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Home - Approfondimenti - Analisi - Gli equivoci e le priorità

Gli equivoci e le priorità

4 Luglio 2006
in Analisi

di Serafino Negrelli – Università di Brescia

Definendo l’incontro con le parti sociali del 29 giugno 2006 “la giornata della concertazione”, il presidente del Consiglio, Romano Prodi, ha inteso riaprire ufficialmente la stagione dei grandi “patti sociali” italiani degli anni novanta che tanti ottimi risultati aveva determinato, dal risanamento economico del Paese alla riforma delle pensioni, dal pacchetto Treu per la flessibilità del mercato del lavoro all’ingresso tra i Paesi dell’euro.

 


In che misura sarebbe possibile ripristinare tali pratiche e a quali condizioni e per quali nuovi obiettivi? A mio avviso, occorrerebbe innanzitutto sgombrare il campo da due equivoci ricorrenti. Il primo equivoco consiste nel ritenere che l’abbandono della pratica della concertazione coincida semplicemente con il precedente quinquennio di Governo del centro-destra e in particolare con il cosiddetto Libro bianco sul mercato del lavoro. E’ pur vero che in quella sede la concertazione è stata connotata in maniera del tutto negativa, come pessima pratica “consociativa”, e il metodo del dialogo sociale, inteso come blanda, eventuale e non impegnativa consultazione delle parti sociali, è stato contrapposto a quello della concertazione, a differenza di quanto avviene a livello comunitario dove i due metodi hanno di fatto lo stesso significato e sono quindi utilizzati in maniera equivalente.  Resta però tuttora valida l’obiezione contenuta nello stesso Libro bianco sulla “evidente impossibilità del modello concertativo degli anni novanta ad affrontare la nuova dimensione dei problemi economici e sociali”. Perché la crisi della concertazione è iniziata molto prima, con il fallimento del patto di Natale del 1998 e ancor prima con i problemi del mancato adeguamento tra tasso di inflazione effettivo e programmato nella vertenza del rinnovo contrattuale dei metalmeccanici (al riguardo mi permetto di rinviare all’analisi contenuta nel volume da me curato con Carlo Dell’Aringa, Le relazioni industriali dopo il 1993. Un decennio di studi e ricerche, Aisri/Angeli, Milano 2005). Da lì occorre riprendere il filo della concertazione italiana se non si vuole cadere, appunto, nell’equivoco che il suo abbandono è frutto esclusivo del Governo precedente, continuando così ad alimentare un vuoto rituale. Gran parte dei problemi e molte ricette, tuttora rilevanti, sono stati peraltro puntualmente indicati nella relazione finale della Commissione Giugni istituita nel 1997 dall’allora Governo Prodi per la prevista verifica del protocollo del 1993.


 


Il secondo equivoco in cui non si dovrebbe (ri)cadere oggi è di pensare che adesso occorra occuparsi del risanamento economico e solo dopo, in maniera residuale, ci si potrà occupare dei problemi sociali, della tutela e dell’equità. Certo, nessuno dei rappresentanti dell’attuale Governo si è espresso in maniera così esplicita. Ma proprio l’eredità delle macerie della concertazione sociale e della sua retorica potrebbe facilitare una sottovalutazione dell’apporto di un metodo che si fonda essenzialmente sulla condivisione delle reciproche responsabilità oltre che di comuni valori, e non semplicemente sul consenso strappato per forza di necessità, ovvero sulla vecchia formula della consultazione obbligatoria ma non vincolante, che è solo qualcosa di più, ma non molto di più, della formula sui generis di dialogo sociale proposta dal precedente Governo. 


 


Ha ragione Tiziano Treu a sostenere che il rilancio della concertazione deve avvenire scegliendo poche priorità (vedi Il Sole 24 Ore del 29 giugno scorso). Accogliendo l’invito, vorrei suggerirne quattro: maggiore impegno per un sistema europeo di relazioni industriali; ripristino della politica dei redditi; riforma del modello contrattuale nel senso del maggior decentramento e dinamismo della struttura prevista dal Protocollo del 1993; regolazione della flessibilità del lavoro.


