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Home - Approfondimenti - La nota - Tranquilli, la più grande democrazia del mondo è sempre grande

Tranquilli, la più grande democrazia del mondo è sempre grande

di Nunzia Penelope
7 Gennaio 2021
in La nota
Tranquilli, la più grande democrazia del mondo è sempre grande

Nel day after dell’Attacco al Congresso (ottimo titolo, tra l’altro, per una prossima produzione di Hollywood o di Netflix) la maggior parte dei commenti italiani e  non solo, verteva sulla ”debolezza” improvvisamente dimostrata da quella che tradizionalmente viene indicata come la piu’ grande democrazia del mondo. Effettivamente, le incredibili immagini in diretta tv della folla all’assalto, i tweet sbigottiti dei parlamentari asserragliati a Capitol Hill, la sorprendente impotenza dimostrata dalle forze del’ordine nei confronti degli assalitori, e il tutto proprio mentre il Congresso avrebbe dovuto sancire l’elezione di Joe Biden a 46 esimo presidente Usa, oltre che a un film catastrofico faceva pensare, davvero, di assistere agli ultimi istanti di vita della democrazia americana.

Ma, appunto, non si diventa per caso la piu’ antica e grande democrazia del mondo, e non bastano quattro scalmanati in maschera per finirla: pochi minuti dopo l’assalto, con le stanze ancora invase da rivoltosi, la portavoce del Congresso, Nancy Pelosi (81 anni, appena rieletta nel ruolo che ricopre con onore da dieci anni), ha infatti riconvocato i parlamentari in seduta comune per procedere al loro compito: confermare l’elezione del nuovo presidente. E dunque, mentre ancora il mondo stentava a prendere atto di quello che era accaduto, l’America, le sue istituzioni, avevano gia’ voltato pagina, riconoscendo in Joe Biden la nuova guida del paese.

Altri dettagli di non poco conto: a  rivolta ancora in corso, moltissimi esponenti repubblicani -parlamentari e governatori in carica, o ex presidenti come George W Bush, o perfino stretti consiglieri dello stesso Trump- condannavano l’attacco e indicavano il presidente uscente come mandante. E ancora: i due piu’ importanti social  mondiali, Facebook e Twitter, dopo anni di pilatismo rispetto alle intemperanze trumpiane, con una decisione abbastanza inaudita bloccavano gli account del presidente, impedendogli di comunicare ulteriormente i suoi infuocati appelli  contro il ”furto delle elezioni”. Non solo: in tutto il mondo, tranne qualche sballato di testa, tipo Bolsonaro, i leader delle potenze amiche o nemiche dell’America si sono precipitati a prendere le distanze da Trump condannando i fatti di Washington. Per dire, perfino Marine LePen lo ha disconosciuto, perfino Matteo Salvini.

Per questo, le letture che vedono nei Congress Riotts il segno di una democrazia in crisi, e che -a seconda vengano da destra o da sinistra- trovano nelle ‘diseguaglianze”  o nella ”poverta”, o negli “immigrati”, o in tutte le solite mille stupide scuse che vengono accampate abitualmente per giustificare i fallimenti della politica, una spiegazione, o meglio: una giustificazione di quanto avvenuto, sono fuori fuoco. Le ragioni dell’assalto, infatti, non provengono da ”we, the people”, per dirla con l’incipit della Costituzione americana; il popolo, in questo caso, non e’ stato il  promotore ne’ il protagonista della rivolta ma ne e’, piuttosto, la vittima, lo strumento al servizio di un interesse tutt’altro che popolare, quello di un Donald Trump deciso a non mollare il potere.

L’unico vero atto contro la democrazia, al momento, lo ha commesso proprio Trump: non volendo riconoscere la sconfitta, non volendo riconoscere il presidente eletto dai voti del popolo, attaccandosi come una cozza alla poltrona nello Studio Ovale, e fomentando una rivolta di piazza per perseguire questi fini assurdi e senza orizzonte alcuno. Separando i fatti dalle opinioni, i fatti di ieri dicono appunto che l’assalto e’ stato possibile pr una serie di coincidenze non casuali, tutte con la stessa matrice.

Ma andiamo con ordine. A presidiare il palazzo  del Congresso, ieri pomeriggio, c’era solo la US Capitol Police, una forza di duemila agenti che risponde al Congresso stesso, incaricata di sorvegliare la ristretta area di Capitol Hill.  Come del resto e’ nella norma: per l’insediamento del presidente, il 20 gennaio, c’e’ una precisa pianificazione e un accurato lavoro di intelligence, per prevenire ogni possibile rischio; ma per la riunione di ratifica del voto, operazione meramente burocratica che in genere si risolve in pochi minuti, non sono previste particolari norme di sicurezza.

