di Pietro de Biasi – direttore risorse umane e relazioni industriali del gruppo Riva
La chiusura della trattativa per il rinnovo del biennio economico del contratto dei metalmeccanici ad un anno ed un mese dalla sua scadenza impone una generale riconsiderazione dello stato del sistema delle relazioni industriali in Italia.
Il primo elemento che si propone immediatamente all’analisi è l’evidente paradosso di un Paese che, unico tra le nazioni più sviluppate, ha ritenuto necessario dotarsi di un complesso sistema di regole negoziali, definito “dall’alto” per il tramite di accordi concertativi trilaterali tra Confindustria, confederazioni sindacali e governo (il famoso accordo del luglio 1993), e che, caso altrettanto unico, rinnova la sola parte economica del più importante contratto dell’industria dopo tredici mesi di logoranti negoziati, tatticismi esasperanti, interferenze da ogni parte e, infine, anche blocchi stradali a danno non delle imprese ma dei normali cittadini. Segno, quest’ultimo, sia della scarsa utilità degli abituali meccanismi di autotutela sindacale, sia di una preoccupante deriva dell’intero sistema di democrazia industriale, con i sindacati confederali ridotti, per supplire a sempre più evidenti carenze di rappresentatività effettiva, a mutuare forme di lotta altrimenti proprie di gruppi portatori di interessi del tutto minoritari.
Si è detto, e si continua a dire in queste ore, che ciò dimostra la necessità di cambiare le regole, di sostituire all’accordo del 1993 una sua versione più aggiornata. In realtà, la vicenda del contratto metalmeccanico dimostra piuttosto l’inutilità (o peggio, il loro carattere dannoso) delle regole tout court, o almeno di regole imposte verticalmente secondo l’ormai vetusto schema neocorporativo italiano. Il mondo del lavoro sembra volersi condannare a ripetere lo stesso errore che giustamente si rimprovera al sistema politico; quello, cioè, di pretendere di risolvere problemi di governo delle istituzioni, che attengono prevalentemente ai comportamenti ed, in ultima analisi, alla qualità della classe dirigente, con una superfetazione di ingegneria istituzionale (meccanismi elettorali, riforme costituzionali etc.) che tali gravi problemi per nulla risolve ma, al massimo, occulta. Per le relazioni industriali vale un discorso simile: alchimie normative, necessariamente di compromesso politico, dunque sufficientemente ambigue da consentire interpretazioni di volta in volta diverse, spesso solo per valutazioni tattiche, non solo non possono indurre di per sé, carismaticamente, comportamenti virtuosi tra le parti sociali, ma finiscono per favorire ulteriormente comportamenti distorsivi e di deresponsabilizzazione rispetto al compito costituzionale delle parti stesse: raggiungere rapidamente intese equilibrate che bilancino gli interessi altrimenti contrastanti tra lavoratori ed imprese.
L’ultimo rinnovo del contratto metalmeccanico ha mostrato platealmente questo effetto paradossale. Entrambi gli attori sociali, piuttosto che puntare da subito ad un accordo economico rispondente ai reciproci interessi concreti, hanno prevalentemente pensato ad imporre alla controparte la loro lettura delle regole (e, per quanto riguarda i sindacati, non solo alla controparte ma anche all’interno della loro stessa parte), dovendo peraltro costantemente fare i conti con le direttive politiche dei superiori livelli confederali. La negoziazione è stata insomma inquinata e sviata proprio da quelle regole che in teoria dovrebbero guidarla ad un rapido e saggio approdo. Lo stesso gravissimo ed abnorme ritardo è stato direttamente causato proprio dalle famose regole. Infatti, la cifra di 85 euro effettivamente concordata per il biennio 2005-06 è stata accettata dalle parti, e ritenuta all’interno delle regole, solo perché, essendo nel frattempo trascorso l’intero 2005, l’esoterico dibattito tra inflazione programmata (sostenuta da Federmeccanica) ed inflazione attesa (proposta dai sindacati) ha perso di senso di fronte al dato ormai disponibile dell’inflazione reale. Inoltre è stato l’allungamento di sei mesi della vigenza contrattuale che ha permesso di raggiungere quota 100, consentendo a Fim-Fiom-Uilm di salvare le apparenze, di ottenere cioè un aumento nominalmente vicino ai 105 euro richiesti, anche se in realtà molto inferiore; tale proroga è divenuta ragionevole solo in virtù dell’irragionevole protrarsi del negoziato. In buona sostanza le parti hanno, per così dire, giocato sul ritardo per salvaguardare i propri obiettivi politici, e soprattutto quelli delle confederazioni di riferimento, con l’aggravante di aver costretto i lavoratori ad oltre 50 ore di sciopero inutili e costose.
