Segretaria la Cgil ha sollevato problema dell’aumento delle ore di Cig straordinaria. Qual è la situazione?
Già nel 2024, dopo il ribalzo post covid, c’è stato un incremento delle ore di cassa integrazione ordinaria. Lo scorso anno si è ridotta la Cig ordinaria, ma è raddoppiato l’uso di quella straordinaria, passando da 7.703.933 ore autorizzate nel 2024 a 14.721.398 ore del 2025. Una tendenza che ci racconta non di un fenomeno temporaneo ma strutturale. Aumentano i licenziamenti, individuali e collettivi. Crescono le cessazioni per fallimento, e molti gruppi o fondi stranieri prima presenti sul territorio decidono di andare via. Metalmeccanica, siderurgia, automotive, con tutte le aziende della componentistica che esportano molto in Germania, sono i settori più interessati. Ma anche la stessa moda sta avendo difficoltà, soprattutto l’artigianato e le piccole imprese, e non va bene nemmeno il commercio, specie l’abbigliamento, come dimostra la crisi di Coin.
L’occupazione come sta rispondendo?
A gennaio i dati ci dicono di un saldo negativo delle assunzioni di 2.800 mila unità, quando nello stesso mese del 2025 la flessione si era fermata a un meno 700. Diminuiscono anche i contratti a tempo indeterminando, registrando un -2mila. Ovviamente abbiamo ancora tassi di occupazione più che buoni, ma è chiaro che i segnali non sono incoraggianti. C’è molta mobilità ma il cambio di occupazione nella maggior parte dei casi porta con sé un peggioramento delle condizioni e del salario.
L’alta mobilità permette alle aziende di trovare tutta la manodopera della quale necessitano?
Le imprese fanno molta fatica a trovare personale. Questo ci impone di ripensare anche i flussi migratori perché questa carenza non potrà essere compensata con la nostra demografia. Il polso della situazione ce lo da il fatto che cresce il numero degli over 50enni nel mercato. E se guardiamo ai trend gli over 65 sono passati dal 19 al 25% nell’arco di vent’anni, e nel 2050 saranno il 35% del totale della popolazione. Inoltre i nostri giovani sono più propensi a spostarsi in altre regioni o all’estero, rispetto a quelli di altre zone d’Italia, e questo soprattutto tra le donne che sono le più formate e istruite.
Che interventi occorrono?
Servono politiche industriali strutturate che anche per il territorio devono essere pensate in chiave nazionale se non addirittura europea. La nostra regione ha bisogno, inoltre, di processi di reindustrializzazione alla luce delle difficoltà che sta vivendo l’automotive o il distretto della concia. Dobbiamo riqualificare i nostri lavoratori, per metterli nella condizione di trovare nuova occupazione di qualità, così come dobbiamo aiutare le nostre imprese nei processi di innovazione e di transizione. Per molto tempo si è detto che piccolo è bello, ma oggi questo non è più vero se si vogliono governare le trasformazioni in atto. Per questo serve una vera e propria agenzia di sviluppo, un luogo di partecipazione delle parti sociali e di elaborazione di indirizzi e progetti, con la collaborazione del sistema universitario e dei centri di ricerca, in grado di sviluppare una visione strategica, dentro cui collocare l’utilizzo delle risorse europee e di altre possibili linee di finanziamento e fondi. Un’agenzia che dovrebbe avere il compito di analizzare il tessuto produttivo e dei servizi del Veneto, per individuare i settori strategici e favorire la collaborazione tra imprese.
Restando sul fonte finanziamenti, a breve terminerà il Pnrr. Questo vi preoccupa?
Bisogna dire che per certi capitoli la nostra regione vanta delle buone performance di spesa. La medicina territoriale e di prossimità, le risorse per le politiche attive sono solo alcune di queste voci. Certo poi bisognerà vedere se le risorse del patto Gol avranno raggiunto effettivamente i loro obiettivi. Quello che però preoccupa maggiormente è che da due anni il nostro Pil è al di sotto di quello nazionale. Immaginiamo che percentuali avrebbe toccato senza i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza.
Da poco si sono concluse le Olimpiadi e a breve inizieranno i Giochi paralimpici. La manifestazione che impatto ha avuto sul tessuto sociale e lavorativo del Veneto?
È innegabile che le Olimpiadi abbiano portato risultati sportivi importanti e visibilità al nostro territorio. Ma per altri aspetti vedo più ombre che luci.
Perché?
Se guardiamo alle grandi opere molte non sono state completate prima dell’inizio dei Giochi, penso alla viabilità nell’area del bellunese. L’apparato di sicurezza ha un po’ paralizzato la vita quotidiana delle nostre comunità, che non hanno potuto partecipare all’evento come avrebbero dovuto. I prezzi proibitivi, un’organizzazione e una logistica non sempre efficiente hanno costretto le persone a vedere le gare dalla tv. Le scuole non sono state interessante ed è mancato il coinvolgimento di molti giovani. Molte strutture recettive non erano piene come ci si attendeva. Resta l’interrogativo di quale sarà il futuro delle opere realizzate, se il loro destino non sia quello di diventare cattedrali nel deserto. Ad esempio a Borca di Cadore è presente il villaggio turistico realizzato dall’Eni. Una struttura che poteva essere riqualificata e riusata. Invece si è deciso di costruire un nuovo villaggio olimpico. E poi c’è la nota dolente del lavoro.
Che cosa è emerso?
Nei diversi controlli condotti dall’Ispettorato nazionale del lavoro sono emerse molte irregolarità. Quello che gli ispettori hanno riscontrato sono difformità tra il contratto applicato e la mansione svolta, una forte presenza di lavoro grigio, poca attenzione alla salute e sicurezza dei lavoratori, il non rispetto delle ore di lavoro che ha portato a turni massacranti. Tristemente emblematico è il caso di Pietro Zantonini, il vigilante di un cantiere delle Olimpiadi, morto la notte dell’8 gennaio a Cortina dopo un turno notturno per l’eccessivo freddo.

























