva cui prende parte anche la Figc, che esercita una funzione di mediazione tra le parti, in quello che in virtù del legame istituzionale tra Figc e leghe si presenta come un “tripartitismo asimmetrico”, sbilanciato dalla parte delle società. L’accordo collettivo di maggiore interesse – per oggetto della regolazione, struttura e contenuti – è quello sottoscritto con l’Aic (Associazione italiana calciatori). Esso, tra le altre cose, predispone il cosiddetto “contratto-tipo” per la disciplina del rapporto di lavoro del calciatore professionista e disegna un sistema di protezione sociale (8). Il primo accordo di questo tipo fu siglato l’8 luglio 1981, poi rinnovato nel 1986 e nel 1990. Dal 1992, seguiranno tredici anni senza ulteriori intese, in cui il vecchio accordo continuerà a operare in regime di prorogatio. Il 4 ottobre 2005, infine, le parti hanno stipulato un nuovo accordo, foriero di importanti innovazioni, tra cui la ridefinizione della struttura del salario, che prevede ora una parte variabile, performance-related, che non può superare tuttavia il 50% della parte fissa (9).


c) Il nodo del ruolo della Lega calcio. Si è già detto del ruolo ambivalente delle leghe professionistiche e del grande rilievo economico delle attività legate alla gestione dei diritti televisivi. Va detto che tali attività rivestono anche un’importanza strategica, in quanto finanziano il cosiddetto “sistema di solidarietà”, tramite il quale la Lega calcio garantisce una redistribuzione delle risorse tra le società di Serie A e B, le società delle serie minori e le altre componenti del sistema sportivo, nel rispetto dei principi di mutualità sanciti dal diritto sportivo. Parlare solo della gestione dei diritti televisivi, tuttavia, significherebbe non rendere merito al ruolo svolto dalla Lega calcio nella composizione degli interessi. Quel che preme sottolineare qui è però come l’esistenza di un sistema redistributivo gestito in modo unilaterale riveli una dipendenza di fatto del sistema sportivo italiano dal calcio e come ciò aumenti ulteriormente il peso politico della stessa Lega calcio.


5. La crisi del calcio italiano: un problema di governance
Alla base della crisi del calcio italiano è possibile identificare tre ordini di problemi, rispettivamente di etica, regole e governance. La variabile etica non è controllabile se non in modo indiretto, agendo cioè sulle condizioni strutturali che possono favorire comportamenti illeciti. Per quanto riguarda le regole, per superare una fase di anomia non è sufficiente riscriverle, è altrettanto importante restituire legittimità e autorevolezza alle istituzioni che devono farle rispettare. In conseguenza della crescente complessità del sistema calcio, è tuttavia necessario assumere una prospettiva d’analisi più ampia. Ciò significa impostare il problema in termini di governance e, quindi, abbandonare l’idea di un governo centralistico del calcio, ridefinire il ruolo degli attori istituzionali (in primis quello delle leghe), valorizzare i meccanismi di regolazione associativa e introdurre elementi di reciprocità che possano favorire la produzione di fiducia e il ripristino di un clima di lealtà e cooperazione. In sostanza, si tratterebbe di modificare un modello organizzativo e un sistema di rappresentanza degli interessi che hanno mostrato di non reggere all’irruenza del mercato, ma anche di innovare i processi decisionali, ad esempio istituzionalizzando ed estendendo il metodo concertativo, sviluppando la contrattazione collettiva e sostenendo quelle pratiche di collaborazione interorganizzativa che già in passato hanno dato buoni frutti. Si tratterebbe cioè di realizzare un ampio processo di riforma sostenuto e legittimato da un ampio consenso.


NOTE
(1) Cfr. Agcm (2006), IC27. Settore del calcio professionistico.
(2) Il nuovo statuto è stato approvato dall’assemblea federale del 22 gennaio 2007.
(3) L’interpretazione giurisprudenziale della legge 280/2003 ha sanzionato l’illegittimità del vincolo di giustizia – che precludeva ad affiliati e tesserati la possibilità di impugnare i provvedimenti del Coni e delle federazioni sportive innanzi agli organi giurisdizionali dello Stato, pena l’irrogazione di sanzioni disciplinari – e ha introdotto un principio di rilevanza, in base al quale sono impugnabili innanzi al giudice amministrativo i provvedimenti che presentino una rilevanza “esterna” all’ordinamento sportivo. Al proposito, cfr. Lubrano, E. (2005), Il Tar Lazio segna la fine del vincolo di giustizia. La Figc si adegua, in Rivista di diritto ed economia dello sport, 1: 2, pp. 21-37.
(4) In particolare, il legislatore ha avvertito l’esigenza di formalizzare il ruolo dell’Antitrust come autorità garante del mercato televisivo (legge 78/1999).
(5) Il Coni riconosce una sola federazione nazionale per ciascuno sport.
(6) La Lpsc (Lega professionisti Serie C) inquadra invece le squadre di Serie C1 e C2.
(7) Amato, P., Sartori, S. (2006), Gli effetti del nuovo accordo collettivo sul rapporto di lavoro del calciatore professionista. Primi commenti e principali innovazioni rispetto al testo 1989/1992, in Rivista di Diritto ed Economia dello Sport, 2: 1, p. 79.
(8) Esso garantisce la copertura delle spese per l’assistenza sanitaria e l’assicurazione contro malattie e infortuni, a carico della società, e regola le procedure per il pagamento dei contributi ai fini previdenziali (due terzi a carico della società, un terzo dell’atleta) e dell’indennità di fine carriera (parte di retribuzione differita sul modello del Tfr).
(9) Per una trattazione estensiva degli effetti dell’accordo, cfr. Amato e Sartori (2006), cit.

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