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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - L’economia romba, ma i salari affondano: è il trionfo del Capitale?

L’economia romba, ma i salari affondano: è il trionfo del Capitale?

di Maurizio Ricci
23 Luglio 2018
in Poveri e ricchi, Analisi

Qualcosa si è rotto nel meccanismo dell’economia mondiale e non si può più semplicemente aspettare che finisca la crisi. Detto in due parole, anche dove l’economia romba, i salari affondano. Non era mai successo, così a lungo, nel dopoguerra e la cosa va avanti da abbastanza anni da far pensare che sia diventata permanente. Ma se è così, dobbiamo probabilmente rassegnarci a ritmi di sviluppo assai più bassi di quelli che abbiamo conosciuto dalla metà del secolo scorso.

I dati arrivano da ogni parte. L’Ocse, l’organizzazione che raccoglie i paesi industrializzati, segnala che la percentuale di persone che lavorano ha, finalmente, superato, al 61,7 per cento, la quota precrisi del 2007. La disoccupazione è appena al 5,3 per cento. Ma il numero di persone che, pur avendo un lavoro, risultano povere è al 10,6 per cento, un punto in più di dieci anni prima. Con tassi di disoccupazione come quelli di oggi, nel 2007 i salari nominali (compresa cioè l’inflazione) crescevano del 5,8 per cento. Oggi, del 3,2 per cento. I casi più clamorosi sono quelli di Germania e Stati Uniti, due paesi in cui l’economia, non da oggi, romba davvero e la disoccupazione è ai minimi storici. Ma, in Germania, i salari reali (al netto, cioè, dell’inflazione) salgono solo dello 0,2 per cento. Negli Usa, addirittura, diminuiscono.

In America, la disoccupazione è scesa ormai stabilmente sotto il 4 per cento, uno stato che si definirebbe, di regola, di piena occupazione. Ma nell’ultimo anno, con le imprese che dichiarano di essere disperatamente alla caccia di lavoratori, le buste paga settimanali, al netto dell’inflazione, sono cresciute dello 0,2 per cento. Solo, però, perché gli americani hanno lavorato più ore. Nonostante la scomparsa della disoccupazione, i salari reali orari non sono aumentati affatto. Zero. E questo, tuttavia, perché si considerano capi e dirigenti. Se si guardano solo i lavoratori normali i salari reali sono, in realtà, diminuiti: -0,2 per cento. In altre parole, nell’America del boom, gli americani hanno lavorato più ore, per portare a casa la stessa busta paga.

In Europa non va meglio. Dal 2013 (a crisi, cioè finita) il prodotto pro capite, nell’eurozona, è cresciuto dell’1,2 per cento l’anno, ma i salari reali solo dello 0,7 per cento. In Italia, negli ultimi 20 anni, i salari reali sono saliti, in tutto, del 3,2 per cento. Colpa di una produttività del lavoro che ristagna, dicono molti. E’ una spiegazione troppo comoda. A parte il caso Italia, cioè di una economia che si rattrappisce su se stessa, nell’insieme dell’eurozona, la produttività, negli ultimi venti anni, è cresciuto al doppio della velocità dei salari.

Le spiegazioni di questa implosione sono molteplici e le grandi istituzioni internazionali (dal Fmi all’Ocse, alla Bce) continuano ad allinearle con preoccupazione. C’è il boom dell’automazione e del software, che ha fatto esplodere il numero di lavoratori superflui. C’è lo spostamento di questi lavoratori in occupazioni meno qualificate (dalla fabbrica al fast food) e meno retribuite. C’è la delocalizzazione all’estero nelle nuove catene produttive della globalizzazione. C’è la progressiva scomparsa del sindacato e l’indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori. Possiamo decidere quale di questi fattori sia il più importante. Ma il punto chiave è che il risultato è sempre lo stesso: i salari scendono, i profitti salgono. Dal 2000, la quota del lavoro sul prodotto, registra il Fmi, scende in media dell’1,5 per cento l’anno. È il trionfo del capitale.

Forse, però, anche nei quartieri alti non c’è tanto da celebrare. Anche senza considerare la politica, il problema è squisitamente economico. C’è un limite alla crescita dei profitti. L’economia moderna è fatta, per tre quarti, di consumi. Chi detiene il capitale può consumare solo fino ad un certo punto. Poi, come aveva capito già Henry Ford, devono consumare i lavoratori. Ma con quali soldi, se le buste paga sono sempre più magre? La risposta fornita negli ultimi 30 anni, con l’ingresso nel mondo del lavoro di sempre più mogli, che ha consentito di tenere a galla il potere d’acquisto delle famiglie, è ormai, nella maggior parte dei paesi, esaurita. Si può cominciare a chiedersi se il mistero di una ripresa che, a dieci anni dalla crisi, a livello mondiale non riesce a decollare davvero e resta su ritmi che, nel secolo scorso, avremmo definito asfittici (il 2 per cento oggi, nei paesi industrializzati, contro il 4) non abbia questa spiegazione.

L’ultimo, grande boom – quello americano del primo decennio di questo secolo – è avvenuto con un megaindebitamento di massa, attraverso i mutui immobiliari, subprime o meno, perché i redditi, invece, ristagnavano. È finito con la drammatica esplosione della bolla del 2008. Siamo destinati, come ragiona già qualche illustre economista, ad aspettare la prossima bolla per vedere l’economia ripartire? O dobbiamo rassegnarci, come prevede qualche altro illustre economista, alla Grande Stagnazione? La risposta, forse, è proprio nelle buste paga.

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Giornalista

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