di Andrea Ciampani – Professore di Storia del movimento sindacale, Università Lumsa, Roma
L’anno appena trascorso ha scandito il trentesimo anniversario della scomparsa di Mario Romani, studioso che come pochi ha saputo comprendere l’evoluzione economica del nostro Paese e che ha segnato con la sua cultura le relazioni sociali nel modo del lavoro. Mentre incoraggiava la classe dirigente italiana ad inoltrarsi verso un cammino di sviluppo civile ed economico, egli sosteneva la classe lavoratrice nel prendere parte al processo di formazione delle decisioni economico-sociali attraverso un movimento sindacale responsabile. Per coloro che avvicinano oggi il suo pensiero, alla luce delle trasformazioni della posizione del lavoro organizzato nella società contemporanea, il contributo di Romani alla riflessione intorno alla natura, ai fini e al metodo d’azione di un moderno sindacalismo si mostra ancora fecondo nella sua possibilità di comprensione e d’animazione della realtà sociale e politica.
Non si tratta, soltanto, di riconoscere il ruolo che egli ha ricoperto dagli anni Cinquanta nel favorire una vera rottura col passato fascista e prefascista del movimento sindacale, alimentando la cultura di un sindacato associativo e confederale, democratico e indipendente dai partiti. Piuttosto, appare opportuno confrontarsi con la questione posta da Romani circa una coerente declinazione operativa dell’esperienza associativa del sindacato all’interno della società contemporanea, per osservare le relazioni industriali e, più in generale, il nostro presente socio-politico con quella “libertà intellettuale” cui ha fatto recentemente cenno Innocenzo Cipolletta a conclusione di un suo intervento sui nuovi contratti di lavoro.
1. Romani ci ricorda, in primo luogo, che occorre avviare la riflessione intorno alla rappresentanza sindacale partendo dall’esercizio di libertà e di democrazia che essa comporta.
L’adesione personale frutto di una scelta libera e solidale del lavoratore alle organizzazioni sindacali, perché ritenute libere di dispiegare un’azione adeguata alla tutela degli interessi rappresentati, appare sempre più condizione determinante perché siano riconosciuti da tutti gli attori sociali il valore e le ragioni della presenza del sindacato nella realtà economica – sociale e nelle sue relazioni.
La dinamica di libertà della volontà associativa, peraltro, appare intimamente connessa alla pratica democratica all’interno del sindacato. “La pretesa di bruciare il momento associativo, sia partitico che sindacale, è una volgare pretesa di egemonia, sempre. Non ha mai un senso liberatorio, mai.” Così Romani nel 1967. La democrazia nel sindacato intreccia strettamente con la legittimità di qualsiasi scelta l’organizzazione sindacale compie; sul mandato dei lavoratori, espresso nell’iter congressuale, si fonda l’azione dell’esecutivo. Senza democrazia associativa il sindacato non esiste e, di conseguenza, non può aspirare ad assumere alcuna funzione nelle dinamiche sociali. La confederalità sindacale non si delinea come strutturazione gerarchica, né come guida programmatica, che deve ricorrere a consultazioni ex post dei lavoratori per le scelte compiute. La confederalità, piuttosto, se realizzata come moltiplicazione della forza organizzativa può coerentemente manifestarsi ai diversi livelli dell’esperienza sindacale.
Peraltro, come evidenziava Romani nel 1966, è bene tenere presente “la varietà e la complessità delle questioni connesse alle esperienze associative”.
La rilevanza del mandato di rappresentanza sindacale, ad esempio, come esercizio della libertà del lavoratore nell’atto associativo al fine della tutela degli interessi del lavoro, non appare priva di declinazioni operative nel configurare il profilo organizzativo all’interno del sindacato. Lo scostamento da tale apprezzamento, ancora, può indebolire in maniera determinante il costituirsi dell’esperienza sindacale all’interno di un determinato settore industriale. Ed ancora: senza il rinvio alla dimensione associativa la presenza sindacale nel campo dei servizi e di attività di assistenza ai soci produce condizionanti e pesanti apparati burocratici. Il trascurare le nuove forme di associarsi dei lavoratori nell’impresa e nel territorio conduce a un declino della forza organizzativa del sindacato e della stessa esperienza confederale. La forza dei legami associativi influisce, peraltro, positivamente anche sul contenimento dell’esercizio dello sciopero come strumento d’identità collettiva.
