di Raffaella Vitulano – giornalista
Dopo il voto dell’Europarlamento, la direttiva sulla liberalizzazione dei servizi è ancora al centro di polemiche. La proposta, che porta il nome della deputata socialdemocratica Evelyne Gebhardt, è frutto di un accordo tra i due maggiori gruppi del Parlamento europeo – il Partito Popolare (Ppe) e il Partito socialista (Pse). La direttiva è attesa dagli anni cinquanta ed è considerata una delle riforme più importanti per l’Ue, mirando ad eliminare gli ostacoli alla libera circolazione dei servizi, favorendo la creazione di numerosi posti di lavoro e lo sviluppo dell’economia. Annacquata e svuotata di contenuti per i detrattori del compromesso di mediazione, la proposta Gebhardt è invece salutata con soddisfazione dai sostenitori di ”più mercato nel rispetto delle garanzie sociali”. Un braccio di ferro che si avvia ora alla conclusione, per niente scontata.
La direttiva sulla liberalizzazione dei servizi commerciali nei 25 Paesi dell’Ue – quel che resta dell’originaria direttiva Bolkestein – è stata dunque approvata dal Parlamento europeo. I deputati hanno stabilito che le leggi che il prestatore dei servizi dovrà rispettare sono quelle del Paese dove opera e non dello Stato di origine dell’azienda, come prevedeva invece il testo proposto dall’ex commissario Frits Bolkestein. Il provvedimento ha ottenuto 394 voti a favore, 213 contro e 34 astensioni, al termine di una maratona durata due ore e piuttosto tumultuosa. Il testo passerà ora all’esame del Consiglio europeo e quindi tornerà all’ assemblea di Strasburgo. In caso di mancato accordo tra le due istituzioni europee si procederà alla conciliazione. L’Europarlamento ha così condiviso il compromesso tra Ppe e Pse sul controverso testo dell’articolo 16 della direttiva Bolkestein. L’accordo prevede la soppressione del principio del Paese di origine e l’esclusione, dal paragrafo 3 del testo, del riferimento alle ”politiche sociali e di protezione dei consumatori” tra le limitazioni alla libera prestazione dei servizi sul territorio di uno Stato membro. L’articolo 16, così modificato, rispetto alla versione originale messa a punto dal commissario, rende più semplice il trasferimento di una azienda di servizi all’estero, sul territorio dell’Unione europea e consente di applicare le regole del Paese di destinazione, salvo una serie di deroghe. Infine, il nuovo testo impone alla Commissione europea di valutare, 5 anni dopo l’entrata in vigore della direttiva, il funzionamento del principio della ”libera prestazione di servizi”, che va a sostituire completamente il principio del Paese d’origine. Gli unici ostacoli alla libera circolazione dei servizi in Europa, sono posti da standard qualitativi relativi alla protezione dell’ambiente, della sicurezza pubblica e della salute pubblica. Per il resto, in gran parte, l’attuale bozza di direttiva, rimanda a quella del ’96, contenente norme sul distacco dei lavoratori nell’Ue.
La direttiva sui servizi ha ottenuto voti trasversali nei gruppi dei due schieramenti. Anche la delegazione italiana si è presentata in ordine sparso all’appuntamento: Forza Italia e Udc, nel gruppo del Ppe, hanno votato a favore del compromesso e del testo finale. Così hanno fatto i Ds e la Margherita, i primi nel Pse e i secondi nel gruppo dei liberaldemocratici, dove invece molti si sono espressi non a favore della mediazione. Prc, Pdci e Verdi, così come annunciato, si sono espressi contro. Ha votato no anche la Lega, mentre An, pur critica del testo, ha optato per l’astensione.
