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Home - Approfondimenti - Analisi - Le ragioni di una riforma necessaria

Le ragioni di una riforma necessaria

5 Ottobre 2007
in Analisi

di Franco Lotito, presidente Civ Inps

 Molto presto il ministro del Lavoro dovrà mettere mano al riordino degli enti previdenziali. Dovrà farlo per ragioni di ordine generale (la contiguità tra il discorso dei costi della politica e le problematiche del riordino è del tutto evidente) e poi perché il protocollo interconfederale sottoscritto lo scorso 23 luglio dal Governo e dalle parti sociali ha attivato obblighi ben precisi.
 Come è noto, quell’accordo prevede tra le altre cose che una quota del finanziamento necessario a coprire i costi della “modulazione” del c.d. scalone debba essere ricavata dai risparmi di spesa a carico degli enti previdenziali. Le sinergie dunque, cioè la razionalizzazione dei servizi e delle strutture da allestire realisticamente in un arco di tempo medio-breve e dalle quali ricavare un volume finanziario dell’ordine di 3.5 miliardi di euro.
 Non è certo la prima volta che si fa il discorso delle sinergie (un protocollo di impegni sottoscritto dai vertici di Inps, Inail ed Inpdap risale addirittura al novembre del 1998). Questa volta però la musica si annuncia molto diversa. Nel protocollo infatti c’è una clausola-catenaccio che rende di fatto vincolante l’operazione laddove fissa al 2011 una verifica dello stato di avanzamento delle realizzazioni; in assenza delle quali, i mancati risparmi da sinergie dovrebbero essere compensati da un aumento della contribuzione a carico dei lavoratori.
 Di fronte ad un vincolo di questo genere non vedo proprio chi possa assumersi, davanti ai lavoratori ed al paese, l’onere politico di un fallimento dell’operazione.
 Tuttavia la realizzazione delle sinergie, ancorché vincolata all’obiettivo del risparmio, non può essere concepita come un’operazione “neutra” rispetto al problema più generale dell’assetto degli enti previdenziali. C’è anzi da considerare il rischio che essa potrebbe addirittura produrre effetti profondamente distorsivi, (e persino costi aggiuntivi) se da subito non fosse concepita come la indispensabile premessa di un disegno di riordino complessivo dell’assetto previdenziale pubblico.
 In altri termini, se l’obiettivo vero è il riordino, di cui le sinergie sono solo un aspetto, occorre una motivazione più forte e più vasta di quella – pure importante – della riduzione dei costi. Del resto, sui bilanci degli enti previdenziali c’è ben poco da dire, se non che sono a posto, sia sotto il profilo amministrativo sia sotto quello finanziario, mentre i costi vivi di gestione sono da tempo oggetto di una severa azione di contenimento mercé il blocco dei concorsi per nuove assunzioni ormai in atto da 7 anni, il taglio alle spese degli organi, prescritto una prima volta con la Finanziaria 2005/2006, poi ancora con il c.d. decreto Bersani e da ultimo con la Finanziaria 2006/2007. Come se non bastasse, le forze del Civ dell’Inps hanno preso di petto il problema dei Comitati che operano sul territorio ed in sede centrale dell’istituto, proponendo una riforma davvero radicale, che il ministro del Lavoro ha fatto sua, con la quale il numero complessivo dei componenti viene ridotto di ben quattromila unità passando dagli attuali seimila a duemila componenti (proprio così).
 Tutto questo deve essere detto con chiarezza e premesso a qualsiasi discorso sulla riforma dei costi, a tutela dal rischio di veder trascinati gli enti previdenziali nel gorgo delle polemiche sulle caste e sui costi della politica.
 Le ragioni del riordino stanno altrove, e la pista da intraprendere è quella che conduce alla necessità di porre mano al pluralismo – oggettivamente ridondante – degli enti. Detto ancora più chiaramente, 6 enti pubblici di assistenza e previdenza sono troppi.


