di Giorgio Caprioli, segretario generale Fim Cisl
La nascita del partito democratico avrà effetti sul sindacato italiano. A questo proposito separerei due grandi questioni: da un lato il profilo riformista che il nuovo partito si dà, che parte dall’assunto che i diritti sociali devono fare i conti con un’insieme di compatibilità dettate dal quadro macro-economico. Dall’altro la spinta sul versante della democrazia economica e del rapporto di potere tra sindacato e azienda.
Sul primo versante la scelta esplicitamente riformista e compatibilista del nascente partito si coniuga bene con l’ispirazione più profonda della Cisl, che vede finalmente fondersi l’approccio cristiano-democratico con quello liberal-socialista in un’unica forza politica. Una parte minoritaria del gruppo dirigente non si riconoscerà in questo processo e rivolgerà la sua attenzione da un lato all’Udc, dall’altro alla nascente ( ? ) “cosa rossa”, ma il grosso dell’organizzazione, ferma restando la scelta dell’autonomia , guarderà con grande attenzione alla nuova forza politica, chiedendole una caratterizzazione pro-labour, seppur mitigata dalla necessità di fare i conti con le compatibilità generali e con i processi di trasformazione dell’economia e della società, che mettono in discussione la rappresentanza sindacale oltre a quella politica.
Nella Cgil l’impatto riformista avrà un effetto più clamoroso. Stando alle prime reazioni, circa la metà del gruppo dirigente non vede nel partito democratico una risposta valida ai problemi del Paese e rivolge la sua attenzione alla sua sinistra, la quale peraltro deve superare problemi di non poco conto per unificarsi a sua volta in un unico partito. Sta di fatto, che per ora, questa area vasta trova motivi di unità più nel no a una forza riformista che nel sì a qualcos’altro. Potrebbe aggregarsi a una nuova “cosa rossa” o, nel caso che questa impresa non riuscisse, rifugiarsi in una visione dell’autonomia fondata sullo slogan “non esistono governi amici”, che le lascia le mani libere per continuare a rappresentare la ampia area di lavoro tradizionale, sganciata dalla necessità di fare i conti con le trasformazioni sociali e o i vincoli macro-economici. Una visione questa, tendenzialmente più corporativa della rappresentanza sociale, ispirata dalla ricerca di una nuova via per continuare a definirsi di “sinistra”. Viene al pettine, nella Cgil, il vecchio nodo che finora ha tenuto insieme visioni diverse della rappresentanza sociale e delle sue prospettive.
Nella Uil, infine si profila una nuova divisione tra ispirazione riformista e visione corporativa con riferimenti a destra dello schieramento politico.
Se esaminiamo il problema sul versante della democrazia economica le cose cambiano. Le riflessioni e le proposte del nascente partito mi paiono ancora timide e insufficienti sotto questo profilo. Quasi che, giunto sulle soglie delle aziende, si abbandoni un approccio riformista per lasciare sostanzialmente inalterata la vecchia logica dei rapporti di forza in nome di una travisata autonomia della sfera delle relazioni sociali.
La partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese è sottointesa, sussurrata tra le righe, mai presa come uno dei pilastri del nuovo approccio che il partito dovrebbe portare avanti. Questa sostanziale astensione dal prendere parte a favore di un nuovo approccio partecipativo lascia le mani più libere verso le aziende e le loro politiche interne, ma lascia irrisolto un nodo fondamentale per il futuro del Paese. E, da questo punto di vista, lascia più scoperte la Cisl e la Uil che non la Cgil, che può continuare indisturbata a gestire rapporti o partecipativi o conflittuali a seconda dei casi, senza una scelta strategica precisa.
Queste considerazioni valgono in via provvisoria. Il processo di formazione del partito democratico è in pieno corso e ricco di incognite che potrebbero modificare il quadro di riferimento. Ancora più incerto è il divenire delle forze politiche che si attestano alla sua sinistra e che dovranno sciogliere non pochi nodi per unificarsi, a partire dalla questione del comunismo che, rifondato o meno, resta sullo sfondo del dibattito e si sta gradualmente trasformando in una visione movimentista della politica.
D’altro canto il sindacato è sempre più stretto tra la conferma della sua rappresentanza tradizionale e la sfida di aprirsi ai nuovi soggetti che, sempre più numerosi, appaiono sulla scena sociale. Il suo futuro dipende in buona misura da come si aprirà a questa sfida. Più che alla sua collocazione verso i cambiamenti sullo scenario dei partiti.


























