di Giorgio Santini – Segretario Confederale CISL
Nel corso della stagione congressuale della Cgil il tema della riforma della contrattazione è stato tra i più discussi e sono emerse posizioni articolate.
E’ auspicabile che le conclusioni del congresso determinino le condizioni per un confronto più proficuo tra le confederazioni su questo tema e soprattutto per l’avvio del confronto con le associazioni datoriali e (quando sarà insediato) con il Governo.
A questo fine è utile riprecisare la posizione della Cisl, soprattutto sui punti maggiormente discussi e controversi.
1. La priorità che la Cisl assegna alla riforma della contrattazione non va intesa come fatto a sé stante bensì come azione inserita in una rinnovata politica sindacale che rimetta al centro le relazioni tra le parti sociali e ricostruisca un nesso stretto tra politica contrattuale e politica economica, attraverso il rilancio di una incisiva concertazione sociale con le istituzioni pubbliche. Infatti, l’imprescindibile e necessaria tutela dei salari e delle pensioni può essere realizzata solo all’interno di una rigorosa politica di tutti i redditi e attraverso una più efficace politica contrattuale.
Sembrano essere un po’ artificiali le tesi di coloro che sostengono (come fa in un recente articolo anche Pierre Carniti) che prima è necessario parlare di salari e poi (forse) di modello contrattuale.
Quando si parla di salari non c’è un prima e un dopo : serve la concertazione sociale e serve una riforma della contrattazione, come del resto dimostrano in modo inequivocabile le esperienze storicamente verificatesi con gli accordi del 1983/84 e del 1992/93. Accordi che, da una parte, affrontavano le politiche di controllo dei redditi su vari piani (prezzi, tariffe, fisco, spesa sociale) e dall’altra intervenivano in modo diretto sulla contrattazione collettiva, nel 1983 stabilendo rigidamente le modalità di conclusione dei Ccnl allora bloccati, nel 1984 con la politica di anticipo sull’inflazione predeterminando la scala mobile, nel 1992 decidendo la fine della scala mobile, nel 1993 disegnando la nuova struttura della contrattazione.
Non c’è mai stato, dunque, un prima e un dopo ma sempre si è determinato un nesso stretto tra politica economica e contrattazione. Anzi potremo dire che quando gli accordi interconfederali hanno riguardato la contrattazione collettiva hanno avuto in parallelo la forza per poter esigere l’applicazione di provvedimenti di politica economica (come avvenne nel 1984 e nel 1993), mentre è successo che ponderosi ed impegnativi accordi concertativi che hanno eluso la questione contrattuale (come il patto di Natale del 1998) in breve tempo siano caduti nel dimenticatoio, rendendo sterile l’azione del sindacato nel suo complesso.
2. Un secondo assunto, poi, riguarda l’esigenza di dare priorità a politiche economiche che tutelino i salari,perché la perdita di quote nella distribuzione del reddito complessivo verificatasi in questi anni a danno del lavoro dipendente sarebbe stata causata dall’accordo del 1993 che avrebbe fissato regole sbagliate nella determinazione dei salari e non avrebbe permesso la realizzazione di una adeguata politica di contenimento dei prezzi e delle rendite. In sostanza l’accordo, del ’93 sarebbe stato un accordo sbagliato.
Le questioni sono, in realtà, più articolate. Indubbiamente l’accordo del 1993 non poteva (né può) valere all’infinito. Come si ricorderà era prevista una sua revisione dopo cinque anni, che, purtroppo, non venne realizzata per veti contrapposti all’interno delle parti sociali.
Comunque, fino al 2000/2001 quell’accordo ha sostanzialmente tenuto, con il mantenimento del potere d’acquisto delle retribuzioni contrattuali. Nel periodo 1993-2004, nel comparto privato come in quello pubblico, gli incrementi retributivi sono stati del 35% circa, di pochissimo inferiori all’incremento dell’indice dei prezzi al consumo per la collettività nazionale, che è stato del 36%. La piccola differenza matura dal 2002, da quando cioè non viene più praticata la concertazione, esplicitamente abbandonata dal Governo. L’accordo del 1993 da allora ha perso progressivamente la sua efficacia fino a ridursi a vago riferimento per i rinnovi contrattuali costretti ad un “fai da te” sull’inflazione faticoso e alla fine insoddisfacente per tutti, come ben dimostrano le difficoltà nel rinnovare i contratti, gli effetti negativi sulla domanda interna, sui consumi, sulla distribuzione del reddito tra le famiglie di lavoratori (- 2,1%) e quelle con capofamiglia indipendente (+ 11,7%) nel periodo 2002-2004.
Se si vogliono stabilire delle responsabilità, quindi, esse non vanno ricercate nella concertazione sociale ma proprio nell’esatto contrario, nel fatto cioè che essa venne abbandonata proprio nel momento più delicato, quando con l’avvento dell’euro e il change over si è determinata la crescita incontrollata delle rendite commerciali ed immobiliari e si è allentata la politica di equità fiscale attraverso ripetuti condoni e concordati. L’insieme di questi fatti ha sicuramente avvantaggiato il lavoro autonomo a danno del lavoro dipendente.
3. Altri fattori hanno, poi, determinato i processi di distribuzione del reddito in questi anni. Non possono essere sottovalutate le grandi trasformazioni intercorse con la internazionalizzazione dell’economia, i fenomeni di liberalizzazione (e privatizzazione) dei grandi monopoli, la crisi della grande impresa, la bassa crescita europea e la crescita zero italiana, la struttura dei rapporti di lavoro con l’avvento dal 1996 in poi delle tipologie di lavoro flessibili, via via incrementatesi nel tempo.