Le motivazioni di fondo del riordino
 Il ventesimo secolo si è portato via con sé tante certezze e buona parte delle categorie interpretative della realtà sociale. Per dire: i sistemi di welfare – nati nell’epoca del fordismo dominante per proteggere l’operaio-massa da un eccessivo sfruttamento dal suo lavoro – debbono ripensare a fondo i fabbisogni di tutela ed i nuovi diritti di cittadinanza che si affermano in una società sempre più segnata dalla flessibilità del lavoro, dall’immigrazione, dalla questione generazionale e dalle diversità di genere. Nelle nuove condizioni date, le funzioni pubbliche poste a presidio della coesione sociale, cambiano, anzi debbono cambiare.
 Alla sfera previdenziale/assistenziale tocca l’onere di rappresentare le aspettative crescenti di tutela, di servizi e di prestazioni sociali e contemporaneamente le ragioni della sostenibilità economica della spesa sociale. Così essa diventa nei fatti il luogo decisivo in cui “Economia” e “Società” si confrontano e misurano il loro rapporto di forza, sapendo comunque che debbono trovare un compromesso, un equilibrio fra le ragioni dell’una e dell’altra per assicurare insieme sostenibilità e coesione sociale.
 Ma se questo è il contesto, allora è evidente che il sistema previdenziale non può essere pensato come una mera agenzia per l’erogazione di servizi sociali, indifferente al problema della sua frammentazione in più enti, bensì come vero e proprio sistema integrato, capace di unificare e di gestire organicamente i sistemi di welfare.
 Questo dunque è lo scenario di una riforma necessaria del sistema di previdenza ed assistenza. Ed è a questo punto che occorre una proposta. Eccola.
Una proposta concreta
 Il riordino degli enti deve dare luogo – a regime – a due grandi Poli entro cui riorganizzare le missioni istituzionali, le competenze e le risorse attualmente distribuite nei 6 enti pubblici. Intorno all’Inps dovranno essere riorganizzate quelle che fanno riferimento alla sfera previdenziale/assistenziale; intorno all’Inail quelle riferite alla sfera assicurativa e di tutela della salute sui luoghi di lavoro.
 Il piano industriale che il Governo è chiamato a predisporre entro la fine del corrente anno deve essere concepito come un processo la cui efficacia deve essere basata sulla certezza delle tappe intermedie, delle tempistiche, degli strumenti, delle responsabilità politiche. Per avere un’idea apprezzabile di questo processo, lo si deve necessariamente immaginare articolato per fasi.
 La prima fase del riordino non può che essere segnata dalla progettazione e dalla realizzazione delle sinergie. Le principali dovrebbero essere:
a) l’unificazione delle sedi sul territorio  e la costituzione di un patrimonio immobiliare comune;
b) l’armonizzazione/unificazione delle piattaforme informatiche;
c) l’unificazione delle funzioni di avvocatura, di vigilanza e dei servizi di medicina;
d) l’unificazione dei collegi sindacali (attualmente il totale dei sindaci impegnati nei 6 enti presi in considerazione dal processo di riordino è di 34 unità);
e) l’adozione di politiche del personale omogenee che permettano il ricambio occupazionale e la riduzione – mediante turn over – del volume complessivo degli organici.
 Il problema della responsabilità esecutiva delle sinergie potrebbe essere risolto adottando una proposta avanzata da un gruppo di docenti dell’Università Roma Tre secondo la quale verrebbe allestita una “cabina di regia” composta dagli organi di vertice dell’Inps, dell’Inail e dell’Inpdap, presieduto dal ministro del Lavoro.
 La seconda fase del processo deve mettere in cantiere la riforma della governance duale; che per essere veramente tale deve essere modellata sulla personalità giuridica dei due Poli in via di costituzione e sulla base di tre principi fondamentali:
–  la riconferma della natura degli enti previdenziali quali aziende sociali cioè partecipate dalle rappresentanze sociali del mondo del lavoro;
–  la riconferma della validità di fondo del principio di separazione delle funzioni di indirizzo da quelle gestionali;
–   la riconferma e la valorizzazione dell’autonomia gestionale degli Enti.
 Guidata da questi principi, la riforma della governance duale dovrebbe dar luogo ad un assetto molto più semplice e snello, confermando e rafforzando i poteri di indirizzo di un Civ ancorché ridotto nella sua composizione numerica, concentrando i poteri gestionali nella figura di un direttore generale che presiede un Consiglio di gestione composto esclusivamente dal management degli Istituti, superando l’attuale Consiglio di amministrazione, riducendo e semplificando le funzioni di controllo contabile. I benefici di questa soluzione sono del tutto evidenti: superamento delle pletoricità e delle ridondanze, accorciamento della catena di comando, maggiore efficacia decisionale e – tanto per restare in tema – una sostanziale riduzione dei costi.
 La realizzazione delle sinergie e la predisposizione della riforma della governance duale spalancherebbe finalmente le porte alla terza fase; quella conclusiva nella quale la costruzione dei due Poli prende forma procedendo al rimodellamento ed alla polarizzazione delle competenze e delle missions, come si è già detto, intorno all’Inps quelle di carattere previdenziale/assistenziale, integrando questo polo con l’Inpdap al quale fanno capo tutti i dipendenti dello Stato. Intorno all’Inail quelle che riguardano le funzioni di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori sui luoghi di lavoro.
 Il processo potrà dunque dirsi compiuto quando sarà stata realizzata l’unificazione delle direzioni centrali e delle sedi territoriali, l’unificazione delle piante organiche e la ricostituzione dei nuovi organi di vertice sulla base del nuovo sistema di governance duale.
 A questo punto, ed in una sede come questa, sarebbe forse eccessivo dettagliare  la scansione temporale di queste tre fasi. Ma non c’è dubbio che il processo di riforma sarà veramente tale solo se avrà un “progettista” che si assume la responsabilità del progetto (e questo non può essere che il Governo), una base di consenso politico e sociale solida ed ampia (che può essere assicurata soltanto dalla parti sociali), una data di start-up (e quando mai se non il gennaio del prossimo anno?), infine una data in cui viene tagliato il nastro.
 Il protocollo del 23 di luglio da 4 anni di tempo per mandare a regime i risparmi sui costi. Se la volontà riformatrice è forte e se le responsabilità politiche sono chiare, non è detto che i tempi della riforma e del riordino debbano essere altrettanto lunghi. Anzi……..


        

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