A dispetto dell’ottimismo alimentato dai sondaggi e dal governo di Giorgia Meloni in briciole su ogni dossier, la questione nel centrosinistra si sta facendo seria. Più si avvicinano le elezioni, ormai date per “molto probabili” nella prossima primavera, più aumenta il caos. Se a destra, nonostante le profonde divisioni, è chiaro a tutti che sarà la premier a guidare la coalizione, a sinistra si vive un feroce psicodramma.
A meno di un anno dal voto, nessuno sa chi sarà il candidato premier. Elly Schlein, con la tattica dell’opossum (‘sto ferma, mi fingo morta, alla fine gliela faccio vedere io’), attende il momento giusto per mettere le mani sul bastone del comando. Giuseppe Conte, al contrario, ha già cominciato a lavorare ai fianchi la segretaria dem, ed è convinto che l’avrà vinta lui. Il problema, per entrambi, è che giorno dopo giorno si ingrossa l’esercito che invoca la “discesa in campo” di un Romano Prodi 3.0. Perché Elly, a giudizio di molti, sarebbe troppo radicale e non avrebbe il carisma, né lo standing, per far vincere il Campo largo. Perché Conte apparirebbe troppo… grillino, troppo populista, dunque non riuscirebbe mai a convincere i moderati e la maggioranza degli elettori dem a votare per lui. Servirebbe, insomma, un “terzo nome” capace di far felici tutti.
Il problema di Schlein e Conte è che su questa linea…terzista non è schierato solo il minestrone di partitini di Centro (Matteo Renzi, Ernesto Maria Ruffini, Riccardo Maggi di +Europa, Alessandro Onorato e i suoi civici, etc), ma anche esponenti di peso del Pd. Gente come Dario Franceschini e Goffredo Bettini, Lorenzo Guerini e Stefano Bonaccini, solo per fare qualche nome. Tutti a dire, nei conciliaboli e nei vertici carbonari, che “Elly non è adatta”, “Con Elly non si vince”, “Giuseppe è inaffidabile”, “Con Giuseppe si finisce male”.
Così, come accade da qualche tempo, cresce il numero di fan di Silvia Salis. A Reggio Calabria, nonostante la ritrosia della sindaca di Genova (“Non sono interessata, ho promesso ai genovesi che resterò a fare il sindaco…”, ma in pochi ci credono), è nato addirittura un comitato guidato dall’economista e sociologo Tonino Perna. Nome: “Cum grano Salis”. Come dire, serve intelligenza e buonsenso per non lasciare il Paese a Meloni e impedirle di scalare anche il Quirinale tra tre anni. “La nostra iniziativa è autonoma, non abbiamo ancora discusso con Salis”, spiega Perna, “e sappiamo che per farla procedere ci sarà molto da lavorare. Ma abbiamo deciso di lanciare un sasso nello stagno del centrosinistra. Molti elettori del Pd non voterebbe mai una coalizione guidata da Conte. E viceversa, molti del M5s non voterebbero proprio, se a guidare l’alleanza fosse Schlein. Salis può essere un’alternativa per molti. Comunque avrebbe il merito di allargare la proposta del centrosinistra”. Una tesi sostenuta anche da Renzi e da altri centristi. Il problema: disegnare e strutturare una road map credibile per superare le resistenze della sindaca (impresa non impossibile…) e far fuori Schlein e Conte.
Nel Pd, si diceva, nell’impresa si stanno cimentando in tanti. Raccontano che Franceschini, che pure è stato tra i registi della scalata di Elly alla segreteria, per convincerla a compiere un “passo di lato”, abbia provato a spiegarle che in caso di vittoria potrà fare tutto, a cominciare dal ministro degli Esteri. E che comunque sarebbe lei a dare le carte per il futuro presidente della Repubblica. Ma niente. Schlein resiste. Negli ultimi giorni, per provare a dimostrare di essere in grado di governare, ha messo nero su bianco che con lei al governo l’Italia continuerà a sostenere “l’Ucraina con tutti i mezzi necessari”. Una posizione decisamente coraggiosa per chi ha sempre flirtato con il mondo pacifista, ma che ha dato slancio alla campagna di Conte contro le spese per la difesa.
Già perché l’ex premier, per mettere in difficoltà la sua avversaria, ha deciso di puntare proprio sul “no al riarmo” e il rifiuto di sostenere l’Ucraina, per rastrellare consensi anche nel campo dem, soprattutto nell’ala sinistra del Pd. Quella della segretaria. E ha già il sostegno, su questa linea, dell’Alleanza Verdi e Sinistra di Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. Il tutto con il rischio (concreto) di far implodere la coalizione prima del tempo.
In questo schema, mentre Salis sfoglia la margherita (‘accetto l’invito a candidarmi o resto a Genova?’), Conte vuole le primarie “a ogni costo”: “E’ l’unica soluzione plausibile, non ci inchineremo mai al Pd”, continua a ripetere Giuseppi, convinto com’è di battere Elly nella sfida dei gazebo, grazie a un “ampio consenso trasversale”
Schlein, invece, preferirebbe adottare il metodo del centrodestra, dove diventa premier il leader del partito che prende più voti. Ma anche Elly in fondo, per evitare gli agguati del dopo voto, i caminetti segreti e le trame di Palazzo, sarebbe pronta a misurarsi con Conte alle primarie. Così, i due leader del centrosinistra, paradossalmente e inevitabilmente, sono silenziosi sostenitori di una parte della nuova legge elettorale del centrodestra. La porzione del Melonellum che, appunto, prevede l’indicazione del candidato premier in calce alla presentazione delle liste della coalizione. Una norma studiata apposta da Meloni per far dilaniare il centrosinistra in uno scontro sanguinoso. Ma utile, a Elly e Giuseppi, per dribblare le velenose nebbie post elettorali in caso di vittoria della sinistra.
Alberto Gentili



























