di Germana Di Domenico, ricercatrice Isfol
Un nuovo contesto per l’intermediazione
Il processo di liberalizzazione del mercato dell’intermediazione della manodopera avviato in Italia al volgere degli anni Novanta ha conosciuto una progressiva accelerazione, fino alla definizione del nuovo assetto organizzativo-funzionale del sistema dei servizi per il lavoro ad opera della legge n° 30/2003 e relativo decreto di attuazione n° 276/2003.
L’universo dei nuovi soggetti legittimati, previa autorizzazione, ad operare sul mercato del lavoro è particolarmente ampio ed articolato; nello specifico contempla i soggetti autorizzati “in regime speciale” ex art 6 della normativa di riforma (Università, scuole, Camere di commercio, consulenti del lavoro, parti sociali e loro enti bilaterali) e le Agenzie per il lavoro (ApL) che, avendo soddisfatto determinati requisiti giuridici e finanziari, risultano autorizzate a svolgere attività di somministrazione di lavoro, di ricerca e selezione del personale, di supporto alla ricollocazione professionale (outplacement) o di intermediazione, collocandosi così nelle rispettive categorie di riferimento.
Nello specifico, l’autorizzazione può essere rilasciata ope legis, ovvero senza la necessità di presentare apposita istanza e di richiedere l’iscrizione all’albo, oppure sulla base di requisiti agevolati, nel qual caso è richiesta un’istanza specifica ai fini dell’iscrizione all’albo. Di quest’ultima procedura, analoga a quella prevista per le Agenzie per il lavoro che svolgono attività di intermediazione se pur con “minori requisiti”, sono beneficiari i Comuni, le Camere di commercio, gli Istituti di scuola secondaria di secondo grado, statale e paritaria, le associazioni dei datori di lavoro e dei prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative, firmatarie di contratti collettivi nazionali di lavoro, le Associazioni in possesso di riconoscimento istituzionale di rilevanza nazionale e aventi come oggetto sociale la tutela e l’assistenza delle attività imprenditoriali, gli Enti bilaterali, la Fondazione o altro soggetto giuridico appositamente costituito dall’ordine nazionale dei consulenti del lavoro. I primi tre soggetti sono autorizzati dalle Regioni, gli altri a livello nazionale.
Pertanto, accanto al monitoraggio delle Apl (Cfr “Il nuovo mercato delle Agenzie per il Lavoro in Italia. Prime evidenze empiriche”, G. Di Domenico e M. Marocco, 2005), l’Isfol ha avviato un’indagine esplorativa su tale platea di soggetti operanti in regime speciale, con focus sulle Università (pubbliche e private) e le Fondazioni universitarie che, in quanto abbiano ad oggetto l’alta formazione con specifico riferimento alle problematiche del mercato del lavoro, sono autorizzate ope legis a svolgere attività di intermediazione, purché assolvano ad una duplice condizione (d.lgs n° 276/2003, art. 6 c. 1): che le attività svolte siano senza finalità di lucro e che si assumano gli obblighi di informazione derivanti dalla Bborsa continua nazionale del lavoro (Bcnl), garantendo l’interconnessione con la stessa ed impegnandosi ad inviare ogni informazione relativa al funzionamento del mercato del lavoro per il monitoraggio statistico e la valutazione delle politiche del lavoro.
Per stessa definizione normativa (art. 2 c. 1 lett. b), l’attività di intermediazione consiste nella “mediazione tra domanda e offerta di lavoro, rivolta anche a persone disabili e lavoratori svantaggiati. Tale attività viene realizzata mediante: raccolta dei curricula dei potenziali lavoratori, preselezione e costituzione di una banca dati, promozione e gestione dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro, effettuazione su richiesta del committente di tutte le comunicazioni conseguenti alle assunzioni avvenute a seguito della attività di intermediazione, orientamento professionale, progettazione ed erogazione di attività formative finalizzate all’inserimento lavorativo”.
