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Home - Approfondimenti - Analisi - Flessibilità per la competitività

Flessibilità per la competitività

14 Ottobre 2004
in Analisi

di Paolo Pirani – Segretario Confederale Uil

Le vicende degli ultimi anni nella vita economica e sociale italiana ed europea hanno riproposto in termini diversi che per il passato temi fondamentali della condizione del lavoro, quale innanzitutto quello del tempo. Va rilevato, come premessa, che l’idea accattivante, del “lavorare meno lavorare tutti”, che dominò a partire dagli anni ‘80 l’esperienza europea, con il suo substrato utopistico, ed anche ideologico, di idea forza delle lotte del lavoro, dopo una parabola ascendente cominciò a perdere quota con la vicenda italiana che nel 1998 vide su questo tema la crisi del Governo di centro-sinistra e successivamente con la sconfitta elettorale della sinistra francese che aveva realizzato la legge delle 35 ore. Ex post, è il caso di ricordare che tale legge non ha giovato neppure in termini di consenso tra i lavoratori, oltre a non creare consistenti vantaggi in termini di occupazione.

 


Mano a mano, sono venuti alla luce problemi complessi, relativi alla crescente globalizzazione dell’economia internazionale, con il conseguente insorgere di competitività da parte delle aree un tempo depresse (le tigri asiatiche, l’India, la Cina).


Questo insieme di fattori ha finito per mostrare la debolezza implicita in una mera impostazione quantitativa del problema dell’orario di lavoro, soprattutto rispetto alle tendenze verso la delocalizzazione in direzione di ambiti territoriali notevolmente più convenienti. Astrarsi da un tale scenario, i cui aspetti negativi apparivano persino clamorosi, poteva significare l’esclusione del sistema produttivo e della dinamica del lavoro dal quadro reale della competitività internazionale.


 


In questo senso è già in atto da diversi mesi una dura presa di posizione padronale che stravolge alla radice la durata dell’orario di lavoro,  chiedendo di aumentarlo senza corrispettivo aumento salariale. Essa si sta già verificando in vari Paesi europei, in particolar modo in Germania (Siemens, Daimler-Crysler, Opel), Francia (Bosch), Olanda, Belgio, Inghilterra. L’operazione, che si sta mettendo in atto per  evitare la delocalizzazione con conseguente perdita di posti di lavoro, è quella di diminuire il costo del lavoro aumentando la produttività mediante l’incremento dell’orario.


 


In tale contesto appaiono inevitabili una riflessione e un riesame complessivi delle problematiche connesse ai temi del tempo e dell’orario di lavoro, secondo gli sviluppi che presentano attualmente rispetto al passato. L’organizzazione della vita sociale, sia al livello individuale che a quello istituzionale, è incentrata sui tempi di lavoro. Il tempo di lavoro ha prodotto una taylorizzazione del lavoro e anche del non lavoro, alla quale nemmeno il tempo libero è potuto sfuggire.


 


Da questa situazione ne è scaturita un’altra ancora più destabilizzante dal punto di vista sociale, vale a dire la riduzione della durata del lavoro e la sua diversificazione nel tempo. Si assiste così ad un capovolgimento della configurazione classica del lavoro, dal momento che il tempo di lavoro invade gli spazi tipici del  riposo e del tempo libero, per esempio i week-end e la notte. Appare chiaro, dunque, che il rapporto tra lavoro e tempo oggi si pone in termini diversi rispetto al passato, e la realtà che ci si presenta è quella della crisi del lavoro dipendente a tempo pieno. Siamo ancora in una fase di passaggio da un sistema dominato da un modello rigido di orario di lavoro ad uno che ammette molte eccezioni, dalle quali si originano a nuove situazioni, caratterizzate dall’esistenza di fasce di lavoratori a tempo parziale o comunque coinvolte in forme diverse dal lavoro a tempo pieno. Il modello standardizzato sembra ormai essere entrato in crisi per tutta una serie di fattori.


