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Home - Blog - I travagli del Pd tra ‘’elite” e periferie

I travagli del Pd tra ‘’elite” e periferie

di Giuliano Cazzola
17 Aprile 2019
in Blog
I travagli del Pd tra ‘’elite” e periferie

Quaderni di Rassegna sindacale è una pubblicazione storica e di grande qualità della Cgil e ha saputo conservare il profilo culturale impresso, or sono molti decenni, da Aris Accornero che ne è stato il fondatore.  Sul numero 4 del 2018 ha suscitato il mio interesse un saggio di Lorenzo De Sio dal titolo ‘’Strategie di partito e voto di classe: lo strano caso del Pd del 2018 ‘’partito delle élite’’.  Io non sono né un militante né un iscritto del Pd, ma provo un certo fastidio nel veder trattare questo partito (che pure di responsabilità ne ha tante) come ‘’un cane in chiesa’’, soprattutto con riferimento alla gestione di Matteo Renzi. Ma quello che a mio avviso è più inquietante riguarda  il persistente tentativo di ripudio dei voti raccolti nei quartieri alti delle città. Come se il Pd  volesse fuggire dalle aree ZTL  per ritrovare la propria anima nelle periferie.

Per carità: il saggio è garbato, di chiara impronta scientifica nonché corredato di riflessioni convincenti. L’autore insiste nel ‘’sottolineare l’importanza delle strategie dei partiti (e non solo dei fenomeni sociologici) nel fenomeno del voto di classe e più in generale per la capacità dei partiti di attrarre consensi nei settori economicamente più disagiati della popolazione’’. Ed è all’interno di questo quadro interpretativo che De Sio individua ‘’nelle scelte strategiche del Pd della segreteria Renzi una netta discontinuità rispetto al passato, che prefigurava una strategia innovativa di attenzione ai ceti più dinamici della società anche a costo di una potenziale rottura con il bacino tradizionale del Pd’’.

Così tra il voto del 2013 e quello del 2018 si sarebbe verificato un robusto cambiamento nella struttura della base elettorale del partito ‘’in direzione di una configurazione nettamente di élite (e per di più di élite economica più che culturale)’’.  Seguendo questa linea di condotta la sinistra si era posta l’obiettivo di essere competitiva ed innovativa, ma  (ecco l’amara sentenza) una strategia con questi obiettivi ‘’potrebbe avere l’effetto di costruire il predominio decennale di un progetto politico conservatore’’. Analisi siffatte sono ricorrenti nel dibattito della sinistra politica e sindacale, anche se i critici che invocano il cambiamento e promettono discontinuità sono piuttosto vaghi nell’indicare quali politiche meritano l’abiura. Dove ha sbagliato Matteo Renzi? A voler essere ‘’un uomo solo al comando’’? Fino a qui possiamo essere d’accordo, anche se le questioni di metodo vengono a galla solo quando falliscono le strategie politiche. Non si è mai visto ‘’un uomo solo al comando’’  essere contestato fino a quando continuava a vincere.

Passiamo allora agli aspetti più seri. Ha sbagliato il Renzi del jobs act o quello che ha creduto di tagliare l’erba sotto i piedi ai populisti in grande spolvero, prendendo in carico i loro slogan, le loro contumelie contro una (invero inesistente) politica di austerità ed una Ue nelle mani dei burocrati, al soldo della Germania? È necessario ricordare le prese di posizione, le minacce, le esibizioni ? Basta annotarsi le stesse che i gerarchi giallo-verdi usano oggi, magari in modo più goffo e sgrammaticato. Pure il disegno di riforma costituzionale aveva come motivo ispiratore una buona dose di populismo contrabbandato come semplificazione dei processi decisionali e delle istituzioni. Anche Renzi è incorso, così, nel destino dei precursori; alla fine, gli elettori hanno votato per quelle forze politiche che avevano messo a frutto le sue lezioni di arroganza. E, nello stesso tempo, i populisti hanno patrocinato il malessere  degli scontenti delle riforme importanti – in materia di lavoro e di economia  – che avevano lasciato scoperto, sulla sinistra, lo schieramento renziano. A rigor di logica, dunque, se il cambiamento e la discontinuità devono riguardare le politiche qualificanti del governo Renzi, perché il Pd vuole sottrarsi ad un’alleanza con il M5S che persegue quegli stessi  obiettivi, magari in modo più sgangherato?

 Infine, c’è un altro aspetto del dibattito politico di cui non riesco a capacitarmi. I partiti – anche quelli esangui e masochisti dei nostri giorni – hanno una funzione educativa, di guida e d’indirizzo attraversi i loro programmi ed iniziative. D’accordo. Come scrive Lorenzo De Sio sono importanti le  ‘’strategie dei partiti (e non solo dei fenomeni sociologici) nel fenomeno del voto di classe e più in generale per la capacità dei partiti di attrarre consensi nei settori economicamente più disagiati della popolazione’’. Basta, però, con questa idea paternalista del popolo, che si lascia attrarre da conati di fascismo perché la sinistra non si occupa adeguatamente dei suoi disagi. Se gli italiani votano per Matteo Salvini (e per il M5S) lo fanno in proprio, sotto la loro responsabilità, perché il leader leghista dice apertamente le cose che loro vogliono sentire. Nei giorni scorsi, qualcuno ha voluto attribuire alla crisi irrisolta del Pd i fischi con cui sono stati accolti alcuni esponenti durante un inutile pellegrinaggio nelle periferie romane, dopo i fatti di Torre Maura. Ma lo sanno queste  anime belle che, per essere applauditi da quelle parti, bisogna sfilare al grido di ‘’fuori i negri e i rom’’?

Giuliano Cazzola

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Giuliano Cazzola

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