In considerazione di ciò, il questionario di rilevazione di cui si è avvalsa l’indagine Isfol ha contemplato singole sezioni dedicate a ciascuna delle attività afferenti l’intermediazione come sopra definita.
I risultati dell’indagine Isfol sulle Università
Su un insieme di 85 soggetti rappresentati da Università (pubbliche e private) e Fondazioni universitarie contattati nel mese di novembre 2005 , un numero pari a 24 (l’80 per cento delle quali di natura pubblica) ha restituito informazioni sulle attività espletate in relazione alle tematiche del mercato del lavoro e, nello specifico, ai servizi di intermediazione come previsti dal decreto legislativo n. 276/2003 che, si ricorda, ne autorizza l’espletamento ex lege.
Sotto tale profilo, dichiara l’avvenuta attivazione di servizi finalizzati alla mediazione quasi il 60 per cento delle strutture rispondenti (in termini assoluti 14, di cui una Università privata, dodici pubbliche e l’unica Fondazione universitaria ad oggi operativa sul territorio nazionale). Si riscontra, poi, che oltre il 40 per cento delle stesse ha sede in province del Nord, essendo la quota restante (58%) omogeneamente suddivisa tra Centro e Sud Italia.
Per quanto concerne il periodo di attivazione dei servizi di intermediazione, la metà delle strutture dichiara che ciò è avvenuto da più di un anno e cinque di esse da almeno 6 mesi (solo in due casi l’attivazione risulta molto recente). Pare interessante notare come delle sette strutture che vantano un maggiore periodo di attivazione, tre siano localizzate nel Mezzogiorno, le restanti quattro egualmente suddivise tra Centro e Nord.
In termini di numero di addetti impegnati in via esclusiva nell’attività di intermediazione, si registra una media di risorse pari a 4 unità su un totale di personale impiegato che può contemplare fino a 16 soggetti come nel caso della Fondazione. Tra le strutture che dichiarano una disponibilità maggiore rientrano l’Università degli Studi di Macerata (Cetri – Centro tirocini e rapporti con le imprese) che, se pur di recente costituzione, vede operare ben otto addetti al suo interno. Mediamente, il numero di donne impiegate pesa circa il 58% sul totale.
Va, peraltro, sottolineato che non tutte le strutture universitarie dispongono di uno spazio fisico ad hoc per i servizi di incontro tra domanda e offerta di lavoro; ciò è dovuto alla fase di transizione rispetto alla riforma che le ha interessate e, dunque, alla solo recente attivazione della funzione di matching, oppure alla scarsità di risorse, sia umane sia strumentali e finanziarie.
Da quanto emerge dall’indagine Isfol, non sono presenti sportelli di altri enti (ad esempio, Comuni, Centri per l’impiego) all’interno delle strutture intervistate; nel caso emblematico della Fondazione Marco Biagi si dichiara di operare in raccordo con gli uffici di orientamento al lavoro dell’Ateneo di riferimento e di trovare “ospitalità” presso undici uffici presenti nelle altrettante Facoltà.
Diverse domande sono state dedicate a rilevare quanto i soggetti intervistati ritenessero che la struttura e il patrimonio e le proprie dotazioni fossero adeguate nel supporto il personale ai fini dell’effettivo espletamento di una funzione tanto delicata quanto quella dell’intermediazione. Se poco più della metà dei soggetti intervistati ha risposto in modo affermativo, circa il 43%, ha dichiarato che i mezzi a disposizione non risultano sufficientemente adeguati a svolgere tale attività. Tra le motivazioni si cita, in primo luogo (1/4 dei rispondenti), la dimensione degli spazi, seguita dalle dotazioni tecnologiche (fax, fotocopiatrici, etc.). Si è altresì specificato che l’inadeguatezza della struttura dipende anche dalla delocalizzazione delle sedi rispetto a quella principale e/o dalla carenza di personale e/o dalle caratteristiche dei sistemi informatici a disposizione.
