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Home - Approfondimenti - Analisi - Un accordo che tira altri accordi

Un accordo che tira altri accordi

di Mimmo Carrieri
22 Luglio 2026
in Analisi
L’accordo sindacale: un aiuto a risolvere il puzzle delle relazioni industriali

Nei giorni scorsi, dopo l’Accordo-piattaforma raggiunto dalle Confederazioni sindacali, è stata anche raggiunta l’intesa tra un nutrito gruppo, ben 14, di associazioni datoriali, dal titolo “Principi sulla misurazione della rappresentanza datoriale”. Il Diario del Lavoro ne ha dato la prima notizia argomentata (Nunzia Penelope) e successivamente commentata da un editoriale di Massimo Mascini.

Sorprende che quello che è un evento storico – un accordo che abbraccia da Confindustria e Confcommercio fino agli artigiani e LegaCoop tutto il ventaglio dell’associazionismo delle imprese – abbia suscitata sui media poca e limitata attenzione. Frutto di un ventennio di dominio della politica personale e degli individualismi al comando, di cui il paradigma attuale è incarnato dal trumpismo, che porta a mettere tra parentesi il ruolo delle organizzazioni. In realtà, dopo il lungo periodo delle velleità della disintermediazione, le organizzazioni degli interessi stanno rialzando la testa e si candidano a svolgere un ruolo: la cui ampiezza sarà correlata alla loro capacità di rendere effettive le loro scelte programmatiche.

In vista della trattativa e dello sperabile accordo tra le parti i sindacati hanno scelto di dire la loro in particolare con riferimento agli aggiustamenti nelle politiche dei redditi e nel recupero salariale. I datori hanno invece operato una scelta diversa. Hanno deciso di prendere sul serio le determinazioni del governo, racchiuse nel cd Decreto 1° Maggio, comportandosi di conseguenza.

Essi infatti partono da un sostanziale consenso verso l’operazione compiuta in quel testo: ‘salario giusto’ fondato sui contratti di riferimento sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative. In altri termini hanno espresso il loro sostegno verso una architettura che spinge verso l’alto la contrattazione: salario giusto, costruito intorno non ai minimi salariali ma al Trattamento economico complessivo, e contratti firmati dai soggetti effettivamente rappresentativi. L’importanza