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Home - Approfondimenti - Analisi - Agire secondo ragione e secondo equità

Agire secondo ragione e secondo equità

11 Settembre 2006
in Analisi

di Paolo Pirani, Segretario Confederale Uil

E’ addirittura scontato, quasi banale, affermare che questo mese di settembre rivestirà  un’importanza decisiva per il futuro della legislatura. Per un insieme di motivi. Intanto perché sarà varata la prima Finanziaria del nuovo Esecutivo, la cui impostazione sicuramente peserà per gli anni successivi. Poi perché sulla  politica economica il Governo Prodi si gioca un’ampia fetta della sua credibilità. Tutto ciò finisce per alimentare un’attesa quasi spasmodica sia dei mercati finanziari sia delle parti sociali. In qualche misura è fisiologico che in una fase come quella attuale, caratterizzata dall’indeterminatezza non tanto dell’entità della manovra quanto delle leve da azionare per ottenere risultati finanziari significativi, ci sia una sorta di battaglia per il posizionamento più adeguato. Ma così prevale lo spirito identitario  e la scelta di marcare nettamente i propri confini di pertinenza politica, elettorale e sociale. Ma è possibile sottrarsi a questo “gioco di ruoli” che per rigidità e fissità delle posizioni sembra evocare le maschere della tragedia classica? Si può provare a ragionare in termini di buon senso che,  non a caso, coincide con l’interesse generale del Paese?  E, inoltre:  davvero è possibile coniugare rigore e sviluppo, modernizzazione e riformismo solidale? Per rispondere compiutamente a queste domande, è necessaria una breve premessa metodologica. E’ stato più volte ribadito che,  contrariamente al passato, sarà attivata la concertazione. Concertare però non significa, come sostengono alcuni improvvidi e improvvisati neofiti, attribuire  poteri di veto o ricercare l’unanimismo sulle decisioni  da assumere. Una interpretazione siffatta rimanda al consociativismo, a una stagione lontana della nostra storia, figlia, peraltro, della democrazia bloccata e quindi antitetica  alla odierna (e ormai accettata e consolidata) democrazia dell’alternanza. E’ davvero singolare che  farmacisti ,  notai,  rappresentanti delle assicurazioni invochino  la concertazione per impedire l’emanazione di provvedimenti che riguardano la vita, il quotidiano di milioni di cittadini. E’ anche divertente constatare che a guidare queste rivolte estemporanee siano non di rado esponenti di rilievo del passato governo, i quali avevano sostituito per tutti gli altri – a partire dai lavoratori dipendenti – la oggi tanto invocata concertazione con l’ambiguo e meno impegnativo dialogo sociale. In ogni caso, al di fuori di interpretazioni opportunistiche e strumentali, la concertazione è l’individuazione condivisa degli obiettivi fondamentali da ottenere e la conseguente definizione dei mezzi per il loro raggiungimento. Tutto nell’ambito di una chiara distinzione di ruoli e responsabilità. E’ appunto nell’ambito di questa fondamentale distinzione che ci permettiamo di indicare le priorità per il Paese.
La questione centrale riguarda come combattere il declino che ha investito il nostro Paese e che negli ultimi anni ha avuto una forte accentuazione. Declino che non è una astratta categoria dello spirito o una variante letteraria del decadentismo, ma un dato tremendamente concreto che investe l’intero sistema. Perdita di competitività, caduta verticale della produttività, drastica contrazione delle esportazioni e tasso di innovazione praticamente bloccato: sono questi i mali maggiormente evidenti. Intervenire strutturalmente significa predisporre un ampio ed articolato reticolato di misure capaci di allinearci agli standards dei nostri competitori. A titolo puramente esemplificativo, tutto ciò vuol dire che se la nostra bolletta energetica  continuerà a conservare maggiori oneri rispetto agli altri Paesi europei non ci sarà possibilità di risalita  per il nostro apparato produttivo. Certo, è importante investire nella diversificazione per ridurre la nostra dipendenza, ma è decisivo agire sulla struttura dell’offerta energetica. Gli alti costi, infatti, sono anche il risultato di un mercato ancorato  a rigidità monopoliste e privo di effettive liberalizzazioni. Ci attendiamo, perciò, che si prosegua fino in fondo sulla strada delle liberalizzazioni. Così come, per rilanciare l’innovazione e per recuperare posizioni sui mercati, vanno messe a punto iniziative che abbiano almeno una duplice caratteristica. Da un lato, occorre che si razionalizzi la sterminata platea  degli  incentivi previsti alle imprese: la loro composizione è inefficace, in larga misura inverificabile, talvolta scarsamente trasparente, soprattutto inutilmente costosa. Dall’altro, è necessario ed utile premiare selettivamente  le imprese che mostrano una chiara propensione agli investimenti in ricerca e sviluppo e che competono sul mercato globale.

