di Massimo Di Menna – Segretario generale Uil Scuola
Uno dei mali che vive oggi la scuola italiana è l’incertezza. I cambiamenti sono stati spesso soltanto auspicati, talvolta vissuti come una minaccia, certamente non condivisi da parte di coloro, in particolare gli insegnanti, che sono chiamati ogni giorno alla concreta pratica didattica.
Nella prossima legislatura occorrerà garantire, nei processi decisionali, certezza di regole, chiarezza, concretezza, vero coinvolgimento. Se la politica riuscirà a ridare valore positivo al processo riformatore, se riuscirà a mobilitare coscienze, a dare prova di competenza per sostenere la modernizzazione, avrà risposto all’esigenza di un approccio positivo per il futuro. L’incertezza e le preoccupazioni, il vedere il futuro peggiore del presente, sono di per sé un freno allo sviluppo.
E’ evidente che tale approccio richiede una politica fatta di interventi chiari e concreti. In materia di istruzione la scelta deve essere riferita alla priorità della scuola pubblica, frequentata dal 94% degli studenti.
Il valore laico della scuola pubblica consiste nel considerare la scuola sede della libera conoscenza, della ricerca, della consapevolezza della multiculturalità. Lo studio deve recuperare il suo valore rigoroso, oltre che di strumento di promozione sociale e civile.
Una buona scuola deve riconoscere e valorizzare il lavoro degli insegnanti nella loro funzione didattica e formativa. Va eliminato l’attuale appesantimento burocratico connesso alle tante carte inutili e alle riunioni non sempre necessarie. Agli insegnanti va riconosciuta la specificità professionale, che è fatta di studio, lettura, ricerca, passione per l’insegnamento e per gli esiti positivi, in termini formativi, degli studenti.
In questo quadro va ripresa una politica di investimenti finanziari, legando l’investimento in istruzione al Pil (oggi siamo a rapporti molto bassi). L’altro aspetto su cui urge una definizione è il quadro delle competenze; oggi pesa negativamente una concorrenza tra Stato e Regioni che ha alimentato la confusione, e di certo non migliorerebbe questa situazione la competenza esclusiva alle Regioni prevista dalla modifica costituzionale nota come devolution. Il carattere nazionale dell’istruzione è parte fondante della stessa unità nazionale dell’Italia.
Una buona agenda politica per il dopo elezioni deve porre fine al sistema delle mega-riforme. Nel primo ciclo occorre realizzare interventi per eliminare le tante criticità, soprattutto in termini di rigidità, che hanno caratterizzato in questi anni di confusa attuazione. Il cambiamento necessario deve basarsi sulla valorizzazione delle opportunità offerta dall’autonomia, in termini di flessibilità organizzativa e didattica, su un tempo scuola rispondente alla possibilità di una qualificata offerta formativa, sulla stabilità degli organici, su una rivisitazione delle indicazioni nazionali.
Per il secondo ciclo, considerato che la riforma non è affatto iniziata, occorrerà rivederne la sostanza, poiché la scelta precoce, a 13-14 anni, tra sistema liceale statale e professionale regionale risulta penalizzante ed impraticabile in quanto esige un livello di preparazione culturale maggiore di quel che sia possibile a quella età, le regioni non concordano con tale dualismo, l’intera istruzione professionale statale finisce in una terra di nessuno, l’istruzione tecnica rischia una licealizzazione, non una sua modernizzazione e potenziamento.
Pensiamo ad un sistema scolastico superiore fino a 16 anni diviso tra licei, tecnici, professionali e, dopo un triennio, verso l’università, verso un’istruzione specialistica tecnico-superiore che preveda anche un post-diploma fatto di stages e specializzazioni, un sistema professionale, anche regionale, realmente professionalizzante.
Tra i primi provvedimenti necessari:
1. un piano pluriennale di assunzioni per i precari e stabilità di organici;
2. aprire le porte ai giovani laureati;
3. un decreto di attuazione dell’autonomia che preveda le reti di scuola;
4. una legge sugli organi di gestione;
5. un piano per gli insegnanti basato sull’incremento delle retribuzioni, carriere interne, sbocchi universitari, defiscalizzazione per spese professionali, ingresso gratuito ai musei;
6. previsione di un tecnico per ogni scuola, figura necessaria per laboratori e aule informatiche;
7. pieno riconoscimento delle funzioni amministrative e recupero del profilo dei collaboratori, puntando a figure di supporto al generale funzionamento delle scuole, anziché addetti alle pulizie;
8. separazione fra la funzione amministrativo – contabile e dirigenziale, per liberare il dirigente scolastico verso responsabilità in termini di promozione delle risorse umane e supporto e controllo al piano dell’offerta formativa della scuola.
Questi ultimi aspetti richiedono adeguate risorse finanziarie e buone scelte contrattuali, ciò che la Uil sostiene da anni.

























