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Home - Approfondimenti - Analisi - Una condivisa visione del sindacato e del suo ruolo

Una condivisa visione del sindacato e del suo ruolo

26 Febbraio 2007
in Analisi

di Andrea Ciampani – Professore di Storia del movimento sindacale, Università LUMSA, Roma.

Il vorticoso succedersi degli appuntamenti politici e sindacali sembra consentire alle classi dirigenti rari momenti per riflettere sul senso complessivo dell’evoluzione del sindacalismo moderno. Anche la nascita nel novembre 2006 della International Trade Union Confederation (ITUC) ha suscitato poca attenzione nel dibattito pubblico; spesso, anche coloro che hanno evidenziato l’avvenimento si sono soffermati a cercare implicazioni operative tutte interne alla prassi sindacale od immaginare schieramenti politico-sindacali. Pochi, invece, hanno approfondito il significato dell’evento stesso e sui suoi contenuti.
Indubbiamente, infatti, si tratta di un avvenimento che segna la fine di un’epoca: con la consensuale fusione tra i sindacati cristiani della CMT e i sindacati “liberi” della ITUC, dopo il fallimento del sindacalismo classista della WFTU, il movimento sindacale si lascia alle spalle le divisioni sulla confessionalità e sull’anticlericalismo ottocentesco. Ma, come spesso accade, la nuova pagina scritta dall’organizzazione sindacale mondiale getta nuova luce sulle pagine precedenti. E così facendo illumina di nuovo il presente, evidenziando questioni che non riguardano solo i sindacati, ma anche gli altri attori sociali e la stessa società economica e politica.
L’ITUC, infatti, nel suo impianto pluralistico non costituisce semplicemente una somma di organizzazioni diverse raccolte in un’unica confederazione sindacale; essa unisce 304 sindacati che rappresentano 168 milioni di lavoratori di 153 paesi attorno ad una comune idea di sindacato.
Così, piuttosto che andare alla ricerca di una nuova fase “politico – sindacale” a scala mondiale, ancora da delinearsi e densa di problematiche aperte, si può rilevare, leggendo lo statuto e il documento di fondazione che lo accompagna, il valore di una condivisa affermazione sulla natura del sindacalismo e sulla sua funzione nella società moderna che propone l’ITUC.
Il senso complessivo dell’unificazione è stato certamente chiaro a tutti i partecipanti che sono giunti a tale storica determinazione (anticipata, merita ricordarlo, sul piano europeo dall’ETUC, la Confederazione europea dei sindacati, nel 1973): c’è una chiara eredità da sviluppare e c’è una infecondità da abbandonare definitivamente. Non c’è posto per un sindacato di classe (parola che non compare neppure una volta dei due documenti della ITUC). Occorre rafforzare il sindacato dei lavoratori, che rappresenta gli interessi e i diritti di “working women and men”, organizzazione di tutela per “working people and their families”.
Continuando a sviluppare tale indirizzo, avviato dalle organizzazioni “libere” e “cristiane” che si sono unite, la nuova confederazione internazionale dei sindacati non afferma un sindacato agnostico: essa sembra possedere una visione complessiva del sindacato nella realtà socio-economica e politica, che ha prevalso in laboriose trattative prolungatesi lungo anni e se si è sedimentata nell’esperienza sindacale. La ITUC si presenta come una confederazione sindacale volta ad “unire e mobilitare le forze democratiche e indipendenti del sindacalismo mondiale per dare effettiva rappresentanza ai lavoratori”. Questa dichiarazione di principio, contiene valori e orientamenti che lo statuto e il manifesto costitutivo continuamente riprendono: la centralità dell’associarsi dei lavoratori e la centralità dell’attività contrattuale e negoziale. 
Gli obiettivi statutari della ITUC sono individuati, dunque, nella convinzione che “l’organizzazione in sindacati democratici e autonomi e la contrattazione collettiva siano essenziali per il raggiungimento del benessere delle persone che lavorano e delle loro famiglie e per la sicurezza, il progresso sociale e uno sviluppo sostenibile per tutti.” Non per nulla l’appello più forte per gli aderenti alla ITUC assume un titolo davvero espressivo: “Organise!” Quest’imponente confederazione mondiale non manca di ribadire che “l’associazione dei lavoratori costituisce l’essenza stessa della forza e dell’influenza del sindacato e rappresenta la base sulla quale il movimento sindacale può costituire una vera forza di contrappeso dell’economia mondiale”.
