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Home - Approfondimenti - Analisi - Le chiavi di volta per reagire al declino

Le chiavi di volta per reagire al declino

7 Febbraio 2005
in Analisi

di Franco Chiriaco – Segretario generale Flai Cgil

La prospettiva dell’allargamento dell’Europa amplifica sensibilmente il ruolo dell’agroalimentare nel quadro degli impegni finanziari dell’Unione, mentre le necessarie politiche di coesione destineranno una quota ingente di questi impegni ai nuovi Paesi membri e renderanno maggiormente selettivi gli interventi per i quindici Stati membri .

Questi cambiamenti, indipendentemente dalle diverse valutazioni che se ne possono dare e dalle diverse soluzioni che si possono indicare, mettono la nostra agroindustria di fronte alla necessità:


 


1) di innovative scelte strategiche mirate alla qualità, all’incremento di valore aggiunto, alla trasparenza, alla competitività;


2) di un avanzamento culturale,  professionale ed organizzativo dell’impresa e del fattore umano che in essa opera.


3) di una strategia complessa mirata alle risorse idriche, al territorio e alla sua manutenzione e conservazione, all’ambiente  e alla difesa della biodiversità.


 


La nostra agroindustria presenta oggi troppi punti di sofferenza, legata a molteplici aspetti, non ultimo quello di essere gravata, per la sua parte agricola, da ruoli di contenimento sociale e di assistenza che hanno le loro radici in motivi storicamente e socialmente giustificati ma che rischiano non solo di drenare risorse più utilmente impiegabili nell’innovazione ma di costituire, per l’innovazione stessa, un freno letale.


Non è più rimandabile, nel nostro Paese, l’iscrizione all’ordine del giorno della geografia della produzione del sistema agroalimentare in sostituzione della obsoleta distinzione fra settore agricolo e settore della trasformazione industriale.


I motivi per una prospettiva di breve termine in questa direzione sono molteplici e sotto gli occhi di tutti. Mi limiterò a citarne due per soffermarmi in modo particolare sul secondo.


Il primo motivo risiede nella necessità di fare di una vera certificazione della qualità lungo tutta la filiera, dal campo alla tavola, il collo di bottiglia attraverso il quale tutta la nostra produzione, e non solo quella di eccellenza o di elite, dovrà essere messa in condizione di passare per arrivare al consumatore. D’altra parte, una quantità notevole delle nostre produzioni, e fra queste quelle più pregiate, sono legate al territorio non solo come luogo fisico ma come vero e proprio elemento promozionale, inscindibile dalla reputazione di qualità del prodotto.


In una agroindustria come la nostra, caratterizzata sempre più – anche secondo i dati dell’ultimo censimento –  da imprese medio-piccole e da sistemi di sviluppo locale,  evitare il declino significa fare sistema non solo lungo la filiera ma anche nelle realtà distrettuali , negli innumerevoli territori vocati, nel tessuto di piccola e media industria diffusa.


Trasformazioni così significative richiedono una precondizione e sforzi straordinari in almeno tre direzioni. La precondizione risiede nella necessità di associare conoscenze e competenze al processo di cambiamento a livello di impresa e di territorio così come a livello della pubblica amministrazione centrale e periferica. Non mi pare che questo Governo abbia fatto le mosse giuste in termini di riorganizzazione della ricerca, mentre le esigenze formative non appaiono in cima ad uno sforzo finanziario ed organizzativo adeguato.


Ho detto una precondizione e tre direzioni privilegiate di politica agroindustriale.


La prima riguarda lo sviluppo dell’agroindustria meridionale. La seconda riguarda lo sviluppo rurale. La terza, che è centrale per importanza,  riguarda il lavoro. Tutte e tre queste questioni trascinano un corollario che le qualifica e che si può riassumere sotto la parola: trasparenza.


Comincerò dallo sviluppo rurale. Non si può ragionevolmente affermare, alle soglie del terzo millennio, che manutenzione del territorio, acqua, forestazione, paesaggio e ambiente siano fattori affidabili alle attuali professionalità, competenze e conoscenze presenti in agricoltura. Non mi pare che ingegneri, architetti, biologi, geologi, informatici, chimici siano oggi una realtà di massa operante nel mondo agricolo o che l’impresa agricola, grande o piccola che essa sia, possa candidarsi tal quale a progetti che richiedono l’elaborazione di piani e strategie mirate e personale qualificato per la cantierazione come per la realizzazione concreta.


In realtà è necessario: che la collettività assuma questi progetti come una prospettiva da perseguire; che l’autorità politica a tutti i livelli  li riconduca a piani, scadenze e investimenti;  che i soggetti sociali coinvolti si confrontino in sedi appropriate, che venga dimostrata la profittabilità di questi progetti per attirare il capitale privato. Non basta dire “siamo sul territorio!” per vedersi riconosciuto il diritto, indipendentemente dalla competenza, a gestire risorse – comunitarie o nazionali – che afferiscono all’interesse generale dei cittadini.