Detto in altri termini: per quanto concerne le imprese, la riduzione del cuneo fiscale non può essere una misura indistinta e generalizzata. Se così fosse, infatti, sarebbe una misura devitalizzata e renderebbe equivalenti gli atteggiamenti virtuosi a quelli di pura routine. Il cuneo fiscale, senza eccessive enfatizzazioni, può essere utilizzato ragionevolmente anche per i consumi interni, destinandone una quota non residuale ai salari dei lavoratori. E, sempre a proposito di criteri selettivi e di meccanismi premiali, vanno introdotte misure che rendano convenienti per le imprese i rapporti di lavoro stabili, le assunzioni a tempo indeterminato. Nel passato ciò si è ottenuto attraverso il credito d’imposta. Norma vanificata dal centrodestra che va sicuramente reintrodotta. Il lavoro, strettamente correlato ed intrecciato ad una prospettiva di vita, il lavoro che dà dignità e dimensione sociale e civile non può rimanere marginale, residuale e comunque meno presente e diffuso rispetto alle altre forme d’impiego. Continuare a farlo oltretutto significherebbe illudere le imprese che il fattore decisivo nella competizione sia l’abuso della flessibilità e (si passi l’ossimoro) la stabilizzazione della precarietà. Si dirà: come reperire le risorse senza inasprimenti fiscali? A nostro giudizio, se si attua una seria e rigorosa politica di contrasto all’evasione fiscale, al lavoro nero, all’economia sommersa (che vale, giova ricordarlo, 25 punti del Pil nazionale ed è circa  il doppio della media europea), lotta sempre declamata ed annunciata, mai però concretamente perseguita, è possibile recuperare ingenti flussi finanziari  ed aprire una qualche prospettiva concreta e fondata per un’accettabile riduzione della fiscalità. In buona sostanza: pagare tutti per pagare meno. E francamente nel decreto Visco non abbiamo rinvenuto tracce né di grandi fratelli di orwelliana memoria né di leviatani incombenti, ma la ricerca di una soluzione ad una grave anomalia italiana, quella per cui i datori di lavoro risultano possedere meno reddito disponibile dei loro dipendenti. Sempre sul versante del reperimento delle risorse, senza evocare il bolscevismo, viene da chiedersi: ma è socialmente accettabile che le rendite finanziarie siano tassate al 12,5%, mentre i redditi da lavoro dipendente lo siano almeno al 23%?


Indubbiamente, esiste il problema di razionalizzare la spesa, di eliminare sprechi, inefficienze e di ridurre duplicazioni di apparati e strutture che in realtà sono spesso semplici centri  di spesa, in qualche caso senza controllo. Su questo versante il movimento sindacale ha fatto e farà la sua parte. Come abbiamo fatto ampiamente, da almeno più di due lustri, per rendere la spesa previdenziale compatibile con il bilancio dello Stato e sostenibile con la vita dei cittadini.


Ecco, si continui su questo  sentiero. A partire dai prossimi anni, il tema si sposterà dall’età anagrafica a quello degli anni di contributi per accedere al requisito minimo della pensione. In presenza  di precarietà e di periodi di non lavoro, se non si modificano  strutturalmente le regole del mercato del lavoro, ci troveremo dinanzi alla povertà di massa. Prospettiva che i nostri figli, i venti/trentenni di oggi percepiscono lucidamente. Evitiamo, allora, rigorismi retorici, inconciliabili con l’immediato e la prospettiva futura. Ma soprattutto non si diffondano messaggi  che possano apparire penalizzanti e peggiorativi delle condizioni di vita.

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