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Home - Approfondimenti - Analisi - Ambizione e responsabilità del sindacato europeo

Ambizione e responsabilità del sindacato europeo

8 Giugno 2007
in Analisi

di Walter Cerfeda – segretario confederale Ces

Il sentimento unanime con cui i 1200 delegati hanno lasciato Siviglia alla fine dell’XI congresso della Ces, é stato quello di una ragionevole soddisfazione. Una soddisfazione non motivata solo perché essi avevano potuto partecipare ad una discussione che in tutte le diverse sessioni, è stata molto intensa e di buona fattura; oppure perché durante i quattro giorni della durata del congresso avevano avuto l’opportunità di ascoltare i maggiori protagonisti politici della scena europea: da Barroso a Trichet, da Spidla a Zapatero. No, il sentimento di soddisfazione era fondamentalmente rapportato ai contenuti ed alle scelte politiche del congresso.

D’altronde, sin dall’inizio, noi eravamo coscienti che le scelte da proporre al congresso non avrebbero potuto essere né scontate né di basso profilo. Sapevamo di dover fare i conti con uno scenario politico, sociale ed economico profondamente cambiato negli ultimi anni. Sapevamo che l’Europa è ad un bivio della sua cinquantennale vicenda storica e che gli orientamenti che oggi sono prevalenti hanno una forte impronta liberista. Una risposta liberista volta a far fronte ad una crisi economica che attanaglia l’Europa ormai da più di cinque anni. D’altronde basta guardare gli indici  del Pil europeo e rapportarli a quelli degli altri competitori sul mercato mondiale per constatare il declino europeo. L’Europa é cresciuta negli ultimi cinque anni con una media dell’1,8%, a fronte del 3,1 del Giappone, del 3,3 degli Stati Uniti, dell’8,2 dell’India e del 10,1 della Cina.


La causa di questa crisi è chiara. La ricchezza europea ha sempre avuto il suo fondamento essenzialmente nell’interscambio interno tra i differenti Paesi europei. L’87% del Pil europeo fino al 2002, era proprio il frutto di questi scambi. L’Europa ha funzionato, in fondo, come un grande mercato interno. Questo modello però é stato spazzato via dall’esplosione del commercio mondiale. Davanti a questo nuovo scenario l’Europa entra in crisi. Ma è per rispondere alle nuove sfide della globalizzazione che finisce per prevalere, nel Consiglio e nella Commissione, la scelta liberista. La tesi che vince è molto netta: la globalizzazione impone che tutti i competitori giochino con le stesse regole. Non è più possibile quindi caricare le imprese europee da una zavorra anomala rispetto agli altri, dato  proprio dal peso del suo modello sociale. Questo va invece gradualmente alleggerito come la condizione per poter rilanciare l’economia europea. Basta osservare tutte le principali iniziative prese negli ultimi anni per poter constatare la direzione di questa deriva: dalla Bolkenstein alla liberalizzazione dell’orario di lavoro, dal Libro Verde sul mercato del lavoro ai contenuti della riforma del diritto societario, la corporate governance, che assume il modello anglosassone come modello di riferimento.


Una scelta liberista che rischia di cambiare rapidamente il Dna e l’identità europea. Un Dna costruito lungo l’equilibrio tra competitività e coesione sociale, tra sviluppo e diritti che aveva fatto definire l’Europa l’unico continente al mondo il cui sviluppo era basato su una economia sociale di mercato. Peraltro, come Ces, noi siamo ancora convinti che questo modello non sia solo un lusso del passato, ma che contenga in sé gli ingredienti che ne garantiscano la sua efficcacia nel mercato aperto. D’altronde non sono forse oggi i Paesi come la Germania, la Finlandia, la Svezia, la Danimarca, la Spagna quelli con le performances più forti sul mercato mondiale, pur non avendo affatto alterato quel compromesso e quell’equilibrio tra competitività e coesione?. Per questo noi non abbiamo voluto celebrare un congresso difensivo. All’opposto la nostra parola d’ordine martellante é stata proprio quella di “passare all’offensiva”.
All’offensiva non in maniera velleitaria o volontaristica, ma sulla base di contenuti e proposte politiche precise.


