di Felice Orsi – direttore risorse umane e organizzazione gruppo Ferrovie Nord Milano
– Le argomentazioni portate da Agostino Megale a sostegno di una nuova concertazione di politica dei redditi, sono certamente espressione genuina di una rinnovata e positiva volontà sindacale di concorrere e contribuire allo sviluppo del Paese senza più trincerarsi in antagonismi velleitari, sterili ed improduttivi. In quanto tali, esse mi paiono pertanto meritevoli di attenzione anche se inserite in una cornice “politica” (il nuovo Governo di centro sinistra) che l’autore, legittimamente, considera una sorta di bene in sé, ma che, dai primi atti concreti, non pare così univocamente tesa a perseguire con coerenza una equilibrata politica di sviluppo strutturale, come invece si sarebbe potuto supporre alla luce del Dpef del giugno scorso. Non può essere, infatti, che la politica di concertazione buona e giusta sia quella che vede soddisfatte le sole esigenze sindacali, importanti sì ma nient’affatto esaustive del dialogo sociale.
– La stessa questione salariale evocata dall’autore può porsi in termini almeno in parte diversi. E’ indubbio che chiunque in questi anni non abbia avuto la possibilità di fissare autonomamente e liberamente il prezzo della propria prestazione o del proprio prodotto abbia perso terreno rispetto a chi ha potuto allinearsi all’euro in base all’equivalenza 1000 lire = 1 euro; ma è altrettanto indubbio che, in un sistema Paese contrassegnato da produttività stagnante e competitività calante, ogni rimonta salariale “a prescindere” non solo non contribuisce al rilancio, ma prima o poi si avvita su se stessa alzando solo temporaneamente ed illusoriamente il livello minimo di consumi. Dentro un processo di crescita della produttività del lavoro e di ripresa della competitività del sistema Italia, ha ragione d’essere una consequenziale attenzione ai valori salariali diffusi; al di fuori di tale processo la rimonta salariale è solo il tentativo di ridistribuire una torta complessivamente sempre più piccola.
Meno oneri impropri devono gravare sul lavoro, questo è certo. E da qui può partire il rilancio. Ma se poi la riduzione del cuneo fiscale in parte viene attribuita ai lavoratori e la rimodulazione delle aliquote fiscali avvantaggia ulteriormente le fasce più basse di reddito, come può essere che al contempo si debba assistere a pingui rinnovi contrattuali nazionali anche in settori asfittici ed in crisi, accanto all’estensione auspicata del secondo livello di contrattazione e dentro un quadro in cui, secondo Megale, si deve concertare “anche a livello locale, prezzi e tariffe per difendere efficacemente i redditi”?
– Non entro nel merito dei dati sulle retribuzioni esposti da Megale, sono dati per classi generali così vaste che dicono tutto e niente; e, d’altro canto, le medie che altro sono se non il frutto matematico delle disuguaglianze? In un Paese in cui si parla insistentemente di una consistente evasione fiscale e poi si definiscono ricchi coloro che dichiarano più di 75.000 € (due terzi dei quali sono lavoratori dipendenti, quindi cittadini obbligatoriamente leali verso l’erario) tutti i dati possono essere messi sul tappeto per dimostrare qualsiasi cosa a vantaggio della parte che si rappresenta. E poiché le organizzazioni di interesse legittimamente difendono gli interessi dei propri rappresentati non c’è scandalo alcuno nel fatto che lo facciano con intensità e tenacia; quel che stride è che, a volte, chi legittimamente difende interessi di parte ritenga di potersi ergere a difensore e interprete degli interessi generali.
Cercherò di fare alcuni esempi prendendoli dal settore nel quale opero ed ho maggiore esperienza: il trasporto pubblico locale.
