a cura di Marco Marazza – docente di Diritto del lavoro all’Università di Teramo
1. Sul cuneo fiscale. La riduzione generalizzata del costo del lavoro prolunga solo l’agonia dei settori più esposti alla competizione globale o può effettivamente invertire la tendenza al declino garantendo per il futuro un’occupazione stabile?
L’Italia ha due elementi anomali: un rapporto squilibrato tra retribuzione netta e costo del lavoro, un carico fiscale sul lavoro che è il doppio di quello sulla rendita. Sono anomalie che vanno superate. Poi si potrà agire con gli incentivi e quindi si potrà affrontare la corsa sul terreno della competitività correndo con tutte e due le gambe.
2. Lavoro e redditività di impresa. Nel quadro di un nuovo patto per il rilancio sarebbe giusto legare il livello delle tutele del rapporto di lavoro alla redditività di impresa? Magari anche affiancando o rimpiazzando il superato criterio della soglia dimensionale calcolata sui dipendenti occupati?
Non mi pare che riproporre le vicende dell’articolo 18 sia il miglior viatico per un eventuale nuovo patto sociale. Ci sarebbe, in realtà, da rendere più omogeneo il sistema delle tutele affrontando anche le tematiche connesse con i lavoratori atipici e fissando elementi comuni che siano un vero e proprio diritto di cittadinanza legati al lavoro.
3. Lavoro e produttività. In molti Paesi europei le imprese chiedono, e spesso ottengono, incrementi dell’orario di lavoro. Il mito delle trentacinque ore sembra in crisi per l’esigenza di una maggiore produttività. Meglio aumentare l’orario di lavoro o incentivare con una vera politica dei salari variabili una maggiore produttività individuale con le attuali 40 ore settimanali?
Non mi sembra che si ponga la questione dell’allungamento dell’orario di lavoro. Il problema dei lavoratori italiani è un altro: essere meglio pagati. Bisogna riportare nelle loro tasche una parte della produttività che si realizza. Per quel che riguarda invece gli orari di lavoro, mi pare che essi stiano del tutto all’interno degli standard europei. Piuttosto il problema è quello di una gestione più flessibile degli orari su base plurisettimanale. Ma questa è una vicenda che deve essere affrontata nelle singole realtà produttive.
4. Lavori atipici uno. Ipotizziamo un deciso intervento sulle collaborazioni autonome che imponga il passaggio verso la subordinazione. Il mercato potrebbe assorbire tutti gli ex collaboratori autonomi con gli attuali contratti di lavoro subordinato? E ancora, non si corre il rischio di creare delle difficoltà per tutte le collaborazioni che restano saldamente nell’ambito del lavoro autonomo?
E’ un’anomalia del mercato del lavoro che si manifesta soprattutto in Italia quella secondo cui la maggiore disponibilità del lavoro costa meno della maggiore rigidità. Noi siamo per un sì alle flessibilità condivise, ma anche per un sì ad un’adeguata copertura retributiva e previdenziale. Non mi pare che ciò possa creare problemi a quelle competenze, soprattutto intellettuali e professionali, che si realizzano attraverso l’espressione della collaborazione a progetto e che hanno la propria forza sul mercato del lavoro
5. Lavori atipici due. L’area delle collaborazioni autonome richiede certamente maggiori tutele (malattia, gravidanza, ecc.). Ma le collaborazioni autonome possono rappresentare un’occasione per sperimentare nuove forme di lavoro, adeguatamente tutelate?
Oltre che sul campo delle tutele vi è un punto che riguarda la gestione del tempo di lavoro e la giusta remunerazione della prestazione lavorativa. Si tratta di verificare se siamo in presenza di una vera attività autonoma o di un escamotage del datore di lavoro per riprendere totalmente il proprio dominio sulla gestione dell’orario e della remunerazione.
6. I privilegi. Nell’attuale disciplina del rapporto di lavoro subordinato ci sono anche privilegi che potrebbero essere corretti? Ad esempio, con riferimento alla malattia non sarebbe meglio tutelare maggiormente le lunghe assenza in cambio di una riduzione del 50% della tutela economica delle brevi ed intermittenti assenze contenute nei due/tre giorni?
E’ bene chiarire subito che la tutela della malattia non è un privilegio, ma un principio di civiltà che si concretizza attraverso meccanismi contrattuali e accordi tra le parti regolati in maniera differente da contratto a contratto. Non penso che questa materia sia regolabile con un accordo interconfederale generale. Bisogna lasciarne la regolamentazione ai contratti di categoria anche per le diversità che caratterizzano i singoli settori.
7. Livelli della contrattazione collettiva. La contrattazione collettiva aziendale potrebbe effettivamente consentire il rilancio di un nuovo modo di fare relazioni industriali o espone maggiormente i sindacati al pericolo di una deriva massimalista?
La contrattazione collettiva aziendale risponde all’esigenza di legare maggiormente la remunerazione del lavoratore alle performance aziendali. Un meccanismo, questo, peraltro, che consente di sottrarsi a derive di tipo ideologico. Capisco poi che possa anche non piacere un sindacato concentrato sulla concreta contrattazione della prestazione di lavoro. A me questo appare, però, un sindacato più normale.
8. Aree contrattuali. Le attuali, sono razionali? E’ giusto che i sindacati del settore metalmeccanico rappresentino sia l’operaio della catena di montaggio che l’ingegnere informatico dipendente di un’impresa dell’IT?
Certamente occorre un ripensamento delle aree contrattuali. In alcuni casi va data razionalità al ciclo produttivo e vanno evitate forme di dumping contrattuale. Su questa strada ci si è mossi soprattutto con i contratti di settore e in primo luogo con quelli delle TLC e dell’energia. Questo ragionamento va ripreso se si proseguirà nel settore dei servizi sulla strada delle liberalizzazioni. Abbiamo poi, in realtà, due casi soprattutto di mega contratti: quello dei metalmeccanici e quello del commercio che organizzano al loro interno i settori più disparati. In questo caso non sarebbe fuori luogo un’articolazione degli stessi in più contratti di lavoro, o, almeno, in diversi inquadramenti.
9. Montezemolo o Berlusconi?
Berlusconi. (la politica al primo posto).
10. Montezemolo o Prodi?
Prodi (la politica al primo posto). Manca però l’undicesima domanda: Prodi o Berlusconi? Prodi.

























