di Luigi Burroni, docente all’Università di Firenze
Oramai da tempo in Italia si sta ridiscutendo l’assetto contrattuale che è stato messo a punto all’inizio degli anni ’90, con il fine di introdurre delle modifiche necessarie per affrontare le conseguenze che un ampio insieme di cambiamenti hanno avuto sul mondo del lavoro. È in questo quadro che si colloca anche il recente dibattito sulla promozione di un nuovo patto per lo sviluppo che ha visto numerosi interventi anche sulle pagine del Diario del Lavoro. Si tratta di un dibattito ricco e che ha affrontato una pluralità di temi di estrema rilevanza. Uno di questi, su cui spesso si confrontano posizioni molto diverse, è quello del decentramento della contrattazione collettiva e del rapporto tra centro e periferia, tema tanto importante quanto complesso che non può non essere inquadrato in un insieme di trasformazioni di ampia portata che stanno in questi anni interessando tutti i Paesi europei, compresi alcuni dell’Europa centrale ed orientale.
In particolare, sono due le trasformazioni che hanno forse più a che fare con questo tema, che riguardano le architetture regolative relative all’economia e al lavoro e che sono ben note ma le cui implicazioni in rapporto al decentramento della contrattazione vengono talvolta trascurate. La prima trasformazione è relativa al fatto che i modelli di governance dell’economia sono andati acquisendo una forte connotazione territoriale, anche in Paesi tradizionalmente caratterizzati da una forte centralizzazione, come la Francia o anche la Gran Bretagna. Dalla predominanza del livello nazionale, infatti, si passa a una sempre maggiore importanza dei livelli locali e regionali da un lato e del livello sovranazionale-europeo dall’altro. Se questo aspetto è ben noto, una minore attenzione è invece stata dedicata al fatto che l’analisi comparata tra i vari Paesi mostra come vi siano diverse vie verso il decentramento della governance dell’economia, alcune più incentrate sulla promozione della regolazione di mercato, altre più orientate a sostenere l’azione autoritativa dei governi locali e regionali, altre più indirizzate a promuovere una regolazione concertata a livello regionale e locale. Allo stesso tempo, lo stesso rapporto centro-periferia sembra essere caratterizzato da una ampia varietà di configurazioni, con casi in cui si ha un decentramento spinto per una vasta gamma di materie e casi in cui il ruolo del Governo centrale continua a essere estremamente rilevante per la definizione di un quadro di riferimento, e i margini di azione ben definiti per gli attori locali.
La seconda trasformazione che vorrei richiamare fa riferimento all’intensificarsi della competizione internazionale e alla presenza di Paesi capaci di competere su un mix di qualità medio-bassa con prezzi estremamente contenuti. A causa di questo processo è divenuto sempre più importante per molti Paesi dell’Europa occidentale il perseguire una ‘via alta per la competitività’, legata alla personalizzazione del prodotto, alla forte componente di innovazione di prodotto e di processo, all’alta qualità e flessibilità, all’offerta combinata di beni e servizi. È in questo quadro che l’azione dei governi regionali, delle organizzazioni di rappresentanza degli interessi, delle agenzie e istituzioni bilaterali e trilaterali possono giocare un ruolo importate nel favorire la presenza di quel contesto territoriale che costituisce le fondamenta della via alta per la competitività. Quello che in questo caso viene spesso trascurato è che questa strategia competitiva si basa su due principali pilastri.
Il primo è la coesione sociale, o meglio della ricerca di un mix tra coesione sociale e competitività economica: la coesione sociale, cioè, oltre che un bene comune diviene un fattore di competitività e non un costo da sostenere. Non a caso, i territori che sono caratterizzati dal perseguire la ‘via bassa’ dello sviluppo sono territori dove non solo c’è minore coesione sociale, ma quelli dove la coesione sociale tende progressivamente ad erodersi, a diminuire. Il secondo pilastro è dato dalla produzione dei cosiddetti ‘beni collettivi locali per la competitività delle imprese’, ovvero beni collettivi che vengono prodotti a livello territoriale spesso attraverso una governance che vede la partecipazione e l’inclusione di diversi attori individuali e collettivi, pubblici e privati, la cui azione è mirata a rafforzare la dotazione di economie esterne intenzionali. Si tratta di due trasformazioni i cui effetti si incrociano nel promuovere quella che è stata definita come territorial regime competition, ovvero come una competizione internazionale che non avviene più soltanto tra imprese ma tra diversi territori e tra i loro assetti istituzionali.
Ovviamente questi cambiamenti stanno andando di pari passo con alcune trasformazioni che riguardano l’arena delle relazioni industriali. Da un lato, infatti, è in corso oramai da alcuni anni una tendenza verso il decentramento nella contrattazione collettiva anche in quei paesi che sono caratterizzati da un sistema di relazioni industriali fortemente centralizzato, come la Germania, la Danimarca, l’Austria o l’Olanda. Dall’altro lato, invece, è cresciuto in molti Paesi europei (Spagna, Belgio, Olanda, Germania la stessa Italia ma anche Paesi dell’Europa centrale come la Polonia e l’Ungheria) il ricorso ad accordi, patti sociali, progetti locali e regionali che cercano di promuovere la via alta della competitività attraverso la realizzazione di beni collettivi per la competitività e attraverso misure mirate a promuovere coesione e inclusione sociale.
