di Renzo Bellini – Segretario confederale CISL
Il 20 – 21 marzo si riunisce a Roma il comitato esecutivo della Confederazione europea dei sindacati (Ces) con all’ordine del giorno l’approvazione delle tesi per il Congresso che si terrà il 21 – 24 maggio a Siviglia. L’appuntamento romano coincide, volutamente, con il compleanno del progetto di integrazione politica europea, che compirà i suoi 50 anni. Questa coincidenza deve far sì che l’appuntamento non sia semplicemente celebrativo ma assuma una forte valenza politica.
Per farlo, la Ces deve assumere la questione europea come la sua questione, proponendo alla politica, e al proprio interno, un agire capace di dare senso e maggior ruolo all’Europa e a se stessa.
1 – Il primo elemento su cui far agire questa sfida deve riguardare tutto quel dibattito politico e sociale che rimane euroscettico e continua a criticare l’Unione fino a considerarla la causa di tutti i mali che affliggono le nostre società. Restare ancorati a questo giudizio significa non avere consapevolezza dei processi internazionali. La globalizzazione sta imponendo un equilibrio diverso, rispetto al passato, sul piano economico, produttivo e politico, portando il mercato europeo ad aprirsi ma anche a confrontarsi con una tendenza che vede la prevaricazione delle regole finanziarie e monetarie rispetto alla dimensione sociale, alla quale eravamo abituati.
In questa raffigurazione di un mondo interdipendente ma anarchico, se i singoli Stati nazionali restano divisi rischiano tutti (grandi e piccoli) di rimanere irrilevanti, semplici comparse e subalterni al processo descritto. L’unico modo per diventare protagonisti nel sistema internazionale è quello di agire comunemente dando senso e ruolo all’Europa. Solo l’Europa come soggetto politico-giuridico può essere un partner forte sul piano economico, monetario, sul mercato mondiale, sulle scelte di politica internazionale, proponendo un’idea di sviluppo sostenibile coniugato alla democrazia e alla coesione sociale. Solo l’Europa può essere un’area geopolitica capace di interloquire con l’America, la Russia, il Medio Oriente e l’Asia.
2 – Una volta affermato questo concetto di più Europa, il secondo elemento di sfida deve riguardare il modello d’Europa, e la scelta deve essere il modello federale. Bisogna sempre indicare la meta, perché è il punto di arrivo che consente di definire quel percorso che porta a superare quella specie di “non luogo” nel quale ci troviamo. Credo che sia il modello federale (del resto sperimentato dagli Stati Uniti d’America) quello che crea un effettivo potere di decidere e di agire, ad un livello superiore a quello degli Stati, per le materie che gli Stati non sono più in grado di affrontare da soli. Stabilito l’obiettivo, si discuta delle competenze e dei poteri da attribuire ai vari livelli di governo (europeo, nazionale, locale) in modo da poter rispondere al meglio alle sfide del nostro tempo.
3 – Tali scelte non si traducono in realtà senza una decisione sull’assetto costituzionale. Per questo, la terza sfida diventa quella di sostenere l’adozione del Trattato costituzionale con l’inserimento della Carta dei diritti fondamentali, rafforzandone in questo modo la dimensione sociale. Il testo è certamente un compromesso, ma non di basso livello, e non lo si può considerare “morto”. Seppure rispettosi della volontà di chi si è espresso contro, continuare nella sospensione del percorso di approvazione sarebbe iniquo nei riguardi di quegli Stati (la maggioranza) che lo hanno ratificato e contrario all’impegno assunto dai Governi (tutti) che lo hanno firmato.
Lo sforzo da fare è quello di associare i cittadini alle grandi scelte dell’integrazione e unificazione, rendendoli consapevoli dei grandi risultati conseguiti e delle opportunità derivanti dall’affermazione di una Europa politica.
Se questi sono i temi su cui discutere durante le celebrazioni, il congresso della Ces deve essere un evento rispetto all’affermazione di un ruolo del sindacato europeo che sappia sostanziarsi come soggetto politico autonomo, in grado di concretizzare una politica di concertazione, contrattazione e partecipazione capace di incidere sul modello economico-produttivo e sociale.
La percezione di un’Europa troppo liberista e poco sociale che minerebbe gli standards di tutele e di prosperità acquisiti, il conseguente groviglio di paure ed inquietudini e la perdita di fiducia nelle politiche europee si sconfiggono proponendo un forte ruolo del sindacato europeo, capace di rilanciare un “euro-demos” che faccia da calamita nei confronti dei suoi 60 milioni di iscritti, diventando quella voce, quella mente e quel braccio in grado di contrapporsi a quel pensiero unico che si identifica nel concetto di sviluppo rappresentato dalla equazione: iniziativa individuale privata-libero mercato.
E’ su questa scelta di fondo che come sindacati italiani abbiamo dato il nostro contributo alle tesi confederali.