Sotto quest’ultimo profilo, il numero di personal computer di cui le Università mediamente risultano disporre è pari a circa quattro unità, tre laddove si considerino quelli collegati in rete locale. Rispetto al numero di addetti, la metà delle strutture che dichiara la disponibilità di pc vede al proprio interno operare circa 7 addetti.
La dimensione della adeguatezza è stata indagata con maggiore specificità per quel che riguarda le dotazioni informatiche. Infatti, è stata formulata una distinta domanda volta ad indagare quanto fossero adeguate, secondo le strutture intervistate, le dotazioni informatiche a loro disposizione. La quota di strutture che ritengono le proprie dotazioni adeguate allo svolgimento delle attività di intermediazione contempla circa l’80 per cento di quelle indagate. Le motivazioni che hanno spinto a rispondere che le dotazioni informatiche erano mal funzionanti sono da ritrovare nei pc numericamente insufficienti come pure nella obsolescenza dei supporti informatizzati.
Decisamente esiguo è il numero di Università che ad oggi risultano connesse telematicamente alla Borsa continua nazionale del lavoro tramite il nodo regionale di riferimento. Tra le 14 strutture che svolgono servizi di intermediazione, hanno attivato una connessione telematica con la Bcnl (Borsa continua nazionale del lavoro) l’Università degli Studi “G. d’Annunzio” Chieti Pescara – Ufficio per l’Orientamento Universitario e l’Università degli Studi di Bergamo – Servizio orientamento, stage & placement.
La prima struttura ha stabilito una connessione con il nodo della Borsa continua nazionale del lavoro della Regione Abruzzo, la seconda, con il nodo della Borsa continua nazionale del Lavoro della Regione Lombardia. In tali casi, si è comunque dichiarata l’utilità della connessione, per lo più con riferimento all’opportunità di consultare i profili dei candidati e le vacancies, ricercare informazioni sul mercato del lavoro, interagire con altri operatori sia pubblici sia privati: tutte attività propedeutiche all’attività di matching vero e proprio.
Più in particolare, rispetto al gruppo di osservazione raggiunto dall’indagine, si è potuta rilevare la “frequenza” dell’erogazione di specifici servizi relativi alla funzione di intermediazione, ovvero: la promozione e, quale voce separata, la gestione dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro; l’orientamento professionale; la progettazione e l’erogazione di attività formative finalizzate all’inserimento lavorativo; l’espletamento di adempimenti burocratici su richiesta del committente. A fronte di un riscontro ampiamente positivo rispetto alle prime tre delle attività sopra elencate, il ritorno più basso si è registrato con riferimento a quelle di natura amministrativo-adempimentale (comunicazioni di assunzione, cessazione, proroga e trasformazione dei rapporti di lavoro, pratiche di gestione previdenziale-assicurativa). Ciò appare, peraltro, coerente con l’esigenza di attribuire alle Università un ruolo qualitativamente diverso da quello di “meri” centri per il collocamento dei proprio (o altrui Atenei) studenti.
Nello specifico, la quasi totalità delle strutture che svolge attività di intermediazione implementa azioni di promozione dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro; i canali a tal fine privilegiati sono rappresentati dall’invio di materiale informativo e dall’organizzazione di eventi a ciò dedicati (convegni, seminari, fiere), seguiti dal mezzo radio-televisivo e dal web.
È interessante osservare come tutte le strutture che dichiarano l’espletamento dell’attività di intermediazione risultino aver a tal fine predisposto apposite banche dati interne e, nella quasi totalità dei casi, aver attivato sportelli ad hoc per le diverse utenze. Le misure legate all’erogazione dell’orientamento professionale riguardano per lo più attività di assistenza nella redazione dei curricula, colloqui informativi ed organizzazione di workshop tematici sui temi in oggetto. I servizi individuali a supporto consulenziale per il bilancio di competenze che pur ricevono pari attenzione, necessitando di spazi, professionalità e strumenti precipuamente dedicati allo scopo, risultano, invece, attivati solo da meno della metà delle strutture. Discorso analogo per le attività di progettazione ed erogazione di attività formative finalizzate all’inserimento lavorativo, con particolare riferimento alla rilevazione dei fabbisogni territoriali ed aziendali.
