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Home - Approfondimenti - Analisi - L’irresistibile discesa dei salari

L’irresistibile discesa dei salari

7 Maggio 2007
in Analisi

di Maurizio Ricci – La Repubblica

Il cerchio è completo. La terza rivoluzione industriale avviene all’insegna della rivincita del capitale. Nel tradizionale braccio di ferro fra profitti e salari, i rapporti di forza – economici e, dunque, politici – si sono rovesciati. Di fatto, dice un noto economista, come Olivier Blanchard, del Mit di Boston, si è tornati alla situazione della prima metà del ‘900. Nella spartizione della ricchezza nazionale, gli ultimi 25 anni di progresso tecnologico e di globalizzazione hanno praticamente cancellato, nei paesi avanzati, quanto 50 anni di New Deal, keynesismo e socialdemocrazia avevano determinato in termini di spinta egualitaria e redistribuzione del reddito. Attenzione, nessuno è diventato più povero. Anzi, come hanno sempre previsto i manuali del liberismo, briglie sciolte al capitale ha voluto dire che tutti sono diventati più ricchi. Non tutti nello stesso modo, naturalmente, come, del resto, prevede esplicitamente la ricetta. In Italia, un top manager guadagna oggi 160 volte più di un operaio, negli Usa addirittura 411 volte. Un divario esploso, appunto, negli ultimi decenni. Ma che è solo un’eco – laterale e indiretta – della diversa dinamica con cui capitale e lavoro si spartiscono la torta del reddito nazionale. Ci sono, infatti, due modi per misurare questa torta e le sue fette. La prima è pesarle, cioè valutarle in termini assoluti. Se si mette sulla bilancia la fetta del prodotto interno lordo che spetta oggi al lavoro, si vede che pesa più di 30 anni fa: è più sostanziosa. Ma se invece la misuriamo con il centimetro e la compariamo al totale,cioè in termini relativi, vediamo che, rispetto al periodo che ha preceduto gli anni di Reagan e della Thatcher, delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni, della rivoluzione informatica e della globalizzazione, è diventata più piccola. Sempre più piccola e sempre più in fretta.

A dirlo è un apposito capitolo dell’ultimo rapporto del Fondo monetario internazionale, il World Economic Outlook 2007, dedicato alla globalizzazione del lavoro. Gli economisti del Fmi hanno utilizzato, per valutare il lavoro, la concezione più ampia possibile, includendo, accanto al lavoro dipendente, quello autonomo. La contrapposizione, dunque, non è fra profitti e salari, ma è più generale: il lavoro, da una parte, l’area dei profitti e delle rendite dall’altra. I risultati sono significativi. Dal 1980 ad oggi, nei paesi avanzati (Occidente più il Giappone), la quota del lavoro sulla ricchezza nazionale si è ridotta di sette punti: dal 68,34 per cento del pil nel 1980 al 61,52 per cento. Sette punti sono una media. Gli esperti del Fondo non forniscono le loro stime a livello nazionale, ma le loro indicazioni supportano la tesi di Blanchard. La riduzione è stata contenuta (3-4 punti) nei paesi anglosassoni. Mentre, nell’Europa continentale, il cuore dell’esperimento keynesiano-socialdemocratico del dopoguerra, il calo è stato netto e drammatico. In soli 25 anni, la quota incassata dai lavoratori (dipendenti e autonomi) è crollata di dieci punti: dai tre quarti (73,09 per cento) del Pil nel 1980 a meno di due terzi (63,62 per cento) nel 2005.