 


Per quanto riguarda l’impegno per un sistema europeo di relazioni industriali, esso dovrebbe derivare implicitamente dal fatto che i cambiamenti economici relativi ai processi di ristrutturazione, fusioni di imprese, outsourcing, delocalizzazione possono essere governati solo a livello transnazionale. L’Unione europea costituisce ormai una sede di governance obbligata e utile per sindacati, imprenditori e autorità pubbliche al fine di assicurare tale regolazione sociale della globalizzazione economica su cui tutti concordano ma che è ancora così difficile da realizzare. Le pratiche di “dialogo sociale autonomo” avviate con il Consiglio europeo di Laeken nel 2001 sono state particolarmente innovative in tale ambito, esprimendo quella che è stata definita “terza generazione” di dialogo sociale, dopo il “dialogo bilaterale” delle parti sociali promosso da Delors a Val Duchesse e la fase delle “direttive”. Si pensi alla iniziativa più importante di questa nuova fase del dialogo sociale: “Anticipare e gestire il cambiamento: un approccio dinamico agli aspetti sociali delle ristrutturazioni delle imprese”, che è stata caratterizzata però da andamenti stop and go.


 


Il ripristino della politica dei redditi implica un’azione più complessa, sia per il Governo che per le parti sociali. Il coordinamento delle contrattazioni salariali è stato possibile in passato grazie al ruolo svolto dalla “guida” del tasso di inflazione programmato, definito appunto nelle sessioni di politica dei redditi tra Governo e parti sociali. E’ tale pratica che è stata dapprima messa in crisi con la citata vertenza dei metalmeccanici e che, come noto, è stata definitivamente abbandonata, senza sostituirvi altre forme, dal Governo precedente. Essa va ripristinata, seppure con alcuni ritocchi, ma non troppi!


 


Nei molti studi, analisi e convegni internazionali sui grandi patti sociali degli anni novanta c’era diffuso consenso sulla esistenza di una correlazione diretta tra le pratiche di coordinamento delle contrattazioni salariali e il controllo dell’inflazione. Meno consenso godeva invece l’esistenza di un rapporto altrettanto diretto con la crescita dell’occupazione e la riduzione della disoccupazione, senza un adeguato accompagnamento di politiche attive del lavoro. Sulla base dell’esperienza proprio degli anni novanta, si può sostenere che il coordinamento delle politiche salariali garantito dal protocollo Ciampi, accompagnato dalle politiche del lavoro del pacchetto Treu, ha portato sia al controllo dell’inflazione che a significativi effetti occupazionali. E’ una strada che bisogna riprendere e sulla quale occorre proseguire con maggior consapevolezza e determinazione, in coerenza con simili politiche di coordinamento a livello transnazionale. Si pensi alla Dichiarazione di Doorn del 1998 o alla varie forme di coordinamento delle contrattazioni salariali al di là dei confini nazionali o alla formula rivendicativa sindacale del margine distributivo, che implica una certa distribuzione anche dei guadagni di produttività, o ancora al riferimento ai tassi di inflazione delle economie dei Paesi vicini quando non al tasso europeo di inflazione.


 


Questa azione di ripristino della politica dei redditi a livello macro nazionale dovrebbe essere accompagnata da una terza azione prioritaria relativa alla riforma del modello contrattuale, nel senso di dare maggior dinamismo al secondo livello decentrato. L’architettura negoziale prevista dal protocollo Ciampi ha dimostrato di funzionare solo se entrambi i livelli della contrattazione, quello nazionale di categoria, previsto per la tutela del potere d’acquisto, e quello decentrato, aziendale o territoriale, per la distribuzione dei guadagni di produttività, vengono realizzati. Come noto, invece, il secondo livello è ancora troppo poco praticato nel nostro Paese, interessando non più del 50% dei lavoratori dipendenti, in un terzo delle imprese industriali e dei servizi con oltre 20 dipendenti e nei limitati territori negoziali dell’agricoltura, dell’edilizia, dell’artigianato e del commercio. Si tratta di limiti già evidenziati dalla citata relazione della Commissione Giugni nel 1997 e che, come noto, sono stati da allora al centro di un infinito e irrisolto confronto interno alle organizzazioni sindacali. Ma senza un loro superamento appare oggettivamente difficile rilanciare la concertazione. Almeno per due ragioni essenziali legate alle due priorità sopra indicate.