In alcuni casi (vedasi, a titolo esemplificativo, l’Università di Padova), l’incontro tra domanda e offerta di lavoro si sviluppa attraverso una serie di attività, quali in particolare: l’analisi delle esigenze dell’impresa per la definizione del profilo ricercato; la valutazione dei curricula; la gestione dei colloquio di selezione con i candidati, l’ “abbinamento” tra domanda e offerta; la presentazione all’azienda di una rosa di candidati idonei. Il servizio di “Job placement”, infatti, dotato di uno staff di 7 persone, prevede che, attraverso un’ interfaccia web, i candidati possano inserire in una banca dati il proprio curriculum vitae e consultare le offerte di lavoro delle aziende, proponendosi direttamente per le offerte di loro interesse. Le aziende potranno inserire on-line le proprie offerte di lavoro in un’altra banca dati.
Di rilievo sembra il dato secondo cui, tra le 14 strutture che svolgono servizi di intermediazione, 9 dichiarano di svolgere azioni specificatamente volte a monitorare la tipologia di utenti che si rivolgono al servizio, siano essi soggetti in cerca di occupazione o (potenziali) datori di lavoro. Approfondendo maggiormente il tipo di informazioni raccolte, emerge come poco meno della metà delle strutture che risultano aver attivato servizi di intermediazione raccolga e classifichi i dati con un certo grado di sistematicità.
Un numero decisamente più esiguo di strutture dichiara di aver stipulato (o essere in procinto di realizzare) protocolli di intesa o accordi per lo svolgimento delle attività di intermediazione con soggetti quali associazioni datoriali, Enti locali ed istituzionali (in particolare il ministero del Lavoro), ma anche singole imprese. Tra le 14 strutture universitarie che realizzano servizi di intermediazione, 4 dichiarano di aver formalizzato accordi e una di essere prossima ad attivarli. Tra gli accordi già siglati, è possibile trovare enti appartenenti alle categorie di associazioni datoriali, ministero del Lavoro/Italia Lavoro e imprese. In particolare, all’interno degli accordi stipulati con aziende, la Fondazione Marco Biagi ha affermato di averne sottoscritti 850, mentre l’Università di Pisa – Progetto Diogene 185.
Esperienze di interazione tra il sistema pubblico dei servizi per l’impiego e Università. Questioni aperte
In tema di interazione tra servizi per l’impiego e nuovi soggetti autorizzati ad operare sul mercato del lavoro, i monitoraggi Isfol condotti annualmente su tutte le Province e Regioni evidenziano alcuni interessanti esperienze di collaborazione tra tutti i soggetti operanti sul mercato del lavoro con particolare riferimento al segmento relativo all’intermediazione, da cui pare evincersi la possibilità effettiva di realizzare una “rete mista” (pubblico-privata) di servizi per l’impiego. A titolo esemplificativo, può citarsi la Provincia di Verona ove si è avviato, a mezzo di convenzione ad hoc, un progetto finalizzato alla predisposizione di “Sportelli Lavoro” decentrati presso alcuni Comuni e volti essenzialmente alla gestione del servizio di prima accoglienza. L’Università gestisce, invece, il servizio di inserimento lavorativo per lo più mediante lo strumento dei tirocini, mentre non si registrano ad oggi esperienze di gestione condivisa dell’attività di matching in senso stretto. Sotto tale profilo, nei rapporti con il mondo accademico, e più specificatamente con il settore universitario, sembra che il sistema Spi tenda ad orientarsi verso l’adozione di uno strumento già efficacemente sperimentato in relazione agli Istituti professionali, vale a dire lo “sportello Scuola-Lavoro”, sebbene ad oggi non si registrino accordi formalizzati in tal senso.
Venendo alla realtà dell’Italia meridionale, può citarsi l’esperienza della Provincia di Taranto che ha implementato un progetto denominato “Rete lavoro” con il coinvolgimento di alcune cooperative sociali ed altri soggetti tra i quali, appunto, le Università.