Il dibattito in corso in Italia sul decentramento delle relazioni industriali non può non tenere conto di queste trasformazioni, che hanno preso una direzione ben definita nel rafforzare livelli decentrati territoriali di regolazione del lavoro e dell’economia e hanno spinto in una direzione che dovrebbe essere di particolare interesse per un Paese come il nostro, caratterizzato da diversità territoriali estremamente rilevanti (che decenni di politiche redistributive incentrate sul ruolo degli attori nazionali non sono riuscite ad attenuare) e da attività industriali e di servizi avanzati fortemente ancorate al territorio. Vero è, infatti, che vi sono ragioni per temere un processo di decentramento della contrattazione collettiva, ma vero è anche che, come ha evidenziato Carlo Dell’Aringa su queste pagine, una riflessione approfondita su questo tema può essere quanto mai utile. E questo è ancor più vero se si considera che, così come esistono diverse vie nel decentramento della governance dell’economia, esistono anche delle diverse possibili vie nel decentramento della contrattazione collettiva. Vi sono infatti casi, come il Regno Unito, dove a un ampio decentramento è corrisposto un forte indebolimento della contrattazione di settore, ma vi sono anche casi nei quali si è avuta una diversa ‘divisione del lavoro’ tra il livello centrale e quello decentrato, senza però che questa abbia comportato una perdita di importanza del livello nazionale e settoriale di contrattazione collettiva, quanto una ridefinizione del suo ruolo.
Decentramento della contrattazione collettiva, quindi, non significa semplicemente e automaticamente impoverimento del livello nazionale. Si pensi a quei modelli che vengono definiti come ‘decentramento organizzato’, dove il decentramento della contrattazione collettiva si basa su un livello nazionale in cui si contratta su temi e diritti di base, dando vita a delle ‘condizioni minime’ o a delle cornici regolative, all’interno delle quali poi si muove il livello decentrato di regolazione, offrendo così a territori e imprese una ampia possibilità di azione ma all’interno dei ‘paletti’ stabiliti appunto al livello nazionale. Andare in questa direzione potrebbe permettere di promuovere un modello di relazioni industriali più agganciato al tema dello sviluppo locale, più capace di negoziare e partecipare direttamente la produzione di quelle risorse esterne alle imprese e legate alla coesione sociale che abbiamo prima richiamato, favorendo così il perseguimento della via alta della competitività. E perseguire questa direzione può anche contribuire a promuovere nuovi circoli virtuosi nelle relazioni tra le parti, come ha recentemente mostrato una analisi comparata sui diversi modelli di relazioni industriali coordinata da Jelle Visser: ‘When tensions appear in centralised bargaining, there can be significant benefits in moving towards a form of ‘organised decentralisation’ rather than risk an ‘unorganised breakdown, withdrawal or erosion. Learning ahead of failure means that elements of variation and flexibility must be introduced before the framework for centralised bargaining breaks down” (Industrial Relations in Europe, 2004).
Indicazioni interessanti in questo senso vengono da uno dei settori più esposti alla competizione internazionale: il settore artigiano. Si pensi infatti all’accordo interconfederale del marzo 2005, che propone appunto di seguire la direzione di rafforzare il livello decentrato di regolazione mantenendo però un ruolo importante anche al livello nazionale. In questo caso la politica dei redditi e la regolazione del lavoro vengono infatti coniugate a livello regionale oltre che nazionale, ma questi due livelli sono tra loro fortemente collegati e hanno pari cogenza: il livello nazionale si sofferma prevalentemente su temi di carattere generale, come orario, regole procedurali, inquadramento, salario nazionale, mentre il resto è aperto alla contrattazione a livello decentrato. Così come è interessante notare l’attenzione rivolta al tema della coesione sociale, come mostra il rafforzamento della parte sugli ammortizzatori sociali con l’impegno a un’azione congiunta delle parti, da attivare nei confronti del Governo, sul sostegno al reddito dei lavoratori in caso di sospensione o di riduzione dell’attività lavorativa, oppure, il tema della previdenza complementare, con l’idea di collegare il fondo pensioni interconfederale con il sistema della bilateralità e l’introduzione di meccanismi di snellimento procedurale.
Ovviamente, quanto detto sin qui non significa che i timori di chi non è favorevole al decentramento della contrattazione siano infondati. Significa però che è forse opportuno riflettere su questo tema avendo ben presente che esistono molte e diverse vie verso il decentramento, approfondendone i rispettivi punti di forza e di debolezza. Questo può aiutare a individuare delle soluzioni che possono contribuire a rafforzare le potenzialità dei territori e delle imprese, riducendo al contempo i possibili effetti perversi.
























