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Home - Approfondimenti - Analisi - Esiste una cultura? Esistono le condizioni?

Esiste una cultura? Esistono le condizioni?

18 Luglio 2008
in Analisi

di Mario Ricciardi, Università di Bologna

Il tema della partecipazione non ha avuto molta fortuna dalle nostre parti. Fatta eccezione per alcuni studiosi, soprattutto di area Cisl, che si sono dedicati seriamente ad approfondirlo, le discussioni che si sono episodicamente svolte in materia hanno visto per lo più fronteggiarsi i “buoni”/partecipativi e i “cattivi”/conflittuali, con tutt’al al più qualche escursione di taglio comparato per insaporire il piatto. Dopo di che, il tema è regolarmente ricaduto nell’oblio.
Non vi sono argomenti inoppugnabili per ritenere che la fiammata d’interesse che sembra nuovamente circolare intorno  alla questione non sia destinata a fare la stessa fine. Vi è però, a differenza di altre volte, un dato di contesto generale che potrebbe focalizzare sull’argomento un’attenzione più approfondita del solito. Il fatto è che i meccanismi di aggiustamento del mercato globale sono  entrati in una crisi di dimensioni inquietanti. Evocare la partecipazione  può essere dunque un modo non solo per sottolineare l’urgenza di uno sforzo comune per fronteggiarne le conseguenze, ma perfino per evitare o attutire le possibili soluzioni unilaterali/autoritarie (limitate al campo delle relazioni industriali, ma non solo) che potrebbero accompagnare la crisi, e che non è detto siano fronteggiabili, in una  situazione di indebolimento delle organizzazioni sindacali, con le armi del conflitto.

Il fatto è, comunque, che la questione è molto complessa. Anche dal punto di vista lessicale, parlare di partecipazione significa evocare non un modello, ma una scala di modelli possibili, più o meno forti, più o meno istituzionalizzati, più o meno e diversamente connessi con il sistema contrattuale, che esistono o sono esistiti in giro per il mondo. Non è un caso che la stessa Ue, che pure si è misurata a più riprese con la questione, abbia sempre proceduto con i piedi di piombo, cercando di sollecitare e sostenere esperienze di partecipazione, ma senza mai provare ad imporre davvero un “proprio” modello.
In Italia, il tema ha attraversato diverse stagioni. Perfino nei rigidi anni cinquanta si ricordano esperienze di partecipazione ascrivibili alle poche storie di “paternalismo illuminato” che, come l’isola ferdinandea, emergevano per poi subito inabissarsi. Si ricorderà il caso della “partecipazione mista” alla Bassetti, studiata da U. Romagnoli in un protostudio di relazioni industriali, e, ben più noto e più vasto, il caso Olivetti, e il generoso tentativo del Movimento Comunità, rievocato in un bel libro recente da G.Berta.


Negli anni settanta, l’impatto tra l’espansione del potere sindacale e  le prime avvisaglie della crisi  produssero quel sistema di informazioni contenuto nelle prime parti dei contratti che ci si affrettò a battezzare pomposamente “democrazia industriale all’italiana” Pochi anni dopo, quando la crisi industriale aveva già prodotto lo scontro dell’autunno 80 alla Fiat, e di lì a poco le alterne vicende della concertazione (questa sì) “all’italiana”, il protocollo Iri tentò di creare un modello di relazioni industriali nel quale la trasparenza e un certo grado di partecipazione avrebbero dovuto garantire una gestione non conflittuale della ristrutturazione del gruppo. Si trattò, come è noto, di tentativi rimasti largamente sulla carta.
Più efficace sarebbe stato, secondo studiosi come M.Regini, l’effetto che un certo clima concertativo determinatosi negli anni ottanta avrebbe disseminato a livello aziendale, creando in varie imprese forme di microconcertazione per lo più informale, sviluppatesi attraverso la contrattazione collettiva e le relazioni con il personale
Risale all’inizio degli anni novanta il tentativo forse più robusto di innescare prassi partecipative a livello aziendale. Si tratta, come è ben noto, di quella parte del protocollo del 23 luglio 1993 in cui si disegna un modello di contrattazione aziendale che sembra non poter funzionare senza un buon grado di coinvolgimento e partecipazione.
Del resto,  negli anni novanta non sono mancati neppure tentativi di creare sistemi piuttosto istituzionalizzati di partecipazione aziendale. Il caso Zanussi è certamente quello più noto, con le sue ambizioni forti non meno che con le sue delusioni.  Verso la metà degli anni novanta un percorso in parte analogo si cercò di iniziarlo in Tim, e qui la parabola fu ancora più breve e deludente per chi aveva cercato di aiutare a farla nascere.


Quale lezione si può trarre dagli avvenimenti che abbiamo così sommariamente ricordato?. Ciò che emerge con nettezza nell’esperienza italiana è la  difficoltà di creare forme stabili, se non istituzionalizzate, di partecipazione dei lavoratori alla vita delle loro aziende. Difficoltà in parte dovuta alla difficile integrabilità/convivenza tra partecipazione e contrattazione, in parte  alla bassa predisposizione del management e dei sindacati ad andare oltre forme di “tregua armata”,  in parte attribuibile, infine, all’assenza, non casuale, di un quadro normativo capace di sostenere, consolidandole,  le forme di partecipazione esistenti. Le tormentate esperienze che abbiamo menzionato hanno forse lasciato, in alcune situazioni, una scia di maggiore trasparenza  delle scelte aziendali. Nel complesso, tuttavia, i tentativi di dare maggior forza e stabilità alla partecipazione sono stati  affidati alle non irresistibili iniziative del management, e alle episodiche alleanze con parte dei sindacati e/o con settori dei dipendenti. La sensazione tuttavia è che la debolezza della partecipazione non vada attribuita soltanto all’assenza di un guscio istituzionale capace di darle stabilità , ma soprattutto alla troppo debole volontà delle parti di  creare una motivazione forte e reale a partecipare, un’assenza di vantaggi visibili, tali da evitare di dare ragione alla litania sessantottina sulla partecipazione subalterna: je partecipe, tu partecipes, il partecipe…ils profitent. A soffocare nella culla la partecipazione è  stato, insomma anche il fatto che essa è stata, e continua ad essere, percepita come un fatto lontano e distante dalle esigenze concrete di coloro che dovrebbero partecipare


Vale dunque  la pena di continuare ad insistere su questa strada? Probabilmente sì, non fosse altro che per le ragioni accennate all’inizio. Per farlo,  occorre certamente creare strumenti istituzionali che incentivino e rendano credibile e conveniente la partecipazione, a partire da quelli già esistenti, nell’armamentario comunitario e in quello contrattuale. Ma il problema va appunto oltre il consolidamento del “guscio”. Il problema  per il consolidarsi di un sistema, ma ancor più di una cultura partecipativa, è quello di creare vantaggi visibili per chi partecipa, innanzitutto sotto forma di un ridursi dell’instabilità e dell’incertezza determinate dalla crisi e dall’instabilità dello sviluppo.
 Su tutto aleggia tuttavia una domanda: è possibile che questo accada, in un sistema  come quello italiano nel quale il dialogo sociale è perennemente a rischio, le divisioni tra i sindacati sembrano rispecchiare ancora quelle degli anni cinquanta, e i giovani industriali (!) di Confindustria avanzano proposte che farebbero fremere di gioia il vecchio Angelo Costa?

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