La prima e più facile spiegazione è la caduta della capacità di rappresentanza del sindacato. Jelle Visser, dell’università di Amsterdam, ha recentemente tentato di calcolare quanto sia cambiata, dal 1970 ad oggi, la presenza del sindacato fra i lavoratori attivi dei principali paesi, depurando dai dati le iscrizioni, ad esempio, dei pensionati (un dato cruciale, soprattutto per l’Italia, dove i pensionati sono quasi metà degli iscritti, una quota più che doppia rispetto agli altri paesi). La tendenza, nei principali paesi europei è uniforme: gli iscritti non pensionati aumentano in misura vistosa, in numeri assoluti, fra il 1970 e il 1980, per crollare negli anni successivi. In quasi tutti i paesi, i lavoratori attivi iscritti al sindacato risultano, nel 2003, ancora superiori per numero agli iscritti del 1970, prima della grande ondata sindacale. Ma, intanto, la forza lavoro è cresciuta. In termini percentuali, il crollo è evidente. In Italia, si è passati da un lavoratore attivo su due (nel 1980) ad uno su tre che, è, comunque, fra i più alti nei grandi paesi europei, se confrontato con il 29 per cento della Gran Bretagna, il 22 per cento della Germania, l’8 per cento della Francia.
In realtà, la crisi del sindacato è, probabilmente, più un effetto che una causa della nuova spartizione del reddito. Gli economisti del Fondo preferiscono concentrarsi su fattori strutturali, come l’aumento dell’offerta  di forza lavoro portato dalla globalizzazione. Secondo le loro stime, l’ingresso sulla scena di giganti come la Cina e l’India ha moltiplicato per quattro il numero di lavoratori presenti sul mercato globale, perché impegnati nella produzione di beni e servizi scambiati a livello internazionale. Qui, la forza determinante, non è, secondo il Fmi, l’immigrazione(solo il 5 per cento dei lavoratori, nei paesi avanzati, risulta immigrato) né l’offshoring (la produzione all’estero di beni e servizi vale, in media, il 5 per cento del Pil), ma il commercio. Ma la molla principale dei nuovi rapporti di forza fra capitale e lavoro, secondo l’Fmi, sono gli effetti del progresso tecnologico e della rivoluzione informatica.


Lo dimostra la diversa dinamica della quota del lavoro sul valore aggiunto delle imprese, a seconda che la maggioranza della loro manodopera sia qualificata o meno. Nei settori a più alto contenuto tecnologico, i lavoratori, nei paesi avanzati, hanno guadagnato posizioni. Le hanno perse negli altri. Con un andamento diverso nei diversi paesi, a seconda delle specifiche caratteristiche del mercato del lavoro. Negli Usa, ad esempio, l’occupazione totale dei lavoratori meno qualificati è rimasta costante: sono scesi i loro salari, aprendo un divario del 25 per cento fra le loro retribuzioni medie e quelle dei lavoratori più qualificati. Al contrario, nei paesi europei, con un mercato del lavoro più rigido, i salari reali sono cresciuti più o meno allo stesso modo in tutti i settori. Ma ne ha risentito l’occupazione: i lavoratori non qualificati titolari di un posto di lavoro effettivo sono scesi del 15 per cento.


Complessivamente, però, nota il rapporto Fmi, i lavoratori stanno, in media, meglio di 25 anni fa, il loro tenore di vita si è alzato, al netto dell’inflazione le retribuzioni sono cresciute. In particolare, grazie alla stessa globalizzazione, che ha portato sui mercati dei paesi avanzati, beni importati a prezzo più basso, che hanno allargato il loro potere d’acquisto. Se, tuttavia, restringiamo l’ottica agli ultimi cinque-sei anni, quelli del pieno dispiegarsi delle nuove tecnologie e della globalizzazione, il panorama è meno rassicurante e la tesi per cui, più ricchi sono i capitalisti, più ricchi sono tutti sembra aver bisogno di qualche verifica in più. E’ la Morgan Stanley, una delle maggiori banche d’investimento mondiali, ad attirare l’attenzione sul fatto che, normalmente, quando la produttività del lavoro aumenta, prima o poi l’aumento va a beneficiare anche i salari, ma che questo, oggi, non sembra avvenire. La produttività del lavoro sta crescendo ad un ritmo doppio, rispetto a quello tradizionale, da 10 anni negli Usa, da tre anni in Giappone, da un anno e mezzo in Germania, ma gli effetti sui salari reali ancora non si sono visti. Anzi, nei paesi avanzati, sempre secondo la banca, la quota di ricchezza nazionale che va nelle buste paga, dal 2001 ad oggi, si è andata ulteriormente riducendo, dal 56 al 53,7 per cento in cinque anni.


E’ possibile che i normali ingranaggi dell’economia entrino in azione con qualche ritardo. Ma viene il dubbio che siano cambiate le regole del gioco. Ovvero che i meccanismi che, nella società, alimentano oggi l’ineguaglianza siano diventati tanto forti da annullare le normali controspinte verso l’eguaglianza. Anche al di là di quanto possa fare la politica. Ad esempio, un governo di sinistra. Ancora gli analisti di Morgan Stanley notano che, per dieci anni, il governo laburista britannico ha cercato di contrastare la deriva verso l’ineguaglianza dei redditi, con una decisa politica di redistribuzione. Tutti gli aggiustamenti fiscali e gli incentivi sociali messi in opera, tuttavia, sono riusciti solo a congelare le disparità dei redditi nella piramide sociale. Non a ridurle. E, non appena il governo si è accorto di avere esaurito gli strumenti a sua disposizione, l’ineguaglianza ha ripreso a crescere.

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