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Home - Blog - La rinocerontite nel mondo impazzito del virus

La rinocerontite nel mondo impazzito del virus

di Giuliano Cazzola
22 Aprile 2020
in Blog
La rinocerontite nel mondo impazzito del virus

Nel 1959 Eugene Ionesco scrisse un dramma teatrale intitolato ‘’Il rinoceronte’’. Tra le più complesse ed interessanti opere del teatro dell’assurdo, Il Rinoceronte tratta di un’immaginaria epidemia di “rinocerontite”, che ha inizio in un piccolo paese di provincia della Francia, per poi diffondersi in tutto il paese. Il protagonista, quando si rende conto che i suoi concittadini hanno subito la trasformazione in un perissodattilo, si sente ‘’un diverso’’ e avverte l’impulso ad adeguarsi, a diventare come tutti gli altri, a rassegnarsi alla nuova normalità. Pensa addirittura di essere lui ad avere torto, e, confrontandosi con i rinoceronti, pensa di essere più brutto di loro. Alla fine, però, decide di rimanere l’unico umano rimasto e di non arrendersi.

Chi legge si chiederà se non esagero a paragonare la ‘’rinocerontite’’ al Coronavirus e, sotto sotto, me stesso al personaggio che non rinuncia alla sua ‘’umanità’’. Chiedo scusa, ma per quanto mi sforzi di farmi crescere un corno sul naso, non riesco a portare a termine la mutazione.

Mi sembra di vivere in un mondo impazzito quando leggo il rapporto del Viminale sull’azione di contrasto del contagio e di mantenimento della quarantena, da parte delle Forze dell’Ordine. Dall’11 marzo al 17 aprile sono state controllate più di 8,3 milioni di persone. Di queste 4,4mila sono state denunciate per false attestazioni; ben 316mila sono state sanzionate per altri ‘’reati’’; 686 per aver violato la quarantena pur essendo contagiati loro stessi o in relazione con contagiati.

Per quanto riguarda gli esercizi commerciali sono stati effettuati 3,3 milioni di controlli; meno di 6mila sono quelli sanzionati (qualche centinaio quelli chiusi). La conclusione è che gli italiani sono stati responsabili e, come è stato scritto, hanno dimostrato ‘’un senso di comunità sorprendente’’. Come si fa – mi chiedo – a non vedere quali sono i comportamenti sanzionati e a non chiedersi se l’ordine della normalità si sia ribaltato? Le Forze dell’Ordine hanno compiuto retate di mafiosi, la Guardia di Finanza ha smascherato migliaia di evasori, sono stati catturati i boss della droga? Nulla di tutto questo; nella generalità dei casi sono stati usati posti di blocco, elicotteri, droni ed ogni altra diavoleria per sanzionare comportamenti assolutamente normali, che milioni di persone effettuano dalla nascita (passeggiare nei giardini pubblici, incontrare gli amici, spostarsi in auto, portare a spasso i bambini, concedersi di tanto in tanto un week end e – perché no? – una pizza con il partner, acquistare una tavoletta di cioccolato al supermercato, anche se non è un bene ritenuto necessario). Queste azioni, insieme a tante altre ‘’piccole cose di pessimo gusto’’, da settimane ci sono proibite.

E per valutare le violazioni delle nuove regole non c’è una giurisprudenza consolidata, non esiste un’interpretazione autentica dei Dpcm: l’atto che ormai è entrato a far parte di una legislazione unicamente d’emergenza. E’ sufficiente il parere del capo pattuglia che ti ferma sotto casa per controllare quanto contiene la borsa della spesa. È a lui che tocca decidere se un prodotto può essere considerato di prima necessità.

Ci è stato imposto il domicilio coatto non solo nella nostra abitazione, ma persino nel Comune di residenza (salvo poter dimostrare che andiamo in giro per i motivi ammessi). Guai a tagliarsi i capelli: torneremo tutti alle acconciature degli anni ’60. Ci consentono di lavorare a casa o solo nelle aziende individuate dal c.d. Codice Ateco che fotografa la struttura produttiva dell’immediato dopoguerra. Centinaia di migliaia di negozi sono stati chiusi e tanti non riapriranno più. Gli studi professionali hanno subito la medesima sorte. Intanto, in questo periodo di quarantena diffusa, le azioni di Amazon hanno guadagnato 27 miliardi. Le aziende non hanno potuto completare gli ordinativi in portafoglio; sono venute a mancare le forniture; si sono interrotte filiere consolidate. Le politiche con cui i diversi governi hanno fronteggiato l’assalto del virus sono diventate motivo di dumping sociale, nel senso che la ripresa sarà anticipata (ammesso e non concesso che l’economia riparta) in ragione inversamente proporzionale ai tempi e alle modalità dei regimi di chiusura e isolamento adottati. Non ci siamo fatti mancare nulla. Nemmeno la sepoltura solitaria e anonima dei morti: anche i funerali sono stati proibiti.