Nel documento che le confederazioni hanno presentato a luglio al Governo si dice che “dal 1996 al 2004 le retribuzioni sono aumentate del 19,03% rispetto ad un’inflazione accertata dall’Istat del 19,36%, mentre le risorse trasferite dallo Stato alle Regioni relative al Tpl – e non sempre interamente destinate alle aziende – si sono incrementate nello stesso periodo solo del 6%, determinando una progressiva asfissia delle imprese impossibilitate a realizzare progetti di sviluppo”. Non mi interessa qui disquisire sul fatto che le retribuzioni effettive hanno avuto una crescita anche superiore a quella dichiarata; sta di fatto che ad aziende che hanno avuto neanche il 6%, si è strappato il 19% ed un altro 6% lo si sta chiedendo per questo biennio. C’è una logica concertativa in tutto ciò? Oppure c’è una spirale di convenienza un po’ perversa messa in atto dalle organizzazioni sindacali, per cui si usa l’arma dello sciopero, e dei possibili progressivi disagi che esso comporta anche in tema di ordine pubblico, per ottenere coperture piene alle proprie richieste salariali da parte dello Stato, con rimborsi tardivi alle aziende, oltretutto deprivate di altre fonti di entrata per i necessari investimenti?
– In realtà, non mi azzardo a dirlo per l’intero settore, ma, parlando del gruppo in cui opero, il quinquennio 1997-2001 ha visto significativi recuperi di produttività aziendale, con buona redistribuzione dei migliori risultati ai lavoratori, in una quadro di contrattazione nazionale contrassegnato da scarso spessore economico e da interessanti novità normative in tema di flessibilità. Dal 2002 in poi si sono invece susseguiti Contratti Nazionali molto generosi, con alcuni spiacevoli arretramenti sulla flessibilità normativa, mentre, sul versante aziendale, si è teso da parte sindacale a considerare la produttività pregressa come il massimo concedibile e non più quindi incrementabile.
Due credo siano le motivazioni di questo andamento: la prima è che quando il contratto nazionale dà non poco in cambio di poco (impegni a parole, soggetti poi a riverifiche continue in sede locale) non c’è più interesse a scambiare qualcosa a livello aziendale (parlo di realtà aziendale dove la retribuzione annua media lorda, esclusi i dirigenti, supera i 32.000 € e dove il personale operativo di esercizio gode di trattamenti migliori rispetto ai settori impiegatizi).
L’altro motivo è da rintracciarsi nel fatto che prima del 2001 pareva che la liberalizzazione del settore fosse imminente, per cui tutti tendevano a rimettersi in linea; dopo il 2001 s’è diffusa l’idea che tutto fosse un bluff e quindi, sparita la minaccia esterna, ci si è rifugiati nella tranquillità degli affidamenti in house o di soluzioni analoghe.
– E’ sicuramente risultato incredibile e deplorevole che un Governo di centrodestra non abbia perseguito una vera politica di liberalizzazioni, lasciando correre la spesa pubblica praticamente senza freni; condivido inoltre personalmente l’opinione di Megale sulle liberalizzazioni del pacchetto Bersani. Ma è proprio sicuro Megale che se si liberalizzassero davvero alcuni settori pubblici non assisteremmo anche lì allo scatenarsi “delle peggiori reazioni corporative”? Tante clausole sociali a difesa ad oltranza di tutto l’esistente in settori pubblici e/o sostenuti dal finanziamento pubblico, non sono anch’essi assimilabili alla pervicace conservazione dello status quo?
– Riguardo ai quattro punti chiave cui Megale fa cenno vorrei fare alcune sommarie osservazioni.
1. Il ruolo del Ccnl si consolida se si snellisce; l’estensione del secondo livello è possibile solo se il primo non si prende tutto, non decide tutto, non fa di tutte le erbe un fascio.
A mio parere il Contratto nazionale può avere solo la funzione di recupero dell’inflazione sui minimi contrattuali che a tutti devono essere garantiti e di definizione delle norme generali che sovrintendono all’utilizzo ed al trattamento del lavoro prestato.
La produttività è davvero misurabile e, quindi, anche remunerabile, solo a livello aziendale; la produttività di settore, se mai esiste davvero, è una media fra le disuguaglianze e, se distribuita al centro, rischia di favorire di più chi in loco ha fatto di meno.
