di Mario Ricciardi – docente di relazioni industriali nell’Università di Bologna
Le vicende sindacali degli ultimi tempi, in un quadro generale per diversi aspetti caratterizzato dall’immobilismo (si pensi allo stato del confronto sulle regole della contrattazione), sembrano mostrare qualche novità a proposito del rapporto tra le varie sigle sindacali, o per meglio dire della tradizionale immagine che vedeva da un lato la “triplice” composta da Cgil, Cisl e Uil (immagine un po’ mossa, per la verità, specialmente negli ultimi tempi), e dall’altra tutte le altre sigle, Ugl e ‘autonomi” di varie appartenenze e coloriture.
Che questa immagine non sia più fedele alla realtà, o almeno che il fossato che per lungo tempo aveva segnato l’hic sunt leones della geografia sindacale si stia in parte colmando, sembrano rivelarlo i segnali di buon vicinato che Ugl e sindacati maggiori si sono scambiati negli ultimi tempi, tanto da aver indotto qualche osservatore a parlare ormai (esagerando) di “quadruplice”.
Tuttavia, le dinamiche che percorrono il vasto e frastagliato mondo delle sigle sindacali sono assai complesse, e richiederebbero uno studio approfondito, che ancora non c’è. In via di larga approssimazione, si può dire però che alcuni stereotipi correnti sono in varia misura superati, e che la topografia sindacale è certamente in movimento.
Innanzitutto è sbagliato (e non da oggi) contrapporre rigidamente sindacalismo “confederale” e sindacalismo “autonomo”. Sindacati “autonomi” in senso tecnico, non appartenenti cioè ad una struttura confederal-generalista, ve ne sono ormai davvero pochi, nel nostro Paese. Soprattutto nel settore pubblico, dove il sindacalismo autonomo aveva le sue roccaforti, da molto tempo si sono innescati processi di accorpamento orizzontale, processi incentivati e consolidati, peraltro, dalle regole sulla rappresentatività sindacale varate alla metà degli anni Novanta. Anche qui vi sono confederazioni di dimensioni consistenti, come Confsal, Cisal, Usae, o, per il personale dirigenziale (con una consistente presenza anche nei settori dell’industria e del terziario), Cida e Confedir. Naturalmente i legami confederali che agiscono tra le sigle settoriali che si sono accorpate hanno diversa tenuta, in molti casi sono assai tenui, talvolta addirittura posticci. Ma anche nel sindacalismo confederale storico le differenze in questo campo sono marcate, e i vincoli non sono più quelli di una volta.
Un altro stereotipo che non corrisponde esattamente alla realtà è quello che vede sindacati autonomi e confederali schierati su diversi fronti anche nel momento dell’attività contrattuale, intenti, i primi, a perseguire senza freni gli interessi di singole categorie, decisi, i secondi, a negarsi l’ascolto delle sirene corporative. In realtà, il quadro reale è certamente più complesso. Vi sono settori nei quali lo stereotipo si avvicina alla realtà, come nel caso dei trasporti. Nel terziario pubblico, invece, il panorama è da tempo abbastanza diverso, e anche qui piuttosto variegato. Nel comparto della scuola, che è uno dei più grandi bacini occupazionali del Paese, con oltre un milione di addetti, il maggiore sindacato autonomo, lo Snals, ha da tempo adottato una linea di sostanziale affiancamento al sindacalismo confederale, almeno sul terreno delle politiche rivendicative. Restano differenze rispetto alle politiche scolastiche generali, ma assai meno su quelle contrattuali. Una situazione non molto diversa si riscontra nel sindacalismo dei medici, anche qui in una categoria socialmente cruciale e numericamente consistente (più di centocinquantamila addetti, tutti formalmente dirigenti), con la differenza che in questo caso la leadership spetta decisamente alle grandi organizzazioni “autonome” (Anaao e Cimo), seguite, senza sostanziali prese di distanze, dai più deboli sindacati confederali. In tutti questi casi, è difficile dire se si assiste ad una de-corporativizzazione del sindacato autonomo, o al percorso opposto
Visto da vicino, insomma, il panorama sindacale si rivela molto più vario di quanto normalmente si pensi, e mostra similitudini e contiguità impreviste tra i confederali e gli “altri”. Le vicende più recenti hanno ulteriormente rimescolato le carte. Nella storia sindacale italiana della prima repubblica le linee di divisione tra i sindacati erano quelle dei collateralismi politici ben noti, approfondite nel caso della Cisnal dall’essere contigua a un partito esterno all'”arco costituzionale”. I sindacati autonomi intrattenevano “clientele e parentele”, per dirla con La Palombara, per lo più con i partiti di Governo, o con singole correnti e leaders politici. Questo quadro si è venuto modificando profondamente con la fine del sistema proporzionale, il crollo dei partiti storici, l’avvento del bipolarismo e la crisi delle ideologie tradizionali. Si tratta di fenomeni che meriterebbero tutti uno specifico approfondimento, che non è possibile in questa sede. E’ tuttavia evidente che il sistema bipolare ha indebolito, se non fatto cadere del tutto, storiche preclusioni ideologiche (ad esempio nei confronti dell’Ugl), togliendo però a tutti i sindacati, confederali e autonomi, stabili rendite di posizione legate alla prossimità ai partiti al potere. In un sistema politico dove vige una continua alternanza al governo, il mestiere sindacale è costretto a misurarsi con le politiche più che far conto sulle appartenenze. L’indebolimento dei partiti ha inoltre certamente accresciuto l’autonomia dei sindacati, e il rapporto tra sindacati e partiti, che sicuramente rimane, è molto più complesso e variabile di un rapporto unidimensionale, come è stato per tanto tempo.
A ciò si deve aggiungere ciò che è specificamente accaduto nell’ultima legislatura. Molti si apettavano che il Governo di centrodestra avrebbe perseguito una politica sindacale selettiva, tendente cioè non soltanto ad isolare il sindacato d’opposizione, ma anche a favorire i sindacati ideologicamente più vicini al governo come l’Ugl stessa e i numerosi sindacati autonomi che nella fase preelettorale avevano massicciamente ed apertamente manifestato la loro opzione favorevole al centrodestra. Dopo una breve prima fase in cui questo disegno è sembrato concretizzarsi, la politica del centrodestra si è ben presto venuta caratterizzando per una generalizzata ostilità verso tutti i sindacati ed una indifferenziata sordità alle loro richieste. Tale politica sembra aver rapidamente collocato all’opposizione gli stessi sindacati teoricamente vicini al Governo, favorendo il riavvicinamento, almeno sul piano delle politiche rivendicative, con il sindacalismo confederale.
Tirando le somme, si può dire che una certa vicinanza tra i confederali e gli “altri”, che già da tempo si può notare nelle politiche contrattuali, ha trovato motivi di consolidamento sia nei cambiamenti strutturali del sistema politico tra prima e seconda repubblica, che nella congiuntura politica più recente.
E’ presto per dire se queste tendenze siano destinate a proseguire e consolidarsi ulteriormente. Da un lato, il passaggio da un Governo decisamente ostile ai sindacati a uno prolabour e concertativo potrebbe giovare, ma non è detto. Potrebbe infatti indebolirsi l’unità forzata costituitasi negli anni del centrodestra e rinfocolarsi identità e gelosie, come accadde tra gli stessi sindacati confederali negli anni dei Governi dell’Ulivo. Dall’altro, proprio il livello e soprattutto la qualità dei rapporti tra i sindacati confederali potrebbero essere i fattori decisivi per attirare verso un processo tendenzialmente unitario anche altri pezzi della troppo frammentata galassia sindacale italiana.

























