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Home - Approfondimenti - Analisi - Un patto vero, autorevole, alto negli obiettivi

Un patto vero, autorevole, alto negli obiettivi

16 Gennaio 2007
in Analisi

di Paolo Pirani, segretario confederale Uil

Il Presidente Ciampi, nel commentare la convulsa e confusa fase politica coincidente con il lavoro della Finanziaria, ha formulato delle considerazioni che è opportuno raccogliere. Egli ha detto  che è venuto meno e si è smarrito il senso della missione a monte di una manovra complessa e profonda che impegna risorse per più di 35 miliardi di euro. In effetti, scomparsi dall’orizzonte gli obiettivi  strategici  – sviluppo , crescita del paese, maggiore accumulazione e conseguente redistribuzione – la Finanziaria appare, in particolare ai ceti  più deboli, come un insieme pletorico, talvolta contraddittorio, di norme. Si rischia così di deludere e disperdere entusiasmi, aspettative e voglia di cambiamento mai sopiti nella società italiana e soprattutto non si organizzano ed indirizzano  le energie migliori e la vitalità presenti nel Paese. Come stupirsi del crescente distacco dei cittadini dalla politica e dalle istituzioni? Se il ceto politico continua ad essere autoreferenziale, ad elencare i problemi ma non avere la soluzione per essi, aumentano i rischi di chiusure particolaristiche e corporative. La questione più pericolosa, però, è che il possibile rigurgito corporativo, allargherà ancora di più le divisioni presenti nella società italiana, estenderà ulteriormente le aree di esclusione. Pensiamo, ad esempio, alle nuove generazioni. Quali ideali, quali motivazioni e quali stimoli può fornire a delle ragazze e a dei ragazzi, l’attuale rappresentazione della politica che privilegia il piccolo cabotaggio, le astuzie finalizzate al mantenimento dell’immagine di potere? Quanti, ma soprattutto, chi saranno i giovani attratti da una siffatta idea di politica?

Noi pensiamo che compito della classe dirigente, in tutte le sue articolazioni, sia quello di indicare le priorità da affrontare, i mezzi da utilizzare, gli strumenti da approntare. Così è stato nella nostra storia recente quando abbiamo evitato drammatiche derive finanziarie e politiche. Nei primi anni Novanta la priorità del Paese fu la lotta all’inflazione. Successivamente l’ingresso nell’euro. Oggi la priorità si chiama sviluppo, e quindi aumento della produttività in modo da raggiungere almeno gli stessi livelli dei Paesi con i quali usiamo abitualmente confrontarci. Alla base delle opache performances degli anni scorsi e della crescita infinitesimale del nostro Pil c’è la diminuzione verticale di produttività. Sviluppo e produttività, quindi, un binomio inscindibile: simul stabunt simul cadent. Dopo aver criticato l’inadeguatezza del ceto  politico, va al tempo stesso analizzato il comportamento delle parti sociali. Anche qui non mancano le dolenti note. Soprattutto è prevalsa la logica di posizionamento identitario ed il tatticismo. Da un lato si è data l’impressione che l’endiadi sviluppo/produttività fosse riconducibile in modo esclusivo alla gestione unilaterale dell’organizzazione del lavoro e al predominio incontrastato delle imprese in materia di orari. In questo quadro, l’unica proposta diveniva la detassazione degli straordinari. Dall’altro, si è riproposta la consueta dialettica tra “tradizionalisti”, fautori del mantenimento e della difesa degli assetti vigenti, e “ sperimentatori”, disponibili a definire un quadro minimo di regole e diritti comuni, ampliando lo spazio per gli  ambiti decentrati. Tutto ciò, francamente, è un deja-vu, tra l’altro stucchevole, visto che si ripropone da quasi un decennio. Non va dimenticato, infatti, che il presidente Ciampi, allora ministro economico , propose di ampliare le opportunità di sviluppo collegando flessibilità a crescita degli investimenti che fossero in grado di allargare  capacità produttiva e occupazione. Non se ne fece nulla.


Per questa ragione il cosiddetto  Patto di Natale perse di significato. Un’occasione, quindi, malamente persa, che, se colta, ci avrebbe consentito sicuramente di ridurre il divario che si è accumulato con i nostri diretti competitori. Oggi, non dobbiamo fallire nuovamente. Per questi motivi, oltre a superare la stantia contrapposizione tra “tradizionalisti” e “sperimentatori”, al sindacato confederale è richiesto qualcosa di più. La capacità di mettersi in discussione, di rischiare e di accettare le nuove sfide che anche la globalizzazione ci pone. Soprattutto per due ordini  di motivi.


In primo luogo perché rischieremmo di disperdere i segnali di ripresa (seppure inferiore a quelli che si registrano negli altri paesi) che si sono manifestati: crescita delle esportazione del 7%, risalita del Pil, aumento della domanda interna dell’1%, aumento delle entrate e riduzione del fabbisogno pubblico. In secondo luogo, lo scenario monetario internazionale con il rafforzamento dell’euro ci sollecita ulteriormente verso più incisive riorganizzazioni che siano da stimolo per le imprese e che sul resto  dell’economia, in particolare nei servizi, elevino considerevolmente le quote di efficienza e produttività.


Nel passato recente vi è forse stato il rischio di  scivolare in una certa retorica del declino. Noi non ne abbiamo fatto parte. Non lo abbiamo considerato inevitabile, anche perché riteniamo che l’azione della politica e gli impegni delle parti sociali possano costituire le fondamenta per una ridefinizione  più moderna ed incisiva del sistema Paese. Tutto ciò, però, non deve indurci ad abbassare la guardia. Il pericolo del declino non è affatto scongiurato, se non risaliamo nei differenziali che ci separano dagli altri Paesi.


Quindi, niente accordi o patti di basso profilo, tanto  per dare l’impressione di una rivitalizzazione  della concertazione. Al contrario, un patto vero, autorevole, alto negli obiettivi, capace di sciogliere i nodi strutturali del Paese. Il deficit di produttività e la stasi della crescita vanno affrontati nella loro globalità, abbandonando ottiche parziali. Allora, una organizzazione del lavoro più flessibile non può essere disgiunta dall’innalzamento dei processi formativi e di qualificazione, dall’incremento delle dinamiche degli investimenti delle imprese, così come la semplificazione della macchina amministrativa non può prescindere da una riforma che inserisca stabilmente elementi di competitività e di valorizzazione del merito.
In una battuta : uno sviluppo che abbia prospettiva, ben oltre gli effimeri effetti congiunturali, deve agire su tutta la tastiera dei fattori che attraversano la produttività.


Anche perché è l’unico modo per rendere la parola riformismo non un vuoto e astratto concetto retorico, ma un termine carico di significati che interviene attivamente e positivamente nella vita delle persone.

redazione

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