Fra battaglie procedurali, qualche momento di suspence e un po’ di confusione ha avuto il suo primo via libera, dopo due anni di travagliato iter legislativo, la direttiva sulla liberalizzazione dei servizi. “Ha subito modifiche così radicali che ne risulta rovesciata e da un testo neoliberale è diventato un progetto della gente”, ha affermato soddisfatta la relatrice Evelyn Gephardt. Il clima della seduta l’ha dato il presidente Josep Borrell quando, in apertura, ha ammesso che sarebbe stato “un voto delicato”. In effetti le votazioni sui circa quattrocento emendamenti si sono protratte per oltre due ore, in molti casi a suon di regolamento. Il clou si è avuto quando Monica Frassoni (Verdi) ha chiesto di riprendere a nome del suo gruppo il testo originario dell’emendamento all’art.16, con il quale si eliminava il riferimento alla clausola del Paese d’origine. L’emendamento è stato la chiave di volta di tutto il compromesso fra i due principali gruppi politici ed è stato ulteriormente limato per togliere il riferimento alla politica sociale e alla protezione dei consumatori, fra i motivi che i Paesi possono addurre per imporre limitazioni al libero esercizio dei servizi. Frassoni ha chiesto di porre in votazione la versione precedente, che includeva questi due riferimenti. Mentre saliva la tensione e la confusione, ha preso la parola il britannico Nigel Farage dicendo, lui euroscettico, di voler “dare una mano” e proponendo il rinvio in commissione. Proposta bocciata seduta stante dall’aula. La richiesta di Frassoni è stata sostenuta dai liberaldemocratici e per un momento è sembrato che tutta l’impalcatura messa su così faticosamente stesse per franare, ma Borrell, snocciolando commi di regolamento, ha rigettato la richiesta dell’eurodeputata, mettendo in votazione il testo di compromesso. Tutto è andato liscio e da lì la strada per la direttiva è stata in discesa.
I punti critici erano dunque rappresentati dal principio del Paese di origine e dal campo di applicazione della direttiva. Rispetto ad essi, il Parlamento ha confermato la cancellazione del principio del Paese d’origine: gli Stati membri devono “rispettare il diritto dei prestatori di servizi” di operare in uno Stato membro diverso da quello “in cui hanno sede”, e devono assicurare il libero accesso a un’attività di servizio e il libero esercizio dell’attività di servizio sul proprio territorio. Inoltre, gli Stati membri non devono ostacolare la prestazione di servizi sul loro territorio imponendo requisiti discriminatori, ingiustificati e sproporzionati. La discriminazione, in particolare, non deve essere fondata sulla cittadinanza o sulla sede sociale. I requisiti, poi, sono ritenuti giustificati solamente per motivi di pubblica sicurezza, protezione dell’ambiente e della salute. Rispetto al campo di applicazione, mentre in origine la disposizione doveva applicarsi a tutte le attività economiche d’interesse generale, prevedendo alcune deroghe (servizi postali e quelli relativi alla distribuzione di energia elettrica, gas e acqua), oggi proprio i servizi d’interesse generale “quali definiti dagli Stati membri”, restano esclusi dal campo di applicazione, a meno che non si tratti di attività economiche “aperte alla concorrenza”. Moltissimi i campi di non applicazione della direttiva (servizi finanziari, reti di comunicazione elettronica, trasporto, i servizi giuridici già disciplinati da altri strumenti comunitari, servizi medico-sanitari, servizi audiovisivi, le professioni, i servizi fiscali, le agenzie di lavoro interinale e i servizi di sicurezza). Il Parlamento segnala, infine, la necessità di armonizzare pienamente le norme sullo stabilimento per definire un quadro legale in merito all’attuazione del mercato interno (16 febbraio 2006).
A differenza di quanto proposto dalla Commissione Ue, che contemplava l’esclusiva responsabilità dello Stato d’origine nel controllo dell’attività e dei servizi offerti dal prestatore, l’Europarlamento conferisce inoltre a quello di destinazione la facoltà di adottare delle misure di controllo al fine di garantire che il prestatore si conformi al proprio diritto nazionale per quanto riguarda l’esercizio della sua attività.
