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Home - Approfondimenti - Analisi - L’autonomia è condizione di vera rappresentanza

L’autonomia è condizione di vera rappresentanza

18 Luglio 2007
in Analisi

di Antonio Foccillo, segretario confederale Uil

L’avvio della fase costitutiva del Partito democratico potrebbe determinare delle conseguenze sul rapporto fra politica e confederazioni sindacali. Vi è un dibattito sulla necessità di affrontare questa questione e sul fatto se ciò farebbe venire meno le caratteristiche dell’autonomia sindacale.
E’ sbagliato, a parere mio, porre la domanda al sindacato del perché non discuta della costituzione del Pd e della conseguente probabile accelerazione del processo di unità sindacale. Credo che il fatto sia dovuto a che, oggi, non si sia più nella fase di un rapporto ideologico fra azione sindacale e azione politica e soprattutto la stessa unità è più sul piano dell’azione che nell’esigenza di una vera e propria strategia d’assieme.
Inoltre oggi le tre confederazioni sindacali hanno ognuna una loro struttura autonoma e organizzativa tale che diventa difficile pensare che possa essere unificata e possa unificare i lavoratori e collocarli ideologicamente nello stesso contenitore. In realtà la sua rappresentanza è molto vasta e diversificata. Riproporne una sola appartenenza sarebbe sbagliato e potrebbe esser dirompente se ciò, addirittura, fosse quasi imposto dall’esterno, annullando diversità di idee e pratiche consolidate, espressione di storie personali e collettive che non devono essere sminuite ed ignorate.

E’ vero che il sindacato italiano, nell’arco della sua lunga storia, è stato sempre una forza progressista per l’emancipazione dei lavoratori e per la costruzione di una società più giusta e più equa, nell’ottica di un riformismo teso a salvaguardare lo Stato sociale e le fasce più deboli della società. Ma oggi il sindacato si trova ad affrontare sempre nuove sfide, che non sono essenzialmente ideologiche, ma lo portano ad approfondire molto di più su come elaborare una strategia conseguente ad un proprio modello di società e quindi valutare se ci sono le condizioni per riproporre un confronto più vasto con tutte le forze politiche. Sapendo che esse sono interlocutrici di volta in volta e con cui si fanno accordi o ci si scontra soltanto sul piano dei contenuti.
Il sindacato si deve porre il problema di com’essere all’altezza del cambiamento e come attualizzare le strategie rivendicative e sociali, ricercando nella società aggregazioni diverse, senza mai rinunciare alla capacità di accompagnarle con principi di progresso e giustizia sociale. Deve essere capace di far crescere nuove forme di dialogo e partecipazione. Deve, con molta umiltà, riprendere il cammino per stimolare la partecipazione e comprendere a fondo le trasformazioni, quelle avvenute e quelle in atto.


Negli anni ‘80 – ’90 si è verificata, su scala mondiale, una sostanziale retrocessione dei diritti del lavoro, a tutto vantaggio del capitale e delle imprese, che hanno ampliato il loro vantaggio. In Italia, anche grazie a questo sindacato confederale, il divario che su, scala planetaria si è presentato in termini maggiori è, invece, meno evidente, ma comunque avvertito.
Bisogna ricostruire nel mondo del lavoro e nella società un progetto ideale e sociale che dia motivazione alla iniziativa sociale, che sia fonte di aggregazione e militanza.. La scelta di impegnarsi sulla ricostruzione di valori comuni tradotti in programmi e scelte propositive, invece che delle dispute di schieramento, può ridare prestigio e slancio a qualsiasi nuova azione sindacale.
Bisogna ricominciare ad affrontare temi che riguardano l’intera comunità: da quello della rappresentanza politica e sociale, che abbia i connotati della piena partecipazione, a quello del pluralismo del pensiero e del diritto alla costruzione di una società più giusta e più rappresentativa di tutte le realtà. In questo contesto vanno definiti spazi istituzionali di partecipazione nell’intera società, per ridare consapevolezza ai cittadini che la politica è mediazione fra interessi e non il prevalere di una fazione sull’altra. La competizione e la piena partecipazione nella dialettica politica è essenziale, se si vuole ricominciare a creare condizioni in cui tutti si sentano rappresentati e possano esternare la loro volontà.
Bisogna essere in grado di cogliere fino in fondo i processi che quotidianamente avvengono nella società impostando l’attività sindacale non sui semplici interessi particolari ma per svolgere la funzione più ampia veramente politica di aver cura degli interessi generali del Paese.


La stessa crisi dei partiti e della politica, l’accentuazione del leaderismo hanno provocato una caduta di partecipazione nella vita sociale e di cultura dell’associazionismo quale strumento collettivo di formazione di benessere e di emancipazione dell’individuo. L’incapacità dei partiti a rispondere su tutta la gamma dei diritti fa sì che il bisogno di essere rappresentati coinvolga sempre più varie forme di associazioni particolari. Gli strumenti di partecipazione democratica sono stati ridimensionati nelle loro funzioni di rappresentanza e sono aumentate le distanze fra i cittadini, perché vi è purtroppo la crescita di povertà, dilatatasi anche a quei ceti prima considerati non a rischio. Nello stesso tempo ha conquistato terreno il fenomeno di una nuova emarginazione sociale.
E’ esigenza generale che il sistema partecipativo accentui il suo ruolo di soggetto politico coinvolgente, giacché la “politica” sembra aver perso voglia di confronto e di dialogo, avviluppata com’è da un sistema bipolare imperfetto che annulla il rapporto con la società civile e con le rappresentanze sociali, annacqua le ideologie, mortifica le tensioni sociali per indirizzare tutte le sue energie verso leader che una volta investiti dal voto elettorale ed ottenuta la guida del governo o della opposizione divengono “centrali” e, per rimanere tali, conculcano a loro volta le forze che li hanno scelti, convinti di essere gli unici e diretti interlocutori del corpo elettorale.


Questi potrebbero essere alcuni problemi da porre all’attenzione della discussione e da questi farne discendere l’esigenza di un “nuova politica”, per questo il problema non può essere la creazione solo di “un nuovo partito”. Ma bisogna aprirsi e individuare strutture ampie in cui il bisogno di appartenenza, di partecipazione e di ripercorrere valori e idee sia espresso. Un solo contenitore può restringere l’adesione di massa, recuperare il bisogno di partecipazione all’attività politica che pure è presente nella società e di conseguenza imporre posizioni conformistiche più che le differenze pluraliste delle diverse culture e dei diversi modi de vedere la società. 
Il sindacato ancora una volta deve essere in grado di rappresentare in modo autonomo, più di ieri, tutto il movimento dei lavoratori senza lasciarsi ingabbiare in un confronto monolitico. Sempre meno interessano ai lavoratori le contrapposizioni ideologiche e sempre meno sono interessati ad essere rappresentati da una sola forza.

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