Con la finalità di agevolare i neolaureati nell’ingresso al mondo del lavoro, il ministero del Welfare ha recentemente promosso, in collaborazione con la facoltà di Economia dell’Ateneo romano La Sapienza, l’Università di Bari e quella di Benevento, un servizio sperimentale, Borsa Lavoro Università, che prevede il supporto nella messa a punto di un servizio di orientamento in stretto raccordo con le imprese del territorio. La funzione di intermediazione è concepita in connessione con la Borsa continua nazionale del lavoro (Bcnl) che rappresenta una concreta ed operativa modalità di raccordo tra i sistemi pubblico-privato.
Una questione non marginale riguarda proprio quest’ultima. Come si è visto nel paragrafo precedente, ad oggi, delle 14 Università/Fondazioni che svolgono servizi di intermediazione, solo due dichiarano di aver attivato una connessione telematica con la Bcnl; nello specifico, una con il nodo della Regione Abruzzo e l’altra con quello della Lombardia. In particolare, entrambe le strutture ritengono che la connessione alla Bcnl sia utile per svolgere attività quali la consultazione dei profili candidati, la ricerca di informazioni sul mercato del lavoro, la possibilità di interagire con altri operatori privati e con soggetti pubblici (servizi per l’impiego, Inps, Inail, ecc.), come pure per la consultazione vacancies e le operazioni di matching che rappresentano la finalità istituzionale della stessa Borsa.
Si evidenziano, peraltro, alcune difficoltà tecniche nella consultazione delle banche dati on-line e nella classificazione delle informazioni secondo gli standard previsti dal sistema e si sollevano questioni legate alla tutela della privacy.
In conclusione, può dirsi, come già autorevolmente sottolineato (Zoppoli, 2004), che senza dubbio il d.lgs. 276/03 costituisce un’occasione preziosa per razionalizzare il ruolo che le Università già da tempo svolgono sul mercato del lavoro, attribuendo loro lo status di soggetti abilitati a svolgere anche attività di intermediazione. E’ possibile, peraltro, osservare una certa continuità tra l’attività di intermediazione così concepita e la sempre più marcata tendenza a coinvolgere le Università nella predisposizione di percorsi formativi finalizzati all’inserimento professionale, con particolare riferimento agli stage o tirocini (ex art. 18 della l. 196/97).
Si riscontra altresì un ampliamento della sfera di azione “tradizionale” delle Università, con lo svolgimento di attività aggiuntive rispetto a quelle da esse istituzionalmente svolte. Sotto il profilo quantitativo, ciò richiede inevitabilmente la disponibilità di ulteriori risorse (umane, strumentali e finanziarie) e di professionalità specifiche. Non essendo dalla normativa di riforma previsto alcun finanziamento istituzionale aggiuntivo per lo svolgimento di tali attività, considerati i vincoli stringenti di bilancio degli Atenei, l’esigenza di reperire i fondi a tal scopo necessari, determina la tendenza a rafforzare i legami con altri enti (possibili finanziatori) sul territorio; si fa qui particolare riferimento alle aziende e/o loro associazioni di rappresentanza. Naturalmente determinante è, sotto questo aspetto, la composizione socio-economica delle aree di riferimento (con ovvi vantaggi per le strutture che operano nell’ambito di sistemi produttivi più dinamici, tale da influire sensibilmente sulla possibilità di svolgere le suddette attività di mediazione. Ciò pone una questione legata al realistico rischio che già esistenti squilibri territoriali possano acuire la (strutturale) segmentazione – dicotomia tra Nord e Sud del mercato del lavoro italiano.
1) La numerosità dell’università di riferimento (84 Università e 1 Fondazione universitaria) è stata ricostruita partendo dalla banca dati delle Università presente nel sito internet del Ministero istruzioner, dell’Università e della ricerca.

























