Una proposta di legge per una buona e piena occupazione soprattutto per giovani e donne. È questo il cuore del libro, presentato a Roma presso l’Istituto di Santa Maria in Aquiro, Lavoro democratico, a cura di Laura Pennacchi e Giorgio Fazio, edito da Castelvecchi.
La proposta di legge è il risultato di un percorso collettivo, transdisciplinare e civile, che ha coinvolto studiosi di diverse università italiane, insieme a sindacalisti, giornalisti, attivisti e rappresentanti delle istituzioni e alimentata dalla ricerca del Seminario permanente di filosofie del lavoro della Società Italiana di Teoria Critica.
Nel corso della presentazione, alla quale è intervenuto anche l’ex governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco oltre agli autori del libro, è emersa la strada che vuole battere questa proposta di legge: ribaltare il modello neo liberista, diventato predominante in buona parte delle economie occidentali. L’idea che il mercato possa da solo regolare il rapporto tra domanda e offerta è ormai un postulato che ha perso qualsiasi fondamento di verità. I padri spirituali ai quali guardano i curatori e gli autori del libro sono Theodor Adorno, Herbert Marcuse, la Scuola di Francoforte, Jurgen Habermas, scomparso lo scorso marzo, e le teorie economiche di John Maynard Keynes.
Anche le politiche che l’Europa ha fatto proprie negli anni passati, e che possono rientrare sotto l’etichetta di flexsecurity, non hanno portato gli effetti sperati, ha detto Pennacchi nel suo intervento. Va dunque rivisto e ripensato il concetto che un ingresso più o meno facile e felice nel mercato del lavoro debba ricadere unicamente sulle spalle dei lavoratori. Secondo questa visione, nel momento in cui si creano degli attriti, che frenano o intralciano il meccanismo di incontro tra domanda e offerta, le uniche cause vanno ricercate nel fatto che la scuola non prepara “prodotti pronti e adatti al mercato del lavoro”, o che i lavoratori debbano ulteriormente accrescere le proprie competenze. Quindi, una volta ricalibrati questi due aspetti, il meccanismo che muove gli ingranaggi del neo liberismo può rimettersi in moto.
Una visione anche questa smentita dalla realtà, secondo gli autori del saggio. La prova sta nel fatto che giovani e donne, anche altamente formati e con le giuste competenze, accedono con difficoltà nel mercato del lavoro. I primi, in molti casi, scelgono di lasciare l’Italia per l’estero, attratti da stipendi più alti, carriere solide e una diversa prospettiva di vita. Sulle seconde grava ancora la principale discriminazione di genere che si chiama lavoro di cura. Incentivare la partecipazione al mercato del lavoro di giovani e donne è centrale per un paese come il nostro che da qui al 2050 perderà 7,5 milioni di lavoratori, che non saranno rimpiazzati dai nuovi nati o da immigrazione qualificata e regolare.
Ritornando sulla formazione, oggi è più che mai centrale per governare i grandi salti tecnologici, primo tra tutti quello legato all’intelligenza artificiale, come viene spiegato nel libro. A dicembre ricorre il centenario della nascita di Bruno Trentin. Il segretario generale della Fiom e poi della Cgil è stato tra i padri delle “150 ore” per il diritto allo studio dei lavoratori, introdotte per la prima volta in Italia nel 1973. Ma la formazione, ancora oggi, non sempre è un diritto pienamente esigibile, non sempre è di qualità. I fondi professionali potrebbero essere maggiormente valorizzati, anche come un terreno dove affermare il grado di rappresentatività e di rappresentanza delle parti sociali. Ancora la formazione professionale, come prevede l’articolo V della Costituzione, è di competenze delle regioni. Oggi abbiamo così ventuno sistemi di formazione che con difficoltà comunicano tra di loro.
Dunque parlare di una buona e piena occupazione, sostiene Pennacchi, oggi è un tema a tratti desueto, che poco posto trova nel dibattito pubblico, ma che è quanto mai necessario e attuale in uno scenario contraddistinto da policrisi come quello attuale. C’è la grave assenza della politica e di politiche per il lavoro, che abbia un piano, un progetto e una veduta di ampio respiro.
Sull’assenza della politica è intervenuto anche il governatore Visco, che ha sottolineato come i partiti siano più attenti ad intercettare i desiderata degli elettori, con un occhio alla prossima scadenza elettorale, più che a una programmazione lunga. E sono proprio le politiche per il lavoro che dovrebbero riacquisire importanza più che una legge, visto che nel nostro ordinamento non mancano norme capaci di garantire una buona occupazione, una fra tutte lo Statuto dei lavoratori.
Così per ribaltare il paradigma neo liberista, dice Fazio, bisogna ripensare anche il ruolo dello stato nella creazione di lavoro. In questo senso l’allargamento del perimetro pubblico andrebbe a rafforzare servizi e welfare oggi in affanno: sanità, scuola, forze di polizia, assistenza in una società sempre più anziana e dove cresce l’aspettativa di vita. Si tratta di dare risposte ai bisogni espressi dalla cittadinanza e dei quali raramente il mercato se ne fa carico, ritenendoli poco o per nulla remunerativi. In questo nuovo paradigma anche gli enti locali dovrebbero riscoprire un maggior protagonismo per evitare un’impostazione eccessivamente centralista e con un orientamento top-down.
Infine per i suoi fautori la proposta di legge per una buona e piena occupazione è un modo per dare piena attuazione al primo articolo della nostra Costituzione. Il lavoro non deve essere visto unicamente in modo strumentale, come fonte di reddito, ma come elemento che contribuisce alla realizzazione della nostra identità, che ricopre una valenza sociale, luogo democratico, dove libertà, uguaglianza e solidarietà si tengono saldamente assieme.





