2. Gran parte dello sforzo di Mario Romani, durante gli anni dello “Stato di partiti”, si concentrò nel delineare le linee dell’ampliamento della sfera d’azione di un moderno sindacato all’interno di relazioni socio-economiche e politiche proprie di una società industrialmente avanzata. L’organizzazione sindacale che aspirava a realizzare pienamente un ruolo di attore sociale poteva assumere l’associarsi dei lavoratori come leva per sostenere un’effettiva indipendenza del movimento sindacale dai partiti politici e per realizzare relazioni industriali fondate sul reciproco riconoscimento, in un contesto pluralistico. Sotto la spinta di Romani, la Cisl procedeva negli anni Cinquanta e Sessanta a sviluppare la funzione regolatrice dell’attività contrattuale, proiettandola in accordi quadro che avrebbero dovuto dare respiro alla dimensione partecipativa; l’attività di negoziazione con i pubblici poteri assumeva il profilo di concertati processi a sostegno dell’occupazione; mentre veniva contenuta la pretesa legislativa di regolamentare il movimento sindacale, al suo interno si mettevano a punto leggi per promuovere lo sviluppo sociale in un contesto di economia mista.
Questi tentativi trovarono allora molta resistenza, in primo luogo culturale, nella dirigenza imprenditoriale come nella segreterie dei partiti politici; ma anche all’interno del movimento sindacale, e non solo nella sua componente comunista. Seguirono anni di sconvolgimento delle relazioni industriali (e della stessa convivenza socio-politica), che, come è noto, vennero ricondotte verso i nuovi equilibri dei “patti sociali” passando attraverso la politica dei redditi e la lotta all’inflazione. Non dovrebbe essere difficile, oggi, convenire sull’impossibilità di perseguire nei percorsi, contrapposti alla prospettiva “romaniana”, della “politicizzazione” del movimento sindacale o della sua emarginazione dai processi di formazione delle decisioni economico-sociali. Nell’orizzonte del dibattito pubblico segnato dal dialogo sociale e dalle esigenze di “governance”, locali e internazionali, si pone nuovamente il tema della volontà e della capacità del movimento sindacale di contemperare le esigenze di tutela con lo sviluppo sociale e civile.
La lezione di Romani ci ricorda, allora, che è possibile una “concertazione” in cui gli attori sociali, con le proprie responsabilità e sul piano d’azione che gli è proprio, senza sovrapposizione e confusioni di ruoli, partecipino ad una comune sfida per l’incivilimento del Paese. Appare sempre più utile un’attività di concertazione in cui partecipino parti sociali e politiche che, per usare le parole di Romani del 1961, “per un momento si considerano alla stessa altezza, allo stesso livello”, in cui ciascun attore “cerca di convenire su qualche cosa in piena libertà”. In tale contesto è possibile perseguire nelle relazioni industriali di una società poliarchica un percorso alternativo sia al collateralismo sociale, sia al sistema neocorporativo. A queste condizioni un movimento sindacale forte e responsabile può certamente offrire un importante contributo anche per lo sviluppo della democrazia politica.
Per accedere a questo scenario, però, appare necessario un profondo e collettivo ripensamento culturale delle relazioni industriali, piuttosto che uno sforzo d’ingegneria normativa. Forse, davvero, in nessun’altro periodo come nel nostro c’è bisogno di un rinnovato appello all’immaginazione sociale e occorre investire in risorse culturali adeguate alle portata degli eventi socio-economici, con una capacità d’innovazione ardita e creatrice, così come è stata quella di Mario Romani.

























