di Pier Paolo Baretta – segretario generale aggiunto Cisl
I cambiamenti avvenuti negli ultimi anni nell’economia, nel lavoro, nella struttura sociale, nello schacchiere degli Stati, ci inducono a ripensare complessivamente l’organizzazione della vita collettiva, dal lavoro alla società. La politica, come tutte le altre forme della rappresentanza (le istituzioni, i sindacati, le religioni), non è immune da questo travaglio. Ciò di cui necessita, oggi, la comunità sovrannazionale è un salto di qualità generale, sia sul piano culturale e valoriale che consenta di governare la globalizzazione. Nel contesto italiano serve un progetto Paese.
Ma la politica appare bloccata, spaventata dalle novità, incapace di disegnare una prospettiva in grado di governare ed indirizzare i processi economici e sociali, anziché limitarsi ad inseguirli e correggerli.
Un approccio congiunturale e tecnocratico fa premio, invece, sulla visione strategica e sulla proposta di modello. La stessa discussione su aspetti fondamentali della persona e della società (eutanasia, Dico, bioetica, ecc.) risente di questi limiti, troppo spesso associati alle faziosità di schieramento. Ed anche quando ci si confronta onestamente sui principi e l’etica, lo si fa mettendo insieme la cosciente responsabilità che lo Stato se ne debba occupare, con la incosciente sicurezza che si possa, a maggioranza (qualsiasi sia l’orientamento prevalente), decidere sulla vita o sulla morte.
Le ragioni che rendono “asfittica’ la politica e lontana dalla società civile sono, dunque, molteplici.
La prima attiene alla natura stessa del bipolarismo politico. Il bipolarismo italiano è notoriamente considerato, da tutti, grandemente imperfetto. Esso non riesce ad esaurire la rappresentanza di una società sempre più plurale, ricca di molteplici espressioni culturali, scientifiche, tecnologiche.
La stessa diversa identità culturale e sociale dei singoli partiti e movimenti all’interno dei due schieramenti, sembra confermare l’impossibilità di una rappresentanza generalista ed esclusiva dell’intera società da parte della politica.
Proprio questo limite ne trascina un altro: la sproporzione di peso e ruolo politico tra le diverse componenti delle coalizioni, rispetto al peso elettorale. Il bisogno di vincere le elezioni , visti i margini di voto ristretti fra le due coalizioni, rafforza il peso inibitorio e di condizionamento dei partiti minori.
Se associamo ai difetti strutturali di questo bipolarismo le distorsioni, francamente gravi, provocate da una legge elettorale che impedisce al cittadino di scegliere il candidato, il quadro si fa desolante.
Una seconda ragione di crisi della politica attiene ai processi di internazionalizzazione commerciale e produttiva e di globalizzazione dei mercati finanziari. Anche su questo punto la “Politica” segna il passo, arranca, é incapace di elaborare un modello sociale ed economico di riferimento. Lo smisurato aumento del peso della finanza nella definizione dei processi economici e di sviluppo ha spiazzato la politica che, come il pugile suonato, si abbraccia all’avversario per non finire ko; si attacca a questa o a quella cordata di banche per restare nel ring delle grandi scelte di potere economico. Ma questa è la conseguenza del provincialismo della classe dirigente. Finita la stagione delle svalutazioni competitive e delle Partecipazioni statali si è confuso “liberalizzazioni” con “privatizzazioni” e, di fatto, si è rinunciato a compiere scelte “nazionali” di politica industriale. L’assenza di una scelta esplicita verso la democrazia economica, verso la public company, ha come esito le vicende emblematiche di questi giorni, di Alitalia e Telecom. Al contempo, il clamoroso (ed originale nel contesto internazionale) caso del conflitto di interessi che riguarda Berlusconi aggiunge al già fragile scenario italiano una anomalia che disturba la stessa autonomia della politica. C’è, come si vede, la necessità di mettere la politica italiana in condizioni di occuparsi di economia in maniera autonoma ed efficace.
Una terza motivazione della necessità di rinnovare la politica italiana viene dalla mutata composizione sociale della società. La divisione classista non risponde più alla evoluzione intervenuta nella struttura del lavoro, delle famiglie e dei costumi. Ma anche il continuo riferimento ai ceti medi che ha campeggiato durante tutto il dibattito che ha portato all’approvazione della legge finanziaria non regge più. Meglio assumere, anche politicamente, le novità intervenute nella societa, asumendo la centralità dei ceti popolari e ridisegnando scelte fiscali e politiche di welfare coerenti con una moderna visione sociale.
Tutto ciò comporta alcune conseguenti osservazioni sul ruolo che la politica deve tornare a svolgere.
