Nell’era dei populismi tutto può succedere. Può accadere che Elly Schlein faccia il tifo per il fascista Roberto Vannacci. E che, questo è ancora un inedito, Giorgia Meloni si trasformi nella cheerleader del Che Guevara de’ noantri, al secolo Alessandro Di Battista. Futuro nazionale, infatti, sia con l’attuale legge elettorale, sia con il Melonellum che arranca tra agguati in Parlamento, potrebbe far perdere il centrodestra. E Schierarsi (così si chiama l’associazione fondata dall’ex parlamentare grillino) potrebbe spingere il centrosinistra verso lo stesso nefasto destino.
Ma andiamo con ordine. Da qualche mese, da quando Vannacci e la sua “feccia” (il copyright è dell’ex generale) hanno cominciato a scalare i sondaggi, a destra è esploso il panico. Con Futuro nazionale fuori dalla coalizione, il centrodestra infatti è dato perdente: alle elezioni il movimento neofascista farebbe vincere Schlein & Co. Lo scenario cambierebbe se Vannacci venisse inglobato nel centrodestra. Questo permetterebbe a Meloni di battere la sinistra nei collegi uninominali maggioritari, se restasse l’attuale Rosatellum. E di arrivare prima anche se fosse approvato il Melonellum, che abolisce i collegi e assegna un premio di maggioranza ampio alla coalizione che supera il 42% dei voti.
Le controindicazioni sono però molto numerose. Più numerose, forse, dei benefici. La prima: Meloni sarebbe costretta ad ancorarsi ancora di più a destra per marcare l’ex generale (la richiesta della grazia a favore del gioielliere pistolero Mario Roggero è la dimostrazione plastica di questa strategia), ma rischierebbe di perdere i voti dei moderati, inorriditi dall’alleanza con chi flirta con Vladimir Putin, vuole la deportazione di massa dei migranti, la segregazione degli omosessuali, le classi differenziate per i disabili. La seconda: Forza Italia, su indicazione di Marina Berlusconi, potrebbe essere tentata di uscire dalla coalizione per provare a far nascere un Centro autonomo e forte. La terza: la Lega di Matteo Salvini, senza poter lanciare appelli al voto utile (della serie: “Non votate per Vannacci, fa vincere la sinistra”) verrebbe dissanguata del tutto. E già ora è stata superata da Futuro nazionale. La quarta controindicazione: se l’armata Brancameloni dovesse prevalere nelle urne, l’Italia si ritroverebbe Vannacci agli Esteri o alla Difesa. Non il massimo per un Paese (finora) saldamente europeista e (almeno formalmente) antifascista.
Quando si parla di Di Battista, invece, non si esplora l’ipotesi di un’alleanza con il centrosinistra. L’ex parlamentare grillino si dipinge come un “anti-sistema” e ha garantito ai suoi seguaci che “mai e poi mai” si schiererebbe con il Pd. E c’è da credergli. Da qui il tifo forsennato di Meloni per Dibba. Lui, per la verità, non ha ancora deciso cosa fare da grande. Sembra stia svolgendo “riflessioni molto approfondite”. Ma come dice il sondaggista Antonio Noto a Il Diario, “se a sinistra dovesse nascere un nuovo partito fuori dalla coalizione del Campo largo, si riequilibrerebbe l’effetto che Vannacci ha a destra”.
Insomma, l’ex generale sfilerebbe voti al centrodestra e Di Battista li soffierebbe al centrosinistra. Una situazione che potrebbe innescare l’ormai famoso “Pareggione”. Vale a dire: nessun vincitore alle elezioni e da qui la nascita di un governo di unità o di emergenza nazionale. La “palude” che tanto atterrisce Meloni e Schlein ma che invece piace a Marina Berlusconi, Carlo Calenda e, c’è da giurarci, Matteo Renzi.
Noto non si limita a valutare l’effetto-Di Battista. Analizza altri dettagli delle conseguenze dell’eventuale “discesa in campo” di Schierarsi. “Se davvero nascesse a sinistra un nuovo movimento”, afferma il sondaggista, “l’effetto calamita sarebbe forte. A sostegno Di Battista accorrerebbero con ogni probabilità anime inquiete dei Cinquestelle come Chiara Appendino e Virginia Raggi. Schierarsi diventerebbe una riedizione del primo grillismo, quello duro e puro. E una forza politica di questo genere potrebbe raccogliere non pochi voti. Un po’ ciò che accade con Vannacci a destra”.
A pagare il prezzo più alto di questa operazione sarebbero, naturalmente, i 5Stelle di Giuseppe Conte. Ma anche il Pd e Avs, si diceva, verrebbero trascinati verso la sconfitta. Non solo. Il partito di Di Battista potrebbe avere effetti ancora più devastanti per Conte, Schlein, Bonelli e Fratoianni, se Beppe Grillo dovesse vincere la battaglia legale per riprendere possesso del simbolo 5Stelle. “In questo caso”, osserva ancora Noto, “per il centrosinistra sarebbe come una tempesta perfetta: potendo utilizzare il vecchio marchio grillino, Di Battista sicuramente supererebbe la soglia del 3% e farebbe tanti danni quanto Vannacci ne fa a destra”.
Per i cultori della materia e per gli studiosi dei movimenti populisti, è arrivato il momento di correre a comprare i pop-corn e di mettersi in poltrona a gustarsi il nuovo film horror.
Alberto Gentili





























