di Gianni Baratta, segretario confederale Cisl
Non fermarsi all’albero per non perdere l’ampiezza e l’intricato mistero della foresta. E’ la foresta pietrificata della politica che inizia a dare qualche segno di vitalità, dopo un lungo periodo di immobilismo, sull’onda di un bipolarismo asfittico ed inconcludente: una grande idea che nel tempo ha perso ogni punto forte di riferimento perché tutto attorno sono germogliate forze “piccole”, con un alto tasso di utilità marginale, che ha finito per indebolire, fin dalle radici, l’asse strategico in un nuovo assetto politico che pur conserva la caratteristica di un momento di positiva evoluzione per radicare nel nostro paese un sistema politico “normale”, nel quale governabilità ed alternanza costituiscano i punti forti di una moderna democrazia.
La nascita del partito democratico rappresenta, in sé, un positivo processo e conferma che qualcosa si muove e che, appunto, la foresta pietrificata della politica inizia a dare qualche segno, per quanto ancora debole, di vitale sussulto.
Ed una forza autonoma, come la Cisl, osserva con attenzione ed interesse le nuove dinamiche, anche se la nostra autonomia ci consente di cogliere ritardi, ambiguità e contraddizioni, rispetto a questo processo. Rimane, infatti, ancora una eccessiva venatura ideologica nella nuova formazione, nella quale i grandi valori di riferimento, pur nelle loro profonde differenze, finiscono per esaurirsi in solenni richiami retorici, ben lontani da una sintesi vera ed efficace. Permane inoltre un arroccamento in difesa di un passato, denso di serie criticità, ma lontano dalla complessità delle sfide che sono poste dalla nostra società. Inoltre, proprio perché questa forza è ingessata nel passato, sembra incapace di intercettare la generazione dei giovani, anche di quelli tra i trenta ed i quaranta anni, che da quel passato – basti pensare che sono passati diciotto anni dalla caduta del muro di Berlino e dalla conseguente dissoluzione dell’impero sovietico -, da quella contrapposizione ideologica che lo ha caratterizzato, sono lontani nel loro vissuto e, quindi, non lo comprendono.
Siamo lontani da una sintesi positiva, tra DS e Margherita. Siamo di fronte ad una sorta di contaminazione (che brutta parola!) tra culture, tradizioni, valori, esperienze, modelli di società alternativi, alle quali è necessario aprire una prospettiva nuova con la capacità di connetterli all’oggi, declinandoli, di conseguenza, su parametri e categorie che sfuggano ai rituali di autocelebrazione per permeare un vero progetto di società, al passo con i tempi e decisamente proiettato nel futuro.
Di questo, mi pare, dovrebbe preoccuparsi la nuova forza politica che sta nascendo, il cui primo obiettivo non può essere solo quello di contrastare l’altra parte e nemmeno quello di una sommatoria confusa tra forze politiche guidate dall’onda dell’autoreferenzialità dei quadri dirigenti, da riproporre nei nuovi assetti, in una finzione di sintesi priva di vera capacità di governo e guida del nuovo, perché costituiti dagli attuali protagonisti, pur collocati in punti di diversa responsabilità. Nella illusione di un cambiamento che di fatto tende a che nulla cambi.
Non è di questo che ha bisogno il paese, quanto di una formazione politica davvero nuova, che smuova in profondità il complesso del sistema politico in discontinuità con le esperienze anche più recenti e capaci di intercettare la straordinaria vitalità espressa dalle articolazioni sociali, dalle solide radici, dai corpi intermedi, che costituiscono l’asse portante della vita democratica. Una forza politica, quindi, capace di tracciare davvero un orizzonte diverso per il paese, nella cui costruzione coagulare le energie migliori, attraverso un robusto processo di coesione ed ampliamento del consenso, sugli obiettivi e le strategie. Una forza che non traccia un confine simmetrico tra buoni e cattivi (è buono solo chi sta dalla mia parte!) ma rimescola davvero le carte e trova nella dialettica, anche aspra, le coordinate per fare passi significativi in avanti, assumendo come linee direttrici il lavoro, la crescita economica – ma anche civile e culturale -, le compatibilità sociali, la solidarietà. Una forza che sulle grandi questioni non ha paura di confrontarsi, a viso aperto, con gli stessi avversari perché capace di abbattere, per il bene del paese, ogni strumentale steccato e di sfuggire ad ogni logica di pregiudiziale chiusura.
Di questo, credo, ha bisogno oggi la politica, che è l’arte del possibile, che mal si concilia con ogni disegno di palingenesi, proprio di ogni ideologia, che entra in urto con un moderno spirito “laico e pragmatico” che la deve animare.
Non basta dirsi riformisti. Occorre dare contenuto e sostanza a questa identità. Credo, in proposito, che il movimento sindacale, con la piattaforma unitaria, e con il rilancio del metodo della concertazione, costituisca un buon esempio sulle cose da fare: nell’interesse dei giovani, degli anziani, del paese.
La nascita del partito democratico, ci si chiede da più parti, inciderà sulla stessa vita del sindacalismo confederale?. Mi pare utile una parola chiara: il sindacato, la Cisl in particolare, è del tutto impermeabile ad ogni effetto alone. Voglio dire che è impossibile, come conferma la nostra storia, che scelte e strategie possano essere condizionate da ciò che si verifica nel quadro politico. La comprovata autonomia della Cisl, la sua originalità non sconfina in una riottosa neutralità, perché sempre attenta a stimolare possibili evoluzioni evoluzioni del quadro politico verso un bipolarismo maturo. Ma altrettanto attenta ad arginare sempre possibili derive che ne incrinino identità e che ne condizionino le scelte. Siamo parte della società italiana ed il nostro ruolo si sviluppa all’interno di un ben definito perimetro. Quello, appunto, della efficace tutela dei lavoratori, dei giovani e dei pensionati. In un disegno strategico che salda, nel valore della confederalità, questi interessi con quelli più generali del sistema paese.


