C’é, innanzi tutto, bisogno di rilanciare la “forma della politica”, che da tangentopoli in avanti non ha ancora terminato la sua transizione. Bisogna ripartire dai partiti. Essi stanno perdendo la loro tradizionale funzione di rappresentanza degli interessi generali che finisce, spesso, per essere interamente ricondotta ed assorbita all’interno dell’azione dei Governi. Servono partiti, soprattutto, “vivi”: capaci, cioè, di interloquire con questa nuova società, con questa nuova economia. Servono, dunque, partiti “nuovi”. In tal senso sono interessanti i movimenti che, in entrambi gli schieramenti, agitano le acque alla ricerca di un modo nuovo di costruire aggregazioni ed alleanze.
Servono partiti “autonomi”. Ovvero portatori di opinioni e strategie che rispondono al modello sociale che vogliono rappresentare. In tal senso, autonomi anche dallo stesso Governo. Se questo è, ovviamente, chiaro per la opposizione, meno certo è per la maggioranza.
E’ una questione molto delicata. Vi è una teorizzazione che vi sia una completa coincidenza tra le politiche della coalizione e le scelte dell’Esecutivo. Ma, personalmente, penso che, al contrario, ridurre la “politica” esclusivamente “alla politica dell’Esecutivo” sia un grave limite. Chi svolge il ruolo di mediazione sociale generale? Chi tiene alto il profilo riformatore del disegno di medio/lungo periodo e relativizza quella caratterizzazione congiunturale e tecnocratica che da tempo necessariamente caratterizza le politche di Governi europei?
Qui si vede con chiarezza che la visione di una politica aperta e plurale si intreccia con la visione della società che ci caratterizza come sindacato. Il gioco delle autonomie tra le diverse componenti del mosaico politico è sociale è il punto più importante dei nuovi equilibri democratici. La capacità attrattiva dei partiti e dei movimenti politici tradizionali é stata, infatti, spazzata via in modo dirompente dalle ultime tornate elettorali. Il voto che faceva riferimento all’area del mondo cattolico e a quella del movimento operaio era, fino agli anni ’90, prevalentemente, concentrato, è oggi disperso fra i due schieramenti. Questo é un bene di per sé, sintomo di modernità e di pluralismo. E’ un male, invece, che si affievolisca, all’interno dei due schieramenti, l’identità sociale e culturale che fa riferimento al mondo del lavoro, o alla cultura sociale dei cattolici democratici. Ovvero venga meno l’idea dello Stato – comunità, nelle sue molteplici accezioni, e l’attenzione alle reti di solidarietà sociale.
A fronte di tutto ciò si configurano con maggiore chiarezza gli ambiti, i problemi e le opportunità del complesso e mai scontato rapporto tra il sindacato e la politica.
Per questo motivo, mentre è giusto ed opportuno rivendicare l’autonomia del sindacato rispetto alla politica, questione che non ripropongo essendo, come si sa, costitutiva del rapporto della Cisl con la politica, é anche necessario mettere in campo, insieme alle altre organizzazioni del privato – sociale, una forte azione che assuma la rappresentanza degli interessi collettivi che fanno riferimento alle diverse realtà sociali.
Non delegare alla politica l’esclusiva rappresentanza sociale significa riconoscere la insostituibile importanza della società civile, delle associazioni intermedie di rappresentanza nella formazione delle decisioni. La democrazia moderna è, molto più del passato, il governo della complessità.
In tale contesto è “sano” che la rappresentanza di valori ed interessi, fondati sulla centralità delle persone, delle famiglie, della equità, delle scelte associative, non siano assegnate alla esclusività della politica o, peggio, all’uno o all’altro schieramento ma debbano, al contrario, trovare sintesi più efficaci in una struttura della rappresentanza sociale più articolata.
Sembra, dunque, emergere dal dibattito politico l’assenza di una discussione adeguata ad aiutarci a riflettere sui cambiamenti strutturali che stanno mutando l’orizzonte di riferimento, non solo per la politica ma anche per il mondo del lavoro.
Conviene. a questo punto, non fermarci solo agli aspetti di carattere generale, ma individuare, anche, le priorità dell’azione politica e di Governo che debbono costituire un’agenda coerente con le precedenti premesse. Quattro sono gli argomenti principali su cui, a mio avviso, la politica ed il mondo del lavoro sono chiamati ad interrogarsi.
Il primo argomento è quello che investe la dimensione del welfare. Nei prossimi anni sarà la demografia, più che l’economia, a cambiare la società. Il combinato disposto fra l’aumentata aspettativa di vita e il basso tasso di natalità. Il ciclo di vita, basato sulla tradizionale triade “scuola, lavoro e pensione” si rompe, e al tempo stesso si assiste ad una straordinaria divaricazione dei percorsi di vita personali e professionali. Il nostro welfare non può reggere, così com’è strutturato, la spinta delle novità, né sul piano quantitativo, tantomeno sul piano qualitativo. Di fronte a questi grandi cambiamenti la domanda di servizi sociali è inesorabilmente destinata ad aumentare.