 


Perché funzioni, la regolazione sociale dei processi globali di cambiamenti relativi alle ristrutturazioni, fusioni, outsourcing e delocalizzazione delle imprese deve avere inizio dai luoghi dove essi avvengono e dagli attori realmente interessati. Perché torni a funzionare l’accordo del ’93, il rilancio del secondo livello decentrato aziendale o territoriale sulla distribuzione dei guadagni di produttività appare indispensabile sia per la “questione salariale”, sia per la produzione di quei beni e servizi collettivi a vantaggio della competitività e dello sviluppo locale. Il pur importante accordo per il rinnovo contrattuale dei metalmeccanici, che ha previsto di distribuire una quota dei guadagni di produttività a livello di categoria, non rappresenta certo una soluzione, anzi va nel senso contrario di irrigidire ancor più la struttura contrattuale, congelando di fatto la contrattazione decentrata. Anche l’altrettanto importante accordo dell’artigianato, che invece trasferisce a livello decentrato il recupero dell’inflazione effettiva, contribuisce a sua volta a mettere in discussione gli obiettivi di “decentramento controllato” e i relativi compiti originari assegnati ai due livelli dal protocollo Ciampi.


 


Le divergenze per realizzare una struttura contrattuale fondata su un vero decentramento controllato sono note, e diffuse in maniera trasversale nel sindacato e nelle organizzazioni imprenditoriali. La soluzione dei metalmeccanici è stata di fatto gradita anche agli imprenditori, restii a praticare un secondo livello contrattuale. Nei sindacati invece, a coloro che non vogliono sentir parlare di decentramento contrattuale senza prima affrontare il tema della rappresentanza si contrappongono coloro che a loro volta non intendono collegare i due temi. Non sembra peraltro così facile uscire dall’impasse scambiando, come ad esempio Pietro Ichino ha semplicisticamente proposto, il decentramento contrattuale con una legge sulla rappresentanza. Al riguardo mi sembra resti tuttora più concreta la via proposta dal segretario generale della Fim Cisl, Giorgio Caprioli, di “utilizzare lo strumento dell’accordo tra sindacati e Confindustria” (vedi il suo contributo sul Diario del Lavoro del 10 aprile 2006).


 


In questi ultimi mesi, le commissioni promosse dai sindacati sul modello contrattuale hanno svolto un rilevante lavoro di analisi e di proposizione. Si è trattato di un impegno significativo che non andrebbe sprecato. A partire dagli elementi che hanno goduto di maggior consenso generale, ad esempio la necessità di forme di governance territoriale, di distretto, di filiera, di rete o catena di fornitura, ecc., che sarebbero già un primo passo importante per dare maggior dinamismo e autonomia alla contrattazione decentrata. Ma altro ancora si potrebbe fare per ricostruire condizioni locali di formazione della produttività e di partecipazione a livello decentrato, come propone anche il segretario confederale della Cgil, Marigia Maulucci (vedi il suo contributo sul Diario del Lavoro” del 5 maggio 2006). Si tratta soprattutto di innovare e sperimentare forme di concertazione locale per lo sviluppo e per fermare la caduta qualitativa del secondo livello contrattuale.


 


Una quarta priorità per rilanciare la concertazione dovrebbe riguardare la regolazione della flessibilità o più esattamente la riduzione della  precarietà del lavoro. Nonostante il dibattito di questi anni sul grado auspicabile di flessibilità del nostro mercato del lavoro, resta la convinzione che non esista alcuna “cittadella” del lavoro da assediare. Tra i valori di fondo e più condivisi del nostro sistema economico resta la stabilità del lavoro (Umberto Romagnoli l’ha giustamente definita la “stella polare” del nostro diritto del lavoro), rispetto al quale non si può e non si deve recedere.


 


Ma si va diffondendo in maniera anomala un senso di precarizzazione del lavoro da parte dei giovani, ben al di là della effettiva realtà della crescita dei posti di lavoro cosiddetti non standard, ovvero non a tempo pieno e indeterminato (si veda a questo proposito l’ultimo bel libro di Aris Accornero, San Precario lavora per noi, Rizzoli, Milano 2006). E’ questo senso di precarietà che va combattuto perché sta contribuendo ad una avversione generalizzata verso qualsiasi forma di flessibilità del lavoro, un atteggiamento altrettanto sbagliato e irrazionale come quello che vorrebbe i lavoratori flessibili per tutto l’arco della loro vita! Il nuovo Governo sembra essere partito col piede giusto, incentivando il lavoro stabile mediante la riduzione del cuneo fiscale. Ma molta strada resta ancora da fare per raggiungere l’obiettivo della regolazione sociale di una flessibilità del lavoro realmente fondata da un lato sulla “temporaneità del lavoro temporaneo”, ovvero limitato ad un periodo transitorio e accettabile della vita giovanile che non si trasformi cioè, come troppo spesso accade, in una trappola o porta girevole della precarietà, e dall’altro lato sulle  misure, finora non previste, in grado di offrire una certa continuità dello status occupazionale a fronte della crescente discontinuità dei lavori.  

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