In termini di sviluppo dell’innovazione, la Commissione europea colloca l’Italia nella terza fascia dei ‘Moderate Innovators’, insieme ai paesi del Mediterraneo e dell’Est Europa, mentre il Digital economy and society index ci colloca al 25esimo posto per quanto riguarda l’utilizzo delle tecnologie digitali da parte delle imprese e l’erogazione di servizi pubblici online, nella media degli altri paesi. I dati sono il risultato della ricerca “Open Innovation – Paper” EY-Università Cattolica di Milano effettuata con 157 aziende italiane.
Tuttavia, rispetto all’anno scorso l’Italia ha fatto progressi in materia di connettività, in particolare grazie al miglioramento dell’accesso alle reti Nga. Ma gli scarsi risultati in termini di competenze digitali rischiano di frenare l’ulteriore sviluppo dell’economia e della società digitali.
Il nostro Paese ha una spesa in ricerca e sviluppo di 1,33% sul Pil (contro 1,70% Uk, 2,22% Francia, 2,93% Germania), al decimo posto per numero di brevetti richiesti, con una spesa Ict poco focalizzata sull’Information Technology (47%) rispetto alla componente Tlc, un mercato Venture capital ridotto e 7.568 startup focalizzate nel settore dei servizi per il 70,6% (software, R&S e informazione) rispetto all’industria.
Dalla ricerca è emerso che il 40% delle grandi imprese ha attivato processi di Open innovation e il dato sulle Pmi scende al 12%. Quanto alle questioni che ostacolano e quelle che abilitano l’open innovation, il 53% delle imprese coinvolte nell’indagine intende fare open innovation ma non ha risorse e competenze per una gestione adeguata; il 60% ritiene che il maggior ostacolo nel fare open innovation sia la cultura interna ed il change management; il 37% ritiene che il maggior abilitatore al cambiamento sia il commitment del top management e l`80% delle imprese chiede come supporto all’open innovation: metodologia, networking e agevolazioni economiche.
E. M.






