Non vi è, dunque, solo un problema di sostenibilità finanziaria, ma un altrettanto drammatico problema di sostenibilità sociale. I giovani sono esposti ad un futuro previdenziale insufficiente, quando incerto; gli anziani al rischio della povertà e della non autosufficienza; le donne vivono una condizione di oggettiva difficoltà, e sono chiamate ancora a scegliere fra l’esperienza della natalità e quella del lavoro. Il primo modo per difendere, concretamente, la famiglia é consentire che venga formata.
Lo Stato sociale va riformato, ma come è diversa questa prospettiva da quella che annuncia soltanto i tagli alla spesa. La gestione pubblica del welfare da sola non basterà ad affrontare questa grande emergenza. La diffusione della mutualità, di forme diffuse di sussidiarietà, soprattutto territoriale, il ruolo della famiglia, la necessità della immigrazione come risorsa, sono tutte priorità per una politica delle riforme. C’è l’esigenza di rimodellare i riferimenti culturali, di riorganizzare i sistemi di convivenza, di ripensare la gestione dei percorsi di vita, di lavoro e del tempo libero; l’architettura delle nostre città, dei mezzi di comunicazione e di trasporto; del sistema di protezione sociale.
Il secondo tema è legato ai grandi cambiamenti dell’organizzazione del lavoro e dei sistemi produttivi. Un tasso di occupazione basso, tra i più bassi d’Europa per gli anziani e per le donne, e un mercato del lavoro caratterizzato da una flessibilità che in molti casi risulta insostenibile sul piano sociale. Un Paese, insomma, con molti anziani, per fortuna longevi e con pochi giovani, fra l’altro con aspettative di reddito scarso e con prospettive professionali incerte. Ecco il quadro che interroga la politica, ma che interroga anche il sindacato.
Il terzo aspetto riguarda la distribuzione della ricchezza e del reddito. Il tema della crescita e quello dell’equità sociale, infatti, si legano insieme, proprio attraverso la questione reditributiva.
Il dibattito al quale abbiamo assistito, in occasione del varo dell’ultima legge finanziaria, sui ceti medi è francamente desolante. La composizione dei contribuenti italiani ci dice che circa il 94% dichiara redditi inferiori a 40 mila euro. Il che dimostra, innanzi tutto, quanta evasione si annida in questo dato, ma anche lo schiacciamento verso il basso dei redditi degli italiani. Ricchezza occulta e povertà palese sembra essere la condizione fiscale della nostra popolazione.
Ritorna in gioco, per il riformismo, la lotta alla evasione fiscale, la centralità, anche tributaria, della famiglia, il federalismo fiscale. Ma, più in generale, il tema dell’equità sociale come valore riconoscibile della proposta politica. Il fisco è ormai una delle poche leve in mano agli Stati nazionali per incidere sullo sviluppo e sulla distribuzione del reddito. Per questo sono almeno tre i titoli da introdurre nell’agenda politica sul tema della politica tributaria: un sistema fiscale che faccia emergere la reale capacità tributaria dei contribuenti, anche attraverso l’introduzione di meccanismi di contrasto degli interessi; il rilancio del federalismo fiscale, che non deve risolversi in un aggravio della pressione fiscale complessiva a danno dei cittadini ma deve rappresentare, concretamente, un’opportunità di autogoverno alle comunità locali; l’incapienza come problema sociale che può essere affrontato attraverso l’introduzione dell’imposta negativa.
Il quarto aspetto da prendere in considerazione è la finanziarizzazione dell’economia e la prevalenza che la finanza oggi svolge anche nell’allocazione e nell’organizzazione dei processi produttivi. Si tratta di un fenomeno relativamente recente. Ma che ha cambiato la natura stessa dell’imprenditore, del capitalista classico e del mercato. Il valore di una impresa dipende sempre più dalle variabili finanziarie, almeno quanto la qualità dei suoi prodotti. Il capitalismo non è più lo stesso; sono cambiate le regoledel gioco. O, più precisamente, sono saltate le vecchie regole e le nuove si affermano a fatica.
La democrazia economica, la responsabilità sociale, la partecipazione rappresentano i nuovi pilastri della democrazia che la politica deve costruire.
L’affermarsi irreversibile della globalizzazione comporta, da un lato, una nuova organizzazione produttiva fondata sulla flessibilità della produzione e del lavoro, con tutte le conseguenze che conosciamo e, dall’altro, una dimensione mondiale dei mercati, del commercio, della finanza, della mobilità di persone e cose. Le conseguenze, in termini di regole del gioco, competitività, diritti e tutele sono clamorose.
L’effetto di tutto questo richiede una nuova dimensione della politica, che deve reinterpretare i bisogni di un mondo sempre più dinamico. Ma anche una nuova dimensione dell’azione sociale e sindacale.


























