di Giorgio Santini, segretario confederale CISL
In questi ultimi tempi tende a riproporsi il dibattito sul rapporto tra il processo costituente del Partito democratico ed una possibile ripresa del processo di unità sindacale, nonché sul rapporto che il nuovo partito avrà con il mondo del lavoro. E’ stato per primo Bruno Trentin, ormai due anni fa, a proporre un parallelo tra il processo federativo (allora non ancora definitivo) in corso tra democratici di sinistra e Margherita e quello che caratterizzò i sindacati dei metalmeccanici negli anni settanta con la costituzione della Flm. In realtà un pronunciamento aperto rispetto alla costituzione del Partito democratico da parte della confederazioni sindacali storicamente più attente all’autonomia, come la Cisl, è reso problematico proprio dal fatto della volontà di attenersi fedelmente a questo principio e a non interferire con le scelte più direttamente politiche. Per la Cgil un pronunciamento appare problematico per il motivo opposto e cioè per le inevitabili lacerazioni interne che produrrebbe, dopo le divisioni che si sono prodotte nel maggiore partito della sinistra italiana.
Appare più utile spostare le priorità del dibattito da improbabili e scarsamente utili dissertazioni su assetti, collateralismi e processi unitari ai contenuti. Leggiamo nel “Manifesto per il Lavoro per il Partito Democratico” che il nuovo partito dovrà essere “un grande partito del lavoro e rappresentare politicamente il valore del lavoro in quanto massima espressione della personalità, della creatività, dell’ingegno umano oltre che della dignità della persona (…)”. Il sindacato, di fronte alla preoccupante frammentazione dell’odierno quadro politico italiano, ha tutto l’interesse che i partiti (in questo caso il Pd) crescano in autorevolezza, forza rappresentativa, capacità di assunzione di responsabilità, anche per dare praticabilità all’aspetto programmatico.
Imboccare la strada dell’innovazione sul piano della democrazia economica e della riforma del capitalismo e, sul piano sociale, di una buona occupazione basata su una flessibilità “sostenibile” del mercato del lavoro ed infine di una società della conoscenza (scuola, formazione, ricerca) appare la sfida che, insieme, sindacato e politica si trovano oggi di fronte, con particolare riguardo ai giovani, al di là di strumentalizzati ed inesistenti conflitti generazionali.
Una sfida la cui riuscita non è scontata e che si deve confrontare soprattutto con la costruzione di un welfare di seconda generazione che sappia integrare universalità e mutualità contrattuale per garantire anche per il futuro livelli adeguati di previdenza, sanità, assistenza, ammortizzatori sociali.
A tutto questo si aggiunge la necessità di promuovere un’autentica cultura del merito: non talento naturale o genio, prerogativa di pochi, ma priorità che si alimenta a livello personale e professionale e che permette di superare furbizie e protezioni, costituendo una fondamentale risorsa per la democrazia sostanziale e la mobilità sociale. La prospettiva rilevante è quindi quella di favorire la “buona politica” attraverso aggregazioni responsabili e capaci di scegliere, chiamando i soggetti sociali, come il sindacato e le associazioni imprenditoriali, ad una concertazione adeguata.
Tutto questo anche attraverso una riscoperta del valore aggiunto di un reale radicamento sociale diffuso e di processi di democrazia interna e di partecipazione oltre che di un rinnovato protagonismo di giovani e donne, priorità ovviamente rilevante anche per le organizzazioni sindacali e raggiungibile costringendo la politica (ma anche il sindacato) a fare i conti con “i tempi della vita”, in particolare femminile. In questo senso una possibile vocazione “modernamente laburista” del Partito democratico, o di parte di esso, non può che essere vista con favore e interesse, pur non portando minimamente il sindacato confederale a rinunciare alla rappresentanza politica autonoma delle ragioni del lavoro e dei lavoratori e a rinunciare alle proprie peculiarità e modalità associative.
Il pluralismo sindacale, a cui non si negano certamente possibili punti di approdo unitari, rappresenta una risorsa preziosa per la democrazia nel nostro Paese e può convivere senza contraddizioni con il processo di aggregazione che si sta realizzando verso la costituzione del Partito democratico. Un migliore rapporto tra il sindacato e i partiti politici (come il costituendo Partito democratico) non può derivare da forzati quanto velleitari processi di unificazione sindacale indotti dall’esterno, quanto da una interazione proficua e continua sui contenuti sociali ed economici più “caldi” e sui processi di inclusione e coesione sociale tenendo presente la complessità di questioni che non si risolvono più all’interno dei confini nazionali, ma a livello europeo e globale.
C’è bisogno, come afferma Tiziano Treu, non di “correnti” sindacali, ma di “bussole” per tradurre in politiche concretamente riformatrici una cultura attenta al bene comune.


