Gli altri due elementi – lo sviluppo dell’agroindustria meridionale e la questione lavoro – hanno sovrapposizioni significative. Trasparenza in queste materie non può che significare, in primo luogo, superamento del triste primato dell’agricoltura – e segnatamente di quella meridionale – in materia di impresa e lavoro irregolare e sommerso. Le nostre controparti– e qualcuna con una improntitudine davvero sorprendente – e il Governo da ultimo nella legge finanziaria, recentemente si sono appassionate al tema della disoccupazione speciale  agricola e alla necessità di superare questa forma di protezione sociale considerata obsoleta e costosa. Anzi , puntando all’en plein, hanno proposto in contemporanea di rivedere – ovviamente al ribasso –  il sistema delle tutele sociali e di reddito dei lavoratori dipendenti agricoli a partire dalla Disoccupazione speciale e di incrementare piuttosto i minimi pensionistici dei lavoratori autonomi. Inoltre, per completare il quadro, hanno rimesso in circolazione la fola di un costo del lavoro dipendente agricolo insostenibile in confronto con quello dei competitori europei, e l’esigenza impellente di ricondurlo in binari meno esosi. Dico fola perché, ovviamente, essi sanno benissimo che il sistema di abbattimento del costo del lavoro legato alle calamità naturali o alle zone svantaggiate e montane  – in concomitanza con una diffusa e tenace evasione contributiva e contrattuale – fa sì  che esso si collochi, praticamente sui tre quarti del territorio nazionale, a livelli fra il 20 e il 40% inferiori a quelli degli altri settori produttivi. Basta vedere i dati di contabilità nazionale per rendersene conto.


Nulla ho sentito, invece, in merito a proposte concrete e  mirate a far emergere le imprese sommerse e a combattere l’evasione fiscale e contributiva che pesa non marginalmente sui bilanci dell’Inps, sulla fiscalità generale e sulla stessa sicurezza del territorio – nel Mezzogiorno spesso abbandonato alla malavita e all’ecomafia  -, dove la forza lavoro extracomunitaria impiegata in agricoltura è costretta a lavorare e a vivere in condizioni che definire bestiali è quasi eufemistico.


Io credo invece che il lavoro, quello dipendente come quello autonomo, debba essere la chiave di volta per contrastare un declino produttivo, culturale e sociale che altrimenti rischia di coinvolgere fatalmente il nostro sistema agroindustriale. Se l’innovazione e la qualità sono gli elementi da implementare nel sistema alimentare, allora a questi vanno destinati gli incentivi, riordinando e facendo pulizia su tutti i sostegni che affondano la loro radice in motivazioni  ormai ampiamente superate dalla storia. A tal fine, in primo luogo, a livello ministeriale – Politiche agricole, Attività produttive, Ambiente –  andrebbe avviata una fase straordinaria di confronto ridefinendo le regole del tavolo. E’ necessaria una continuità temporale,  un allargamento permanente a tutti gli attori del sistema, un livello di approfondimento e articolazione delle scelte e, in un siffatto contesto, è necessario mettere al centro del confronto il capitale umano, la sua formazione,la sua professionalità, gli strumenti organizzativi per garantirne la promozione.


Ma analoga disponibilità a individuare e promuovere politiche di sviluppo – e di incremento possibile di buona occupazione nell’agroindustria e nelle realtà rurali – deve venire dalle Regioni, che ormai gestiscono la gran parte dell’intervento nel settore.


Non si fa qualità e non si risponde alla domanda dei cittadini di sicurezza alimentare se non si parte da qui. L’iter di confronto praticato presso il Cnel per elaborare strumenti e regole per la tracciabilità di alcune filiere andrebbe ripreso e sviluppato come modello per questo confronto.


Ma quell’iter presuppone la centralità del dialogo e del confronto fra le parti sociali e il riconoscimento del ruolo del lavoro, della sua stabilità, del rispetto dei suoi diritti umani, contrattuali e normativi, della promozione della sua formazione in funzione della qualità stessa. Presuppone cioè, in primo luogo, la ricerca comune di soluzioni in sede contrattuale e di confronto fra le parti, che leghino il progetto ai soggetti che lo devono realizzare – come riconosciuto per la prima volta dalla Commissione europea e dalla Revisione di medio termine – e ai loro diritti sanciti dalla Carta dei diritti di Nizza. E’ in quel contesto – e solo in quel contesto – che è possibile, e probabilmente necessario, rivedere contestualmente il sistema di tutela sociale del lavoro dipendente e il sistema di protezioni fiscali e parafiscali  per l’impresa.


I dati del censimento 2001 ci consegnano un’agroindustria veramente al bivio per quel che riguarda le sue capacità competitive: scarsi investimenti in ricerca e sviluppo; scarsa capacità di fare squadra nei sistemi di sviluppo  locale e nella piccola e media impresa, che sono la spina dorsale della stratificazione aziendale; scarsa capacità di investire in trasparenza, qualità e territorio per competere con delle chances sul mercato europeo e mondiale dove stiamo perdendo inesorabilmente colpi; scarsa capacità di innovazione nelle politiche pubbliche, laddove è ormai chiaro che non ce la possiamo fare solo con la buona volontà di alcune imprese, in un sistema sull’orlo della crisi, e con qualche aggiustamento di breve respiro; un cedere continuo di valore aggiunto al trasporto e alla commercializzazione (che si internazionalizza sempre più) per la miopia di non considerare la logistica come terreno privilegiato di innovazione e competitività.

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