Nello specifico i temi che più di altri devono concretizzare questo agire sono:
Politica industriale e sviluppo cooperativo europeo
La nuova frontiera della crescita e della competitività va affidata alla qualità dello sviluppo e quindi alla produttività del lavoro, alla produttività delle risorse naturali, alla valorizzazione della persona. Per realizzare ciò e per affermare: l’economia della conoscenza, l’eccellenza dei prodotti e dei servizi, la qualità dell’occupazione, serve un’idea di sviluppo cooperativo. Serve quindi un progetto di politica industriale e di servizi avanzati che indichi al tessuto produttivo europeo che il sentiero non è la competizione basata sul contenimento del costo del lavoro bensì attraverso uno sforzo di investimenti sui settori innovativi e su grandi progetti comunitari. In questo quadro la Strategia di Lisbona va trasformata in un progetto di priorità europeo vincolante e di utilità condivisa, che assuma il significato di sviluppo cooperativo europeo.
Politica economica e governo economico
Per realizzare uno sviluppo cooperativo europeo non basta la politica monetaria, che rimane uno strumento per proteggere dalle spinte inflazionistiche, ma inefficace a promuovere lo sviluppo economico – produttivo. Inoltre, la sua rigidità costringe ad una flessibilità negativa gli altri fattori competitivi come l’occupazione, il salario, le tutele sociali. Serve quindi una autorità centrale di politica economica che tenga assieme la stabilità monetaria con lo sviluppo; che attivi una politica economica di tipo keynesiano capace di considerare il trattato di Mastricht e il patto di stabilità degli assiomi passibili di verifica e non verità a prescindere; che predisponga un bilancio comunitario utile a creare un mercato finanziario europeo al quale attingere per grandi progetti di investimenti finalizzati alla qualità dello sviluppo in chiave solidaristica.
Mercato del lavoro
L’Europa si sta evolvendo verso un mercato del lavoro con libera circolazione dei lavoratori. Un mercato unico del lavoro non può essere un luogo di scontro tra diverse situazioni di diritto, di diversificazione dei livelli di garanzia e di tutele dei lavoratori. Così come la cittadinanza non deve rappresentare un fattore di discriminazione sul luogo di lavoro. Un mercato unico necessita di norme uniche o perlomeno complementari per quanto riguarda il diritto ad un’equa retribuzione, ad un lavoro dignitoso, a diritti sociali, welfare, salute, sicurezza formazione continua, ammortizzatori sociali ecc. E’ ora quindi di passare dalla enunciazione alla realizzazione di regole comuni.
Stato sociale
Analogamente bisogna agire sullo Stato sociale, consapevoli che esso non è più solo protezione economica bensì deve coprire, per tutta la popolazione, un insieme di rischi (vecchi e nuovi); da quelli economici all’emarginazione, all’immigrazione, all’invecchiamento; dalla convivenza tra culture-religioni-etnie, alla quantità-qualità dell’occupazione. Tutti aspetti che necessitano di cooperazione comunitaria. Se si vuole quindi uniformare il modello sociale in un paradigma europeo, bisogna ipotizzare un processo tendenziale di omogeneizzazione di politiche fiscali e contributive che sappiano intercettare e portare a solidarietà una parte delle risorse derivanti da attività finanziarie e speculative.
Politica contrattuale
Serve infine un salto di qualità del sindacato europeo nell’assunzione di titolarità contrattuale a fronte dello spostamento delle sedi decisionali anche di natura imprenditoriale. La proposta contrattuale si deve caratterizzare in tre innovazioni:
– prevedere momenti di coordinamento sui sistemi di informazione, sul salario, sui diritti individuati come rivendicazione comune;
– ipotizzare sistemi di cooperazione sulle strategie delle imprese e nelle politiche industriali, per migliorare la capacità di gestire i processi di ristrutturazione, delocalizzazione e innovazione tecnologica intervenendo a monte delle scelte delle imprese;
– concretizzare una titolarità contrattuale per imprese transnazionali e su alcune tematiche di settore introducendo sistemi di relazione caratterizzati dalla contrattazione collettiva e dalla partecipazione dei lavoratori all’impresa, dando valore giuridico a questo tipo di contrattazione.
Per concludere, credo che la Ces possa assumere un ruolo politico importante, sia durante il dibattito celebrativo, sia al congresso, capace di diffondere il senso di appartenenza a questa nuova e unica identità,fornendo un significativo contributo verso una mutazione progressiva europea, con una propria personalità politica giuridica e via via con propri attori politici sociali e sindacali, facendo diventare l’Europa quel soggetto politico – istituzionale – culturale – economico – che sappia proporre al mondo un modello di pace, di civiltà di benessere e di coesione sociale.


























