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Home - Blog - Il Paese si apra agli altri

Il Paese si apra agli altri

di Paolo Pirani
22 Febbraio 2019
in Blog
Il Paese si apra agli altri

di Emanuele Ghiani https://twitter.com/GhianiEmanuele

“La persecuzione dell’intelligenza è un danno gravissimo per qualunque Paese e frequentemente è stata causa di rovina nazionale”, ha sostenuto il filosofo e premio Nobel, Bertrand Russell. Ed a osservare il crescente isolamento dell’Italia nel contesto internazionale verrebbe da dire che si tratta di una riflessione sempre valida.

Uno degli aspetti più incisivi della recente manifestazione di Cgil, Cisl e Uil a Piazza San Giovanni a Roma è stato invece quello di lanciare proposte ed iniziative che sono all’opposto di una visione “sovranista” e autarchica della crescita economica e della soluzione dei problemi sociali.

Ed è su questa via che si deve insistere e convincere i tanti italiani che in questo momento vivono nell’incertezza ed ai margini della vita economica.

Il rischio dell’isolamento va oltre l’appuntamento elettorale di maggio per il rinnovo del Parlamento europeo, come pure è più pericoloso di un nuovo braccio di ferro con Bruxelles se la deriva recessiva si manifesterà come si teme da più parti.

Nel corso dei contrasti con L’unione europea prima e con la Francia poi, il governo gialloverde praticamente non ha potuto contare su nessuna alleanza di peso, pur essendo il nostro Paese un “ingranaggio” assai delicato della costruzione europea. Più di una volta invece nei nostri confronti si è usato il termine “contagio” per indicare l’eventualità che le difficoltà dell’economia e dei conti italiani accentuassero l’indebolimento della crescita europea con la quale, non va dimenticato, da molto tempo noi scontiamo un differenziale che si aggira su un punto percentuale. Per non parlare dello spread e dei suoi effetti sulla spesa di interessi.

Insomma quel “prima gli italiani” si va trasformando in un “italiani, da soli” che non promette nulla di buono in un periodo nel quale occorrerebbe concorrere con gli altri grandi Paesi europei a definire interventi anche urgenti che impediscano alla stagnazione sempre più evidente di trasformarsi in un crollo economico che danneggerà ancora una volta chi vive di lavoro e di pensione, e chi un lavoro non ce l’ha.

Ma questo governo sembra intenzionato a muoversi verso altre direzioni.

Sulle opere pubbliche siamo al peggiore immobilismo che coinvolge non solo le decisioni sulla Tav ma anche le opere già cantierabili. E non incanta nessuno la contrapposizione che viene fatta fra le infrastrutture “demonizzate” ed invece le opere utili alle popolazioni urbane e del Sud che rimangono puri slogan senza seguito. In questo senso il ritardo infrastrutturale diventa un segnale non incoraggiante per i nuovi Giganti dell’economia mondiale, Stati e colossi economici, che stanno tracciando le rotte tecnologiche e commerciali del futuro delle quali l’Italia potrebbe essere parte importante invece che temere la sua marginalizzazione.

La “impolitica” polemica con la Francia (che ha indubbiamente le sue colpe) inoltre, non ci ha certo procurato simpatie o vantaggi di alcun tipo in Europa e viceversa ci può allontanare da scelte sul futuro che ad esempio l’accordo di Aquisgrana fra Macron e Merkel fanno immaginare. Scelte che riguardano la politica industriale, quella militare, quella delle tecnologie strategiche sulle quali è sempre più accesa la competizione fra Usa ed Asia.

Lo stesso riferimento disinvolto a possibili utilizzi di parte delle riserve auree di Bankitalia finirà per entrare in rotta di collisione con gli altri Paesi europei se non fosse altro che la stabilità delle riserve si riflette sul valore della moneta comune, l’euro.

Ed a voler fare tutto da soli potrebbe complicarci non poco la vita su taluni ritardi “industriali” che stiamo scontando: quello dell’auto ( e del suo indotto) appare il più vistoso, ma anche la green economy che ha invece grandi potenzialità potrebbe rimanerne danneggiata. E sarebbe una grave responsabilità quella di ridimensionare il valore di Paese manifatturiero che oggi è ancora alto nel mondo.

C’è da chiedersi se questa “Brexit” industriale alla quale rischiamo di andare incontro non diventi poi una slavina capace di travolgere altre realtà industriali del Paese, inducendo altre imprese a delocalizzare, ed altre ancora anche a diventare preda delle economie più dinamiche sul piano mondiale. Il governo gialloverde sembra non accorgersi che la divisione internazionale del lavoro ha subito un rovesciamento epocale: prima eravamo noi occidentali a lasciare agli altri Pesi le produzioni più arretrate ed usuranti, oggi soprattutto i Paesi asiatici si muovono determinati a capovolgere tale sistema anche perché proiettati a conquistare l’egemonia delle tecnologie più avanzate e della intelligenza artificiale.

Sarebbe davvero poco intelligente e molto pericoloso rifugiarsi in un orizzonte nazionale che potrebbe anche in breve tempo far pagare all’economia del Paese un prezzo molto salato.

La piattaforma sindacale si muove in un’ottica diversa. Quella della centralità del lavoro, della dignità del lavoro, del futuro del lavoro.

E la carica espansiva di essa è più credibile e più realistica dell’affanno con il quale la maggioranza di Governo cerca di accreditare la valenza anticiclica del decreto fiscale, della legge di bilancio, del decretone.

Più credibile perché più vicina agli interessi generali. Mentre l’incultura dell’isolamento ci allontana dai problemi reali. E’ stato così in passato, lo è anche oggi. L’iniziativa dei corpi intermedi a questo punto è ancora più necessaria in quanto può incalzare le Istituzioni quando è ancora possibile evitare di andare incontro a guai che tutte le previsioni economiche con disarmante monotonia ci stanno annunciando. Le stime ci condannano: come si fa a ricrear fiducia nell’economia e nel mondo del lavoro quando si tema la crescita zero? Abbiamo, insomma, un estremo bisogno di un diverso confronto al nostro interno e con il resto di Europa, serve poter contare su solidarietà, collaborazione, abbiamo la necessità di far valere le nostre proposte in ambienti non ostili, che non ci considerino mine vaganti. Manca quella virtù italica di sapere essere Paese di incontro e di frontiera allo stesso tempo. Un Paese che non vive di odi, rancori, vendette, ma di inventiva, genio, vitalità, stimoli positivi. E non è un caso che latiti ad esempio capacità politica di far pesare la nostra posizione strategica nel Mediterraneo. Se non vogliamo affidarci all’assistenza, alla precarietà, alle invenzioni di “nemici” capaci solo di mascherare i nostri limiti, eco allora che va proseguita a livello sindacale e sociale con energia, determinazione ed unità un’azione che riporti l’intero Paese a ragionare su quello che davvero serve, quello che è utile, quello che è saggio fare. Il tempo è poco, ma va sfruttato. Questo movimento sindacale è deciso a farlo.

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    di Emanuele Ghiani https://twitter.com/GhianiEmanuele
Paolo Pirani

Paolo Pirani

Consigliere CNEL

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