Nonostante da settimane sui social ci fosse un vero e proprio tambureggiamento rispetto alle proteste anti Biden, a Capitol Hill nessuno ha pensato che la giornata avrebbe potuto portare imprevisti, non sono stati richiesti rinforzi per la Capitol Police. E questo, tutto sommato, ha una sua spiegazione, ancora una volta, nell’orgoglio della democrazia: circondare preventivamente di forze armate i palazzi della politica non e’ mai un bel segno, mai.

Sta di fatto che, quando e’ scattato l’attacco, la Capitol Police non e’ stata in grado di arginarlo. E, per ragioni ancora da  chiarire, le numerose altre forze del governo federale, a partire dalla Guardia Nazionale, non sono intervenute per diverse ore.

Alla fine, un’ora buona dopo l’inizio dell’assalto, con i manifestanti che sempre piu’ dilagavano negli uffici del congresso e sbattevano gli stivali infangati sulla scrivania di Nancy Pelosi, con i pochi agenti di sicurezza interna che, pistole in pugno, difendevano i deputati asserragliati,  e’ finalmente intervenuta la guardia nazionale: chiamata, attenzione, non dal governo federale, ma dal sindaco di Washington. Una grave lacuna nella sicurezza, dunque, ha trasformato il simbolo del potere americano in un luogo di violenza politica.

Ma resta che, sicuramente, nessuno avrebbe mai pensato di attaccare Capitol Hill se proprio Trump,  il presidente degli Stati Uniti, per giorni e giorni, non avesse sollecitato la sua ”base” a farlo. Concetto peraltro ribadito nel corso di una manifestazione convocata a pochi metri dal congresso e a pochi minuti dalla riunione che doveva confermare Biden, nel corso della quale Trump ha testualmente definito il voto  ”un attacco alla nostra democrazia” , esortando i suoi supporter a ”marciare sul Campidoglio”  per ”salvare l’America”. I convocati, poveretti, hanno obbedito.

Dunque, come e’ evidente, lo scontento, la miseria, le diseguaglianze,  ”we, the people”, c’entrano pochissimo con i fatti dell’Epifania. C’entrano invece gli interessi, e la follia, di Donald Trump; c’entra il governo federale, che a lui risponde; c’entrano le sottovalutazioni dell’intelligence ma, appunto, anche l’intelligence, alla fine, risponde al presidente. Le istituzioni, invece, rispondono al popolo: e la risposta del Congresso e’ stata quella di fregarsene di Trump e dei rivoltosi, di non farsi intimorire ne’ ritardare, ma di procedere a sancire l’elezione di Joe Biden, con appena un paio di ore di slittamento rispetto alla tabella di marcia prevista. Tutto come da costituzione, tutto come il popolo, che si e’ espresso chiaramente col voto del 3 novembre, ha chiesto. We, the people.

La ferita, ovviamente, rimarra’; le foto dei rivoltosi in maschera, con corna e pelli di bisonte e bandiere confederate e armi e tutto il resto, saranno per molto tempo oggetto di meme che popoleranno internet. Gli editoriali e i commenti pensosi sulla ”democrazia in pericolo” andranno avanti ancora per settimane, cosi’ come, probabilmente, purtroppo, anche il pericolo di ulteriori episodi di violenza.  L’esordio di Biden alla Casa Bianca non sara’ facile, e del resto, vale la pena di ricordare, non lo fu nemmeno quello di Obama, alle prese, da subito, con la piu’ grave crisi finanziaria ed economica dopo il 1929. Un paese diviso, l’America, lo e’sempre stato: il fatto stesso di avere solo due partiti, che si alternano da decenni al comando, lo prevede. Nessun presidente e’ stato eletto con scarti enormi. E quello di Biden, tra l’altro, e’ pure uno dei piu’ ampi.

E’  probabile, anzi, e’ scontato, che il nuovo presidente e la sua famiglia dovranno sottostare a misure di sicurezza ancora piu rigide di quelle che abitualmente toccano a qualunque inquilino dello Studio Ovale: in un paese dove attentare a un presidente non e’ un evento impossibile, con un clima cosi teso la normale prudenza dovra’ essere amplificata. Ma la democrazia americana ha retto, appunto, anche di fronte all’omicidio di due presidenti e di molti leader politici. Ha retto di fronte a scandali, impeachement, guerre sanguinosissime e sbagliate, attacchi terroristici senza precedenti, crisi economiche epocali, tensioni sociali e razziali, rivolte di ogni genere. Ha retto, sempre. Per questo, pensare che oggi possa cedere di fronte a un  quasi ex presidente uscito di senno e di quattro scalmanati in maschera, e’ un pessimismo fuori luogo.  

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