 


In termini generali la standardizzazione del tempo, per cui tutti tendono a fare le stesse cose nelle stesse ore, rappresenta ormai un modello destinato a scontrarsi con le esigenze di risparmio energetico, di ottimizzazione dell’uso degli spazi urbani e con la richiesta di estensione degli orari dei servizi pubblici. C’è una richiesta di flessibilità da parte delle aziende, dei cittadini in genere, ma anche da parte di alcune tipologie di lavoratori, che tendono così ad una gestione più libera del proprio tempo e, quindi, ad un miglioramento della qualità della vita. Quello della flessibilità è un tema centrale dell’attuale dibattito sul mondo del lavoro, collegandosi alla sempre maggiore richiesta di nuove strategie di lavoro, sia da parte delle imprese che da parte dei sindacati, ovviamente per motivi diversi.


 


Le innovazioni tecnologiche, ad esempio, incidono sul mondo del lavoro e sulla sua organizzazione, trasformando le condizioni di lavoro, la collocazione dei lavoratori nell’ambito del sistema tecnico e produttivo e diventando per ciò stesso fonte di flessibilità. Quest’ultima, nella forma specifica della turnazione,  viene richiesta dalle imprese come fattore di miglioramento della produttività generale del sistema, in quanto permette di aumentare la loro efficacia produttiva. Si veda, a questo proposito, quali e quanto diversi siano stati in Italia gli interventi sull’orario di lavoro. La questione evidenzia anche un problema di individuazione degli strumenti con i quali intervenire, imponendo una scelta tra quelli che tradizionalmente hanno disposto le regole relative alla durata della prestazione lavorativa e della sua articolazione. Legge? Contratto collettivo?


 


E’ nella contrattazione collettiva che l’orario di lavoro trova la sua principale fonte normativa. La legislazione, infatti, ha sempre regolato i livelli massimi dell’orario lavorativo, lasciando alla negoziazione la libertà di adattare alle esigenze dell’impresa e a quelle dei lavoratori la quantità delle ore lavorative giornaliere e/o settimanali. La delimitazione del tempo di lavoro, infatti, non può essere valutata solo in base alla quantità ma soprattutto in relazione alla qualità. In tale ottica, la complessità e la diversità delle esigenze da soddisfare all’interno dei soggetti del rapporto di lavoro se, da un lato, hanno richiesto interventi legislativi volti essenzialmente alla tutela della salute e della sicurezza del lavoratore, dall’altro hanno lasciato alla contrattazione la realizzazione di modelli flessibili e adattabili alle svariate esigenze. Del resto, i grandi cambiamenti avvenuti negli ultimi decenni all’interno del sistema produttivo in genere e delle tecniche aziendali, hanno determinato cambiamenti di vasta portata sulla organizzazione di impresa e quindi, per ricaduta, sull’organizzazione dell’orario di lavoro, obbligando così le parti sociali ad affrontare sempre più da vicino, e nelle sue svariate sfaccettature, il tema della negoziazione dell’orario di lavoro.


 


Dopo gli anni ’80 il problema dell’orario diventa uno dei nodi centrale della contrattazione, sia a livello nazionale che aziendale. La ricerca di nuove forme di flessibilità da parte delle imprese, per rispondere alla divaricazione tra orari del singolo lavoratore e necessità di funzionamento degli impianti o dei servizi, e la domanda di superamento delle rigidità dell’orario di lavoro da parte di alcuni lavoratori, ha indotto i sindacati nel corso degli anni ’80 a negoziare una nuova forma di flessibilità, l’orario plurisettimanale, sempre più spesso collegato con il lavoro a turni. L’utilizzo della flessibilità dell’orario, per quanto ci riguarda, è stato e continua a essere uno strumento efficace per far crescere la produttività e quindi per migliorare la competitività del sistema.


 


La risposta alla competizione internazionale deve essere qualitativa e non quantitativa. Nei  nuovi scenari che si aprono negli anni 2000, che vedono affacciarsi in modo dirompente il fenomeno della globalizzazione e della competizione internazionale, possiamo dire  che, così come la riduzione generalizzata per legge dell’orario  di lavoro, le 35 ore, non sembra essere stata  una risposta adeguata al problema dell’occupazione, non sembra essere altrettanto una risposta adeguata l’aumento dell’orario di lavoro,  realizzato in questi mesi in vari Paesi europei, per risolvere il problema della competitività internazionale. Restano validi, in questo senso, a nostro parere, gli strumenti della flessibilità dell’orario e soprattutto dell’incentivazione della ricerca, dell’innovazione e della formazione della forza lavoro.

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