E vediamo ora le prossime tappe dell’iter. Il Parlamento europeo ha legiferato in prima lettura. Il provvedimento è di quelli in co-decisione, per cui è necessario un accordo con il Consiglio europeo, cioè i Governi dei 25 Stati dell’Ue. Entro aprile la Commissione europea, che ha un ruolo propositivo, dovrà presentare un nuovo testo, visto che quello dell’ex commissario Bolkestein è stato bocciato, utilizzando tutto quanto ritiene condivisibile di quello approvato. In maggio il dossier andrà con consiglio dei ministri della competitività. Tornerà al Parlamento per la seconda lettura forse in autunno. In caso di disaccordo tra eurodeputati e Governi si passerà alla conciliazione. Tenendo conto che la direttiva non entrerà subito in vigore, potrà essere operativa tra il 2009 ed il 2011.
La Confederazione europea dei sindacati (Ces), definisce il risultato che ha seppellito di fatto il progetto iniziale ”una grande vittoria dei lavoratori europei”. Il segretario generale John Monks sottolinea che la maggior parte delle richieste del sindacato sono state accolte e in particolare che è esclusa la legislazione del lavoro, in particolare le questioni che riguardano il distacco dei lavoratori e che i diritti fondamentali di negoziazione e di azione collettiva sono rispettati: ”Questo è un primo passo. La mobilitazione della Ces resta, per consolidare questo considerevole progresso e per ottenere miglioramenti”.
L’Europa sta scegliendo di competere sul piano economico e commerciale mantenendo solido il suo modello sociale. Il pacchetto di emendamenti è volto a garantire la libera prestazione dei servizi tutelando allo stesso tempo i diritti sociali, anche se ciò non va lontano quanto il numero uno di Bruxelles vorrebbe per stimolare i servizi: tuttavia, per il presidente della Commissione europea, Barroso, è giunto il momento di porre fine alla battaglia tra liberali e difensori della protezione sociale. Ma c’è qualche liberal che non si arrende. Il compromesso ha già suscitato la reazione di sei Paesi membri (Spagna, Olanda, Regno Unito, Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca), i quali hanno inviato un messaggio a McCreevy, chiedendo in sostanza che la bozza non venga ulteriormente annacquata, e ricordando alla Commissione Ue che i mercati competitivi sono tra le condizioni per raggiungere gli obiettivi della strategia di Lisbona. Non a caso, la lettera parla del ruolo chiave della direttiva servizi per rilanciare l’economia Ue e ritiene che non si debba far perdere incisività alle disposizioni sulla prestazione transfrontaliera dei servizi.
La stessa Unione europea cerca di ricomporre una lacerazione profonda. La prima sutura è giunta nell’ottobre scorso con l’elezione al Cancellierato in Germania di Angela Merkel che ha mosso i suoi primi passi proprio in Europa, mandando da Parigi e da Bruxelles chiari messaggi di impegno a rilanciare la dinamica di integrazione europea. E ancora la Merkel, coerente con questo impegno, ha dato a dicembre il contributo forse decisivo all’adozione delle “Prospettive finanziarie 2007-2013”. Spinta da un sussulto di speranza, la presidenza austriaca del primo semestre 2006 ha confermato la volontà di riprendere il cammino interrotto e ha indicato nella ripresa del dibattito costituzionale una delle piste essenziali da battere. Certo, non molto potrà essere fatto nel cantiere costituzionale comunitario prima che la Francia trovi un successore a Chirac con le elezioni presidenziali previste per il maggio 2007. Ma dalla Francia qualche segnale comincia a circolare, anche grazie alla tenacia con cui l’immancabile Jacques Delors insiste per la ripresa del rafforzamento politico dell’Unione guidato da un’avanguardia di Paesi che avendo già condiviso la moneta potrebbero allungare il passo verso l’integrazione politica.

























