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Home - Approfondimenti - Analisi - Uno strano modo di concertare

Uno strano modo di concertare

26 Ottobre 2006
in Analisi

di Giuseppe Caronia – segretario generale Uiltrasporti

Il  Governo Berlusconi  aveva sostituito la concertazione con il dialogo sociale, che in pratica ha significato “voi dite ciò che volete, noi facciamo ciò che vogliamo”. L’attuale Governo, invece, pur riaffermando il valore della  concertazione ne mette in pratica, nel preparare la Finanziaria una  inedita ed, a mio avviso, strana versione che sembra aver raggiunto l’incredibile risultato di scontentare tutti, tranne e nel segno della migliore tradizione, la sola Cgil. Protestano quindi gli imprenditori, i commercianti, gli avvocati, i farmacisti, i tassisti, i  lavoratori autonomi, e mi fermo solo per carità di patria. Riesce anche a scontentare, oltre che alcuni settori della stessa maggioranza di governo, persino il governatore Draghi e gran parte degli economisti ed analisti di mezzo mondo.
Anche noi lavoratori dipendenti, pur valutando positivamente il soddisfacente  risultato conseguito con l’accordo sul Tfr, non siamo di certo entusiasti di come vanno le cose. Naturalmente esprimeremo un giudizio compiuto solamente dopo l’approvazione della legge finanziaria nella sua versione definitiva che, a parer mio, Dio solo sa oggi quale sarà. Ed il nostro non sarà un giudizio politico legato a logiche di schieramento che non ci appartengono, ma legato alle risposte che verranno date agli interessi che noi rappresentiamo. Tuttavia alcune considerazioni su una questione che ci sta molto a cuore e che ha fortemente caratterizzato la campagna elettorale della compagine oggi al governo, il cosiddetto cuneo fiscale, vogliamo farle sin da ora.
 
La reale riduzione del cuneo fiscale del costo del lavoro è una misura, oserei dire, fondamentale per la crescita del sistema Paese: favorirebbe, infatti, l’incremento della domanda interna ma allo stesso tempo anche l’offerta. I lavoratori dipendenti e i pensionati hanno un credito nei confronti dell’erario e devono semplicemente essere risarciti, anche per  ragioni di giustizia sociale. E’ necessaria dunque una politica fiscale che non si irrigidisca sul consolidamento degli attuali livelli di tassazione ma che, al contrario, punti a liberare risorse per i lavoratori dipendenti e per i pensionati. Lo strumento che, più di ogni altro, può far conseguire risultati rapidi ed efficaci è rappresentato proprio da una riduzione delle tasse sul lavoro. In questa direzione, la riduzione del cuneo fiscale, che attualmente genera una forbice insostenibile tra salario lordo e salario netto è, a nostro avviso, la strada migliore.
E parlando di fisco non possiamo naturalmente non condividere il dichiarato impegno del Governo nella lotta all’evasione ed all’elusione fiscale, che dovrebbe però abbandonare ogni tentazione punitiva e riaffermare invece i criteri di equità e di giustizia. Certamente apprezzabile, invece, l’istituzione  del Fondo Feli (Fondo per l’emersione del lavoro irregolare), anche se ne evidenziamo l’esiguità delle risorse rispetto ad un problema così grave. A tal riguardo, il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti,  nel corso della  manifestazione del 21 ottobre scorso a Foggia contro la violenza e lo sfruttamento,  non ha esitato a definire il lavoro nero come una “metastasi” da estirpare.