Delle due l’una: o il Ccnl cede qualcosa in termini di scadenze temporali, di contenuti normativi e di corrispettivi economici al secondo livello, o quest’ultimo rimarrà per sempre precluso ai milioni di lavoratori che operano nelle piccole e medie aziende. Fino ad oggi, di fatto, il compromesso sociale realizzato per volere degli attori più importanti (Confindustria compresa) è consistito nel rinnovare Ccnl alti, al fine di dare tutela anche a chi non dispone di altre occasioni contrattuali. Poi le entità sindacalmente forti, a prescindere dal reale andamento del settore in cui operavano, erano autorizzate ad aggiungere o strappare ulteriori vantaggi. Da questo “combinato disposto” sono nate le grandi disuguaglianze, che sono quelle tra gli ipertutelati dei settori protetti e coloro invece che sono esposti ai sussulti dell’economia globale o anche solo alla vera concorrenza sui mercati locali.
2. Pare ormai senza senso a livello nazionale il susseguirsi di quadrienni economico-normativi e di bienni economici. Personalmente ritengo che, se si vuole davvero l’estensione del livello aziendale di contrattazione, esso possa svilupparsi verso la metà del superstite quadriennio unico di vigenza del Ccnl. Temo cioè che il triennio nazionale di cui parla Megale lasci inalterate le pressioni ed i vincoli sul livello decentrato. Ma naturalmente già il parlare di modifiche delle cadenze temporali mi sembra un approccio interessante e positivo.
3. Il tema della semplificazione e uniformazione contrattuale evoca suggestioni politiche stimolanti ancorché richieda fatiche tecniche epocali. Ma anche qui bisogna capirsi su cosa significa uniformare. Se cioè uniformare piccole e grandi imprese a livello di Ccnl significa far digerire, seppur gradualmente, alle piccole tutto quello che già vige per le grandi, allora l’operazione equivale ad un poderoso e dannoso riaccentramento. O se, per parlare di un settore che mi è noto, tutti quelli che operano nel settore ferroviario si devono sorbire il contratto delle attività ferroviarie, ciò equivale a costringere tutti ad assimilare quello che già non funziona nella realtà aziendale che lo ha prodotto; se si vogliono le liberalizzazioni non si può proporre la generalizzazione dei trattamenti del monopolista. Ancora una volta l’uniformazione auspicabile è sui minimi che devono essere garantiti, non sui massimi che dal centro si pretende di estendere.
4. Non so se il patto del luglio ’93 sia “il miglior accordo sindacale della storia repubblicana” come asserisce Megale. Credo anch’io che sia stato un buon accordo, soprattutto per i risultati che ha prodotto nella lotta all’inflazione. Il problema è, però, che molte volte i sindacati ne recitano il peana più per abitudine che per convinzione, dimenticandosi letteralmente alcune parti di quell’accordo.
Faccio solo un esempio: nel paragrafo “politica delle tariffe” si sosteneva, a proposito delle società di gestione dei servizi pubblici “l’esigenza di superare la logica del contenimento delle tariffe e di avviarsi verso un sistema che dia certezza alla redditività del capitale investito e che non limiti lo sviluppo degli investimenti …. A tal fine è necessario ….. raccordare più direttamente il livello delle tariffe ai costi effettivi del servizio, garantendo altresì adeguati margini di autofinanziamento in grado di favorire la realizzazione degli investimenti necessari ….”.
Mi fermo qui con la citazione. Certo in questi 13 anni il più delle volte abbiamo assistito, nei settori pubblici a fruizione diretta da parte dell’utente, a reiterate prese di posizione delle confederazioni o delle associazioni consumatori di loro diretta emanazione volte a bloccare a priori, od almeno a contenere significativamente, eventuali tardivi adeguamenti delle tariffe, nel mentre le loro organizzazioni di categoria presentavano piattaforme di forte impatto economico per le aziende.
– Forse è bene che tutti quelli che vogliono genuinamente concorrere al rilancio del sistema Italia si interroghino, me compreso e non solo Megale, sulla necessaria coerenza tra parole ed azioni.

