Purtroppo, l’enfasi che viene posta sia da Confindustria che dalle confederazioni sindacali sulla riforma degli assetti contrattuali, e la relativa aspettativa di un nuovo mega-accordo concertativo, fa temere che l’esperienza dei metalmeccanici non debba essere di insegnamento. Inoltre, e proprio a causa anche di questa vischiosa e persistente mentalità accentratrice, il documento sulla riforma degli assetti contrattuali varato, dopo faticose mediazioni al ribasso, da Confindustria mostra obiettive e gravi deficienze, dando pienamente ragione all’accusa di conservatorismo lanciata da Pezzotta. La posizione confindustriale mira in realtà a conservare, contro ogni esperienza pratica, l’attuale impianto dell’accordo del ’93, sostenendone la più che traballante stabilità con un ulteriore rafforzamento della struttura e della funzione del contratto nazionale, cui vengono affidati compiti di controllo quasi “poliziesco” della contrattazione di secondo livello, tramite un rigido sistema di rimandi vincolati e di sanzioni in caso di inosservanza del corsetto imposto al livello aziendale. Tale sistema, se anche dovesse mai essere accettato all’interno di una improbabile intesa politica dalle confederazioni sindacali, non subirebbe nella realtà miglior sorte delle grida di manzoniana memoria.
L’intero impianto del documento confindustriale – non a caso di fatto imposto dalla giunta di Confindustria, dove prevalgono quelle istanze maggiormente propense alla mera perpetuazione dell’esistente, e della relativa burocrazia di puntello, ma sostanzialmente subito dal vicepresidente delegato Bombassei, per esperienza imprenditoriale più attento alle reali istanze di modernizzazione- risente del medesimo vizio concertativo, ma sarebbe il caso di chiamarlo più propriamente corporativo, sopra accennato. Si pretende di regolare verticalmente e per accordo politico con la controparte la forma ed i contenuti della struttura contrattuale; l’unico modo per provare a farlo è fatalmente quello di rafforzare ulteriormente il contratto nazionale, che peraltro è già il più forte, esteso ed invasivo tra tutti i Paesi più sviluppati.
Il risultato evidente di questa impostazione è che, da un lato, si finisce, volutamente o meno, per perseguire lo stesso obiettivo politico della Cgil, dall’altro ci si muove in direzione diametralmente opposta a quella seguita dalle organizzazioni imprenditoriali dei nostri principali partner europei. Ad esempio, in Germania, Gesamt Metall, la Federmeccanica tedesca, cerca, con crescente successo, di ottenere clausole di apertura nel contratto nazionale che diano nuovi spazi alla negoziazione aziendale; e per questa via sono stati ottenuti in diversi casi, importanti risultati come l’allungamento dell’orario di lavoro o, addirittura, la deroga dei minimi contrattuali (o più semplicemente una diversa griglia retributiva). In Italia, al contrario, ci si accontenta di molto meno (non l’allungamento dell’orario di lavoro ma lo straordinario al sabato, non l’orario annuo ma 64 ore di flessibilità, etc.), però lo si vuole per tutti, cioè a livello di contratto nazionale, e magari immediatamente esigibile senza confronto con il sindacato aziendale, dimenticando peraltro che lo status giuridico delle Rsu rende di fatto vano ogni tentativo di loro estromissione dalla negoziazione. Comunque, anche ammettendo di ottenere tutto quel che si chiede, questo tutto sarebbe troppo per chi non ne ha bisogno, inducendolo magari ad inutili forzature nella gestione aziendale, e troppo poco per chi ha davvero urgenza di flessibilità per competere e sopravvivere.
Il modello proposto rivela, insomma, una palese sfiducia nella capacità delle parti sociali più vicine ai luoghi di produzione della ricchezza di gestire e regolare, per la loro parte, in maniera equa e competitiva lo sviluppo industriale, e contribuisce ad alimentare fatalmente una speculare sfiducia. Ed infatti, come è sotto gli occhi di tutti, al massimo di accentramento concertativo (rectius, corporativo) corrisponde il massimo di conflittualità e di generale arretratezza delle relazioni industriali, patologicamente sempre più lontane dai migliori riferimenti europei e mondiali.





