Tutto questo ha inciso direttamente ai fini della determinazione dei redditi da lavoro dipendente, anche a causa del progressivo rallentamento della contrattazione collettiva. Fenomeno che dalla seconda metà degli anni ’90 si è manifestato in tutta Europa, con una accentuata tendenza alla moderazione salariale e con accordi che in molti Paesi hanno scambiato sostegno allo sviluppo e alla competitività con più bassi incrementi retributivi.
4. Occorre, poi, guardare dentro alla composizione interna della quota del reddito al lavoro dipendente. Secondo i dati della Banca d’Italia, tra il 1993 e il 2004 i salari reali sono aumentati del 5,2%, meno della produttività, cresciuta del 12,2%. In particolare ciò ha riguardato il settore privato con i salari reali al + 3,6% e la produttività al + 12,6%. La quota del reddito, quindi, da lavoro dipendente cala di circa cinque punti passando dal 70% del 1993 al 65% del 2004. Se si scende al dettaglio ci sono, tuttavia, delle sorprese. La quota di reddito al lavoro dipendente tiene nei settori manifatturieri e nel commercio. Diminuisce, in modo significativo, in settori come trasporti, telecomunicazioni, poste, energia/acqua/gas, dove si realizza una contestuale crescita dei profitti. Si tratta di settori in cui è stata maggiore la presenza di impresa pubblica, “nei quali le profonde ristrutturazioni dovute ai vincoli del bilancio pubblico e al vasto programma di privatizzazioni intrapreso negli anni ’90 hanno determinato una rapida crescita dell’efficienza produttiva e una dinamica più moderata del costo del lavoro. I guadagni in termini di efficienza e la crescita contenuta del costo dei fattori produttivi non si sono riflessi in un proporzionale rallentamento della dinamica dei prezzi, traducendosi in un aumento della redditività.” (Torrini 2005)
5. Stabilito quindi che la politica sindacale in questi anni ha dovuto affrontare situazioni complesse ed articolate, possiamo tornare al quesito iniziale.
Per riequilibrare il rapporto tra lavoro dipendente e lavoro autonomo nella distribuzione del reddito, basta una rinnovata concertazione sociale?
Essa è necessaria ma non sufficiente. La sofferenza che si è determinata sui salari dipende anche dalla struttura della contrattazione e dai limiti che nel suo dispiegarsi, si sono progressivamente aggravati. Tra i principali ricordiamo:
– negli ultimi anni sono saltate le tempistiche contrattuali, con slittamenti temporali in tutti i settori e sempre più pesanti nei settori privati ma ancor più nel settore pubblico;
– il mancato sviluppo della contrattazione decentrata ha influenzato negativamente la crescita dei salari ed ha impedito una adeguata redistribuzione della produttività;
– le politiche salariali vedono una sempre maggior diffusione di forme di salario individuale.
In sostanza, si sta configurando in modo sempre più evidente un indebolimento del ruolo del sindacato come autorità salariale (qualitativa e quantitativa) e, per altro verso, una preoccupante erosione del perimetro in cui si esercita la contrattazione, stante la struttura sempre più frammentata delle imprese, con estesi processi di terziarizzazione. E’ di vitale importanza per il sindacato arginare questi fenomeni, impedire che diventino strutturali, e per questo è necessario che, al più presto, la contrattazione collettiva recuperi un ruolo di regolazione di questi fenomeni.
6. Per tutti questi motivi, allora, occorre mettere in campo una strategia sindacale che punti esplicitamente a realizzare un nuovo accordo tra le parti sociali e con il Governo, che sostituisca, innovandolo, quello del 1993 e che, come quello, sia articolato su diversi capitoli:
– una rinnovata e ben mirata concertazione sociale con obiettivi precisi in materia di politica di tutti i redditi, di riduzione del peso fiscale sul lavoro dipendente, di controllo di prezzi e tariffe, per combattere le forme di rendita speculativa in tutti i settori, anche con la liberalizzazione degli ordini professionali. Tutto questo per rilanciare lo sviluppo, l’innovazione, la modernizzazione del nostro sistema economica per poter reggere la sfida competitiva dell’economia internazionale;
– un rilancio della relazioni sindacali tra le parti sociali e la riforma degli assetti contrattuali che, senza smantellare il contratto nazionale, sposti il baricentro verso la contrattazione decentrata per poter effettivamente contrattare la distribuzione della produttività laddove essa si realizza e preveda una diversa durata del contratto nazionale (tre o quattro anni) nella quale salvaguardare il potere d’acquisto delle retribuzioni rispetto all’inflazione;
– la definizione per via negoziale del nodo controverso della rappresentanza delle organizzazioni sindacali nei luoghi di lavoro.
– le politiche del lavoro con l’obiettivo di una stabilizzazione dei rapporti di lavoro, la diffusione della formazione continua come diritto di ogni lavoratore, la copertura di tutti i settori e di tutti i lavori con ammortizzatori sociali che sostengano il reddito nelle transizioni lavorative, la parificazione contributiva di tutte le tipologie di lavoro dipendente, parasubordinato ed autonomo così da contrastare le consistenti pratiche abusive instauratesi in questi anni.
In sostanza va costruito un nuovo Statuto dei Lavori.

