Nulla di più lontano da ideologie classiste o da mitologie pansindacaliste. E’ presente, sì, una pretesa certamente impegnativa: quella di moltiplicare la forza della rappresentanza sociale su molteplici livelli, dalla scala locale alla dimensione della globalizzazione. In ciò si manifesta, accanto alla sottolineatura della forza associativa dei lavoratori, la percezione di un articolato sistema della società internazionale, dove esistono diversi centri di regolazione e di negoziazione, nei quali giungere a rappresentare interessi spesso ignorati o ingiustamente colpiti.
L’ITUC, dunque, vuole esercitare nell’economia globale una forza di contrappeso, per favorire un’equa distribuzione della ricchezza e del reddito. Certo, la confederazione sindacale mondiale vuole cambiare l’attuale processo di globalizzazione dalle fondamenta, ma non si oppone alla globalizzazione e allo sviluppo: s’impegna per una crescita equa e sostenibile. Per questo essa aspira a combattere la globalizzazione ma, come viene ripetuto, intende positivamente favorire “a new model of globalisation”. Ciò significa, spiega il documento di fondazione della ITUC, giungere a realizzare una “effective and democratic governance of economic governance”, capace di un “fair and inclusive process of globalisation”.
Non si parla di un “government” futuribile a scala mondiale, ma dell’esigenza di ampliare una “governance” che già agisce, seppur in modo squilibrato, per molti aspetti con arbitrio e inefficacia. Per questo la ITUC si sofferma sul ruolo che potrebbe svolgere l’ILO, sulle riforme necessarie per il WTO, sul mutamento di orientamento politico del IMF e della Banca mondiale. Per questo prefigura rapporti con organizzazioni della società civile, senza compromettere l’autonomia del sindacato. Per questo l’ITUC giunge a dare il suo sostegno a un “dialogo sociale con le organizzazioni internazionali degli imprenditori”.
La confederazione internazionale dei sindacati mira a partecipare a una governance mondiale dell’economia, rafforzando la capacità di rappresentanza delle organizzazioni aderenti, con quattro finalità principali: a) per difendere diritti e interessi dei lavoratori; b) per promuovere lo sviluppo e il radicamento del sindacalismo indipendente e democratico; c) per essere un attore contrappeso nella economia mondiale; d) per includere nel sindacato tutte le prospettive e bisogni dei lavoratori a livello mondiale.  Si tratta di un libro dei sogni? Si tratta di obiettivi che appaiono auspicabili, piuttosto, proprio perché corrispondono a un processo di civilizzazione che coinvolge il comune interesse di molteplici attori pubblici e privati.
In effetti, nulla appare più realistico che “mobilitare la forza, l’energia, le risorse e l’impegno e le capacità delle organizzazioni aderenti e dei loro iscritti per il raggiungimento di questi obiettivi, facendo dell’azione sindacale internazionale parte integrante del loro lavoro quotidiano”. Acquisendo, cioè, consapevolezza di quanto già fanno. Si tratta di un percorso additato dalla realtà socio economica, ma ancora da percorrere consapevolmente: andare oltre l’internazionalismo delle centrali nazionali per delineare un attore sociale internazionale.
Una considerazione, infine, intorno ai riflessi sull’esperienza sindacale nel nostro paese. Le confederazioni e i sindacati italiani sono avvertiti che a scala mondiale la rappresentanza dei lavoratori si definisce intorno al movimento sindacale indipendente e democratico frutto della libertà associativa, finalizzate ad essere un responsabile contrappeso sociale nei processi di governance economica? La CGIL (che aderisce con CISL e UIL a tali valori della ITUC) non potrebbe compiere un esplicito passo in avanti in tale direzione? E le relazioni industriali non dovrebbero essere indirizzate a favorire una tale presa di coscienza del movimento sindacale a sostegno di un equilibrato sviluppo locale, nazionale e internazionale?

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