E le Chiese? Neppure nei tempi delle persecuzioni religiose o dell’ateismo di Stato i fedeli si erano visti chiudere in faccia le porte delle Case del Signore, proibire i matrimoni, i battesimi. A meno di non celebrarli in segreto come si faceva nelle catacombe. Tutto rimandato. Persino le elezioni; anche la democrazia è finita in quarantena. Ai tempi del coronavirus anche la morte non è più < ‘a livella> descritta dal grande Totò. I decessi a causa del Covid-19 sono divenuti più uguali degli altri. E’ troppo banale morire di malattie del sistema cardio-circolatorio (la principale causa di decesso: 233mila casi nel 2019), quando c’è in circolazione un ‘’angelo sterminatore’’ che miete vittime e si appropria, nelle statistiche, dei decessi anche di quelli provocati da altre malattie.

La logica del pensiero unico (sotto forma di patologia unica) domina nei media, in un Paese che pure ha dato spazio – in varie occasioni – a stregoni che si dichiaravano depositari di cure miracolose, osteggiate dalla medicina ufficiale. Ci sono state persino sentenze che hanno ammesso la liceità di queste pseudo-terapie (chi non ricorda il metodo Di Bella o lo ‘’stamina’’ ?) magari mettendole a carico del Servizio sanitario nazionale.

Oggi, a dettare legge sono i virologi, divenuti da settimane gli oracoli ambulanti da un talk show a un altro e riconosciuti come Supreme Guide della rivoluzione casalinga. Fior di scrittori infiorettano elzeviri alla riscoperta della solitudine del tinello. E le fabbriche? Il protocollo FCA-OOSS – come ha scritto Nunzia Penelope su Il Diario- è sicuramente un modello da imitare per la fase 2, quando si dovrà riavviare la produzione in un contesto di sicurezza per i lavoratori. A uno della mia generazione, tuttavia, quelle prescrizioni dettagliate ricordano i sistemi di cottimo ovvero il lavoro con ritmi predeterminati all’epoca del taylorismo. La gravosità di quella tipologia lavorativa risiedeva particolarmente nel dover seguire una serie di operazioni studiate a tavolino, che rispondevano ad una logica astrattamente razionale per svolgere le proprie mansioni in un tempo inferiore, ma spesso contrastavano con la naturale gestualità dell’uomo-lavoratore. Anche le procedure da seguire – dal momento in cui si entra fino a quello in cui si esce dall’azienda – sono rigidamente definite al pari di un percorso di guerra. Ma c’è di peggio.

Questo supino adeguamento dell’opinione pubblica a regole maniacali, all’arbitrio delle sanzioni; questi sentimenti di astio nei confronti dei ‘’trasgressori’’ a me fanno paura. E comprendo come possa un popolo assuefarsi ad un regime dittatoriale. Se si convince ad accettare un sistema di terapia primitivo (nonostante che la medicina abbia compiuto secoli di progressi); se si persuade a rinunciare alle libertà più elementari; se si lascia imporre stili di vita da carcerato e considera il suo vicino come un possibile nemico della sua salute; se vive lo starnuto di un passante come un pericolo di contaminazione; se tutto ciò accade da settimane sotto i nostri occhi (con il consenso di un’opinione pubblica suggestionata), diventa allora comprensibile l’atteggiamento di sudditanza che, nella storia dell’umanità, i popoli hanno manifestato nei confronti delle dittature e dei totalitarismi. In quelle condizioni non si correva solo il rischio di ammalarsi, ma di finire in una cella, con annessa sala di tortura, in un penitenziario per reati d’opinione, in un campo di concentramento o davanti ad un plotone di esecuzione.

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Giuliano Cazzola

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