di Giorgio Caprioli, segretario generale Fim Cisl
Penso, come molti, che il rapporto tra azione sindacale e azione di Governo nel prossimo quinquennio dovrebbe essere caratterizzato da un “contenitore” che è ben riassunto dall’idea dell’accordo di legislatura, che permetta di condividere alcuni fondamentali obiettivi e i percorsi e gli strumenti per raggiungerli. Qualcosa quindi di più sobrio ed essenziale della grande concertazione degli anni ’90 e di meno deludente della semplice e formale informazione con breve anticipo che ha caratterizzato l’ultimo quinquennio, accompagnata da qualche clamorosa invasione di campo della legislazione su temi che sarebbe meglio affidare al rapporto tra le parti. Naturalmente la possibilità di realizzare questo patto dipende in modo sensibile da quanto le diverse parti politiche considerano utile al buon governo del Paese il coinvolgimento della società civile. E, da questo punto di vista, le intenzioni del centrosinistra sono più promettenti di quelle del centro destra.
Ma ciò che più conta sono i contenuti: quando si ha sete è meglio avere a disposizione una fontana senza bicchiere che una bottiglia vuota.
Riassumo i contenuti più importanti in tre capitoli
1. Le politiche strutturali.
E’ ormai chiaro che il maggior problema della nostra economia dipende da una costante perdita di competitività che, a sua volta, risale ad antiche arretratezze: carenti sovrastrutture, insufficienti liberalizzazioni (e permanere di costosi blocchi corporativi), inefficienza della pubblica amministrazione, specializzazione industriale in settori a basso valore aggiunto, nanismo delle imprese, poca ricerca, inadeguata formazione post-scolastica.
A questi deficit strutturali si sono aggiunte politiche fiscali e di spesa che hanno avvantaggiato i settori protetti della concorrenza internazionale, sviluppando la loro vocazione parassitaria a scapito, sostanzialmente, dell’industria esportatrice.
Mentre le politiche fiscali e di spesa possono, anche nel breve termine, essere oggetto di cambiamenti significativi, quelle che affrontano le nostre storiche arretratezze necessitano di tempi medi o lunghi (e comunque, prima si comincia, meglio è). In comune i due interventi devono perciò avere una visione disincantata dei problemi del Paese, che rifugga non solo da illusioni congiunturaliste, ma anche dell’idea che basti aumentare i consumi privati per riavviare la macchina.
2. Le politiche sociali e del lavoro.
La spesa sociale in Italia è squilibrata e influenzata dalla composizione anagrafica (siamo un Paese di anziani). Vanno riformati gli ammortizzatori sociali, allargando la platea dei beneficiari e rendendo più severi i criteri di accesso per tutti. In sostanza, ci deve essere un collegamento più stretto tra disponibilità ad accettare nuovi posti di lavoro e diritto ai sussidi. Può essere utile, al riguardo, mettere a regime la parte buona della legge 30 (riforma del collocamento).
D’altro canto vanno riformate le parti di quella legge che hanno introdotto un numero eccessivo di forme di rapporti di lavoro inutili o dannosi e reso possibili abusi da parte delle aziende. Vanno trovate le risorse e gli strumenti per una politica della famiglia che ci tolga dalla posizione di fanalino di coda per tasso di natalità in Europa. Infine, sulle pensioni, il “gradone” del 2008 va trasformato in una rampa che accompagni con più buon senso l’inevitabile innalzamento dei requisiti per accedere alla pensione.
3. Relazioni sindacali
L’accordo di luglio va riformato: nuove regole per nuovi obiettivi. L’illusione centralista accomuna Cgil, Confindustria e antiche radici culturali della sinistra. Ma in tutto il mondo il baricentro della contrattazione si sposta verso il decentramento.
Sulla rappresentanza la giusta battaglia della Cisl contro la legge sarà perduta se la stessa Cisl non darà contenuti alla sua proposta – per ora solo metodologica – di utilizzare lo strumento dell’accordo tra sindacati e con Confindustria.
In conclusione, penso sia doverosa una precisazione. Il rapporto con la politica avrà molta importanza per l’azione sindacale del prossimo quinquennio ma, per quanti frutti possa dare, non sarà sufficiente, di per sé, né a rilanciare lo sviluppo e la capacità competitiva del nostro Paese, né a ridare smalto e incisività all’azione sindacale. Sono infatti convinto che buona parte dei nostri problemi non siano alla portata di interventi politici, ma di un’azione ramificata in migliaia di luoghi di lavoro, cioè dal tradizionale strumento contrattuale.
Penso all’arretratezza di tante aziende nell’impostare un’organizzazione del lavoro che sia contemporaneamente più redditizia per i loro bilanci e più gratificante per i lavoratori. Penso al rilancio di una cultura della solidarietà e della responsabilità che laceri il velo di illusioni e bugie seminato dalla cultura liberista.
Penso a mille microsituazioni dove le persone decidono di mettersi insieme per realizzare obiettivi.
Penso all’”A B C” del sindacalismo.

