Ma per tornare al nocciolo della questione, per quanto riguarda, cioè, la riduzione del cuneo fiscale i conti della Finanziaria proprio non tornano. I vantaggi che dovevano derivare ai lavoratori dipendenti dalla riduzione della differenza  tra la retribuzione lorda e quella netta sono inferiori a quanto promesso dal Governo. Più precisamente, il conteggio secondo cui, fra detrazioni, assegni e nuove aliquote, il Governo avrebbe distribuito ai lavoratori circa 3 miliardi di euro non è esatto. Entriamo nel dettaglio. La ripartizione dei vantaggi derivati dal taglio del cuneo doveva riversarsi per il 60% sulle imprese e per il 40, corrispondente a circa 3 miliardi e mezzo, sui lavoratori. Così non è stato. Infatti, dall’operazione sugli assegni familiari arriveranno nelle tasche dei dipendenti circa 1.400 milioni. E il resto?  Sicuramente il Governo ha rimodulato l’Irpef ma così facendo, come ha osservato Paolo Pirani, nostro segretario confederale,  non solo  non ci ha rimesso un euro, ci ha pure guadagnato.
Svelato, allora, il bluff della Finanziaria in relazione al taglio del cuneo, dobbiamo ora essere incisivi e determinati nei confronti del Governo. Sarà una battaglia difficile, ce lo ha ricordato Luigi Angeletti a conclusione del suo intervento al Comitato centrale del 20 ottobre, perché rischiamo di condurla in splendida solitudine. Aggiungo io, sicuramente senza la Cgil, che difende ad oltranza il provvedimento così com’è.  Ma è giusto proseguire su questa strada perché gli unici che non hanno tratto vantaggi dalla partita fiscale sono proprio i lavoratori dipendenti, quelli cioè che, più di tutti, avrebbero avuto diritto ad una compensazione per la perdita del potere d’acquisto subita negli ultimi cinque anni. E l’unico modo, come da tempo rivendichiamo, per realizzare una efficace riduzione fiscale è quello di detassare gli incrementi contrattuali per i prossimi quattro anni, oppure operare ulteriori detrazioni per la produzione di reddito da lavoro dipendente. Solo in questo modo si otterrebbe una reale riduzione del cuneo. Il Governo, invece, ha fatto un’altra operazione: ha rimodulato le aliquote fiscali ed ha introdotto alcune detrazioni per i familiari a carico. Con due conseguenze non indifferenti: le tasse vengono ridotte solo a chi ha famiglia e, inoltre, ai moltissimi finti poveri, a quelle categorie cioè che possono dichiarare molto meno di quanto guadagnano. Con buona pace dei lavoratori dipendenti, i più tartassati in questi ultimi anni da una riduzione del potere d’acquisto che ha peraltro generato il calo dei consumi e la stagnazione della nostra economia.


Tornando al Tfr, si tratta di un grande risultato per la nostra organizzazione, che è stata la vera protagonista e la più incisiva  tra tutti i sindacati. L’aver mantenuto  in favore della previdenza integrativa il meccanismo del silenzio-assenso, previsto dalla legge 252, come da noi richiesto, mettendo così il secondo pilastro alla costruzione di questo importante strumento a favore dei lavoratori che può quindi decollare in maniera definitiva, è sicuramente un grande risultato. Secondo l’accordo, infatti, verrà anticipata la partenza della riforma della previdenza complementare al gennaio del 2007.
Ho prima accennato alla grande manifestazione, contro il lavoro nero, organizzata a Foggia da Cgil, Cisl e Uil, nel corso della quale Luigi Angeletti ha appunto dichiarato che “il lavoro nero è come una metastasi”.  L’analisi, per quanto spietata  possa apparire, risulta purtroppo drammaticamente esatta. In Italia ci sono, infatti, più di 4 milioni di uomini e donne che lavorano in condizione di irregolarità, in nero o con contratti parzialmente dichiarati. Il lavoro sommerso rappresenta quindi uno dei principali problemi del nostro Paese perché colpisce milioni di uomini e donne nella loro dignità di lavoratori e nella loro sicurezza, danneggiando la parte sana del sistema produttivo ed è, infine, la causa maggiore di evasione fiscale e previdenziale.


Non ho voluto né potuto con questo mio breve intervento affrontare un’analisi compiuta della Finanziaria 2007, anche perché, come già accennato, ancora tutta da scoprire nella versione che verrà approvata dal Parlamento, ma desidero, in conclusione, esprimere seri dubbi su come vengono affrontati i problemi irrisolti delle popolazioni del Mezzogiorno d’Italia che non mi sembra siano,usando un eufemismo, adeguatamente trattati nella manovra economica. Come non assimilare queste popolazioni ai “nuovi poveri della nuova Europa” a quelli cioè del Paese più forte economicamente, la Germania, dove una parte rilevante della popolazione vive molto al di sotto la soglia della povertà?. Sei milioni e mezzo di persone, l’8% dell’intera popolazione tedesca, vivono infatti nella precarietà assoluta, condannate ad una continua lotta  per arrivare alla fine del mese, che taglia loro ogni legame e rapporto con la società.  Nuovi poveri, figli di riforme sociali evidentemente sbagliate. Possa essere questa drammatica situazione di monito per i nostri governanti.

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