di Pietro De Biasi, responsabile risorse umane e relazioni industriali gruppo Riva
Esiste in Italia una questione salariale? A questa domanda si può rispondere affermativamente senza per questo dover prendere automaticamente una specifica posizione all’interno del più ampio dibattito sulle priorità economiche del Paese e sulla via migliore per ridare slancio ad uno sviluppo ormai asfittico da un decennio.
Sono ormai moltissimi i dati e gli studi che attestano l’esistenza di uno specifico problema reddituale per il lavoro dipendente in Italia, specialmente per i settori esposti alla concorrenza, per i quali l’elemento costo del lavoro è spesso un fattore rilevante a fronte dei molti altri svantaggi competitivi del nostro Paese. Dal limitato punto di osservazione del gruppo industriale che rappresento, rilevo che, nonostante politiche retributive centralizzate ed omogenee, permane e non decresce uno scarto negativo tra i redditi dei nostri dipendenti italiani rispetto ai colleghi tedeschi, belgi e francesi (mentre il vantaggio nei confronti degli spagnoli tende ad azzerarsi). A titolo esemplificativo, e senza pretesa di validità scientifica, riporto i salari lordi e netti di un operaio tipico (colatore) di 45 anni con 2 figli a carico in alcuni Paesi dove siamo presenti: Belgio, lordo € 45.700, netto € 28.800; Francia, lordo € 32.150, netto € 25.190; Germania (nuovi Laender) lordo € 35.150, netto € 26.000; Italia, lordo € 27.000, netto € 20.500. Non va d’altro canto dimenticato che, se si considera l’intero costo del lavoro, le differenze decrescono visibilmente; questa osservazione chiama però in causa tutta la struttura e le deformazioni del welfare italiano, una cui disamina eccede gli scopi di questo testo.
Ma ha bisogno l’Italia di concertare una nuova politica dei redditi che coniughi virtuosamente sviluppo e miglioramento dei livelli retributivi della grande platea dei lavoratori dipendenti, e che progressivamente riduca il gap con i Paesi più avanzati? A questo secondo quesito, che pure sembrerebbe implicare una risposta sicuramente positiva, occorre rispondere a mio giudizio in maniera differenziata.
Il termine “politica dei redditi” richiama nel dibattito italiano l’accordo del 1993 ed il modello sotteso: una grande intesa concertativa (rectius, corporativa) tra alcuni grandi attori sociali (Governo, sindacato, Confindustria) dove si tenta di regolare ed indirizzare le dinamiche economiche e sociali che presiedono all’andamento dei salari, dei prezzi e della produttività e redditività del sistema industriale.
Per analizzare adeguatamente l’utilità dello strumento per il fine, credo si possa innanzitutto dare uno sguardo, rapido e sommario, oltre i nostri confini. Se prendiamo a modello i Paesi che ci sopravanzano in termini di solidità del sistema industriale e di livelli reddituali (Usa, Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna etc.) vediamo che non esiste una politica dei redditi secondo la nozione italiana e che la parola concertazione è quasi intraducibile, se non si vuole ricorrere all’ambiguo termine di corporativismo. Forme invece più simili al modello italiano le troviamo invece o in Paesi più piccoli ed a fortissima coesione sociale, non assimilabili per caratteristiche e storia all’Italia, o, soprattutto, in Paesi a sviluppo molto più arretrato (in Europa, la Grecia).
Partendo da questa brevissima osservazione comparativa, vale forse la pena di chiedersi se effettivamente la politica dei redditi sia il modo migliore per affrontare la questione salariale in Italia. L’accordo del 1993 nasce e trova la sua ragione profonda in una situazione emergenziale: come è noto, il Paese versava in una gravissima crisi finanziaria, rispetto alla quale era necessario uno sforzo eccezionale ed un’assunzione di responsabilità, da parte dei principali attori sociali. In questo senso si giustificava la codificazione “per decreto” delle regole e dei comportamenti della contrattazione collettiva, cuore della democrazia industriale stessa.
Nei Paesi più avanzati, ed al di fuori da situazioni di crisi conclamata, le norme e le prassi della contrattazione collettiva, e della dinamica generale delle relazioni industriali, sono frutto di una lenta stratificazione storica in cui la cornice legislativa si integra naturalmente con i comportamenti delle parti sociali, che liberamente rispondono agli interessi degli associati ed ai vincoli di quadro. In buona sostanza, in Germania, per citare un Paese molto sensibile ad esigenze di consenso e coesione sociale, nessuno si preoccupa di definire e ridefinire dall’alto regole per ottimizzare il comportamento degli attori sociali. Evidentemente non ve ne è il bisogno, giacché la dialettica delle relazioni industriali è capace da sola di dare il migliore dei compromessi possibili tra sviluppo e tutela dei redditi. E laddove le modificazioni del quadro economico sociale lo richiedano, le parti sociali cercano soluzioni innovative sul piano concreto della negoziazione contrattuale. La velocità, seppur relativa trattandosi di un Paese tipicamente “lento”, con cui il dibattito sull’ orario di lavoro nel settore metalmeccanico (e non solo) tedesco ha avuto una profonda inversione di tendenza, passando dalla riduzione all’allungamento, con l’implementazione di numerosi accordi in tal senso, confrontata al penoso stallo italiano, esemplifica plasticamente la maggiore efficienza di relazioni industriali libere dal sovraccarico della concertazione secondo il modello da noi in auge.
Io credo che una concertazione verticistica – questo è, in sintesi, il sistema degli accordi interconfederali-, lungi dal fornire una base condivisa ai comportamenti delle articolazioni sociali, tende a deresponsabilizzarle e contribuisce a determinare comportamenti elusivi e distorsivi rispetto sia alle regole concordate, sia, più in generale, a prassi coerenti con quelli che dovrebbero essere obiettivi di quadro condivisi. Le vicende dell’ultimo contratto metalmeccanico ed il fatto, invero illuminante, che in Italia il massimo della concertazione si accompagni sistematicamente al massimo della conflittualità sindacale, e del contenzioso individuale, sono ulteriori prove, tanto evidenti quanto trascurate, dell’inefficienza della concertazione stessa.
Discorso simile vale anche, in via più generale, per l’andamento dei redditi. Certo, la questione salariale in Italia ha cause strutturali importanti: la debolezza del tessuto industriale, troppo orientato ad una competizione giocata sul piano dei meri costi, il carico fiscale e soprattutto previdenziale, figlio di un sistema pensionistico sbilanciato, etc. Ma anche le carenze del sistema delle relazioni industriali giocano un loro proprio ruolo.
La sottrazione alle parti direttamente negozianti della piena potestà sugli obiettivi economici provoca spesso la “politicizzazione” della trattativa, ovvero non si perseguono più risultati concreti, fondati sugli interessi degli associati, ma coerenti invece, nel migliore dei casi, con i vincoli e i targets di un accordo generale e necessariamente generico; più spesso, con l’interpretazione “autentica” della confederazione di riferimento. Inoltre, il parziale spossessamento del tema economico sovraccarica di peso gli altri aspetti della contrattazione, con ulteriori effetti distorsivi come l’aggravio di costi indiretti per le aziende senza benefici economici per i lavoratori.
Tutto ciò non vuol dire che la soluzione migliore sia un anarchico campo di battaglia dove solo la forza regola la misura delle intese di volta in volta raggiunte. Significa che la crescita e la maturità delle parti sociali, e con esse una ritrovata vitalità e propositività delle relazioni industriali in Italia, si gioca sulla loro capacità di interpretare di volta in volta, a seconda del comparto, della congiuntura economica, talvolta della situazione della singola impresa, gli interessi concreti in gioco ed il loro punto di equilibrio. Da questo tipo di approccio trarrebbe beneficio sia la competitività del sistema industriale, sia la dinamica delle retribuzioni, per la capacità della negoziazione di individuare pragmaticamente gli adeguati spazi redistributivi. Inoltre l’abbandono del sistema di direzione dall’alto – questa sorta di pedagogia illuministica-, delle relazioni industriali favorirebbe a cascata un progressivo snellimento del contratto nazionale ed il coagularsi della sovranità negoziale presso il luogo dove viene creata la ricchezza, e dove dunque andrebbe deciso della sua distribuzione. E se crediamo davvero al ruolo delle relazioni industriali come fattore di competitività, le migliori prassi diverrebbero benchmark per l’intero sistema industriale.
Invece dobbiamo ancora constatare che nel mentre si invoca la concertazione come strumento di valorizzazione del ruolo delle parti sociali, in concreto le si relega in una posizione ambigua e di fatto subalterna, ingabbiate all’interno di una dialettica politicista tutto giocata sul piano ideologico e sulla logica del Governo amico o nemico.


