In realtà, da Siviglia, la Ces ha lanciato tre  priorità: il mercato del lavoro, la contrattazione e la Costituzione. Tre priorità che sono state condivise all’unanimità da tutto il sindacalismo europeo, pur nella consapevolezza delle grandi difficoltà che troveremo per realizzarle. Ma noi siamo pronti ad una battaglia di lunga lena, senza rassegnarci ai contrasti ed alle difficoltà che certamente incontreremo.
Peraltro la nostra é una scelta obbligata. Si guardi il mercato del lavoro. Negli ultimi cinque anni il lavoro precario, nell’Europa a 27 é passato da 63 milioni a 102 milioni. La crescita é esponenziale. Ma la sola risposta che la Commissione propone con il suo Libro Verde é quello di un’ulteriore precarizzarione, giacché l’assunto da cui parte é quello secondo il quale  sono le garanzie del lavoro a tempo indeterminato a bloccare l’accesso al lavoro e che solo la flessibilità può essere coerente con la crescita dell’occupazione. E’ questa una tesi vecchia e rozza, ma che viene riproposta come la medicina necessaria. Da Siviglia noi invece avanziamo un’altra proposta. Noi diciamo che per evitare il dumping sociale occorre modificare il diritto del lavoro europeo lungo due direttrici: la prima consiste nel determinare dei criteri minimi di diritti nel funzionamento del mercato del lavoro, che devono essere validi per tutti i lavoratori europei. Senza un pavimento minimo uguale per tutti la logica del dumping viene oggettivamente incentivata. La seconda nostra rivendicazione riguarda la richiesta di una definizione europea che chiarisca cosa é oggi lavoro dipendente e cosa é lavoro autonomo. Oggi in troppi Paesi europei i la voratori vengono assunti con contratti individuali di tipo commerciale e la stessa Commissione europea ammette che i 4/5 di questi contratti nascondono le caratteristiche di un lavoro dipendente a tutti gli effetti: é dunque una deriva che va bloccata.


Sui poteri contrattuali le scelte sono precise: noi vogliamo superare la contraddizione tra una impresa che oramai si muove senza frontiere mentre i poteri contrattuali restano imprigionati dentro le frontiere nazionali. Per questo noi abbiamo preso la decisione di voler negoziare e non subire la mobilità delle imprese ed i loro processi di delocalizzazione. Alla Commissione chiediamo di riconoscere validità giuridica a questi accordi trasnazionali, mentre al nostro interno abbiamo avanzato proposte precise per definire regole e procedure per poter contrattare a questo livello: dal potere di mandato e di firma, ai quorum di validità alle procedure di ricorso (conciliazione ed arbitrato e poi Corte di Giustizia) in caso di mancata applicazione degli accordi. Inoltre abbiamo costituito il coordinamento dei Paesi dell’eurozona per contrastare la politica monetarista e a senso unico della Bce.
Sulla Costituzione la nostra proposta é chiara: a noi interessa relativamente quanto “lungo” debba essere il suo testo. Noi chiediamo solo che la Carta dei diritti fondamentali resti parte integrante e che mantenga il suo valore giuridico. Non saremo mai disponibili a tramutare la Carta in una dichiarazione di principi senza efficcacia giuridica. Conosciamo purtroppo assai bene quali siano gli attuali orientamenti e sappiamo anche bene i rischi che si corrono già nel prossimo vertice del 21 e 22 giugno. Per questo abbiamo convocato una manifestazione il 20 giugno a Bruxelles, sapendo che probabilmente già il 23 dovremo avanzare altre proposte di iniziativa. Ma voler passare all’offensiva comporta anche questa nuova ambizione e responsabilità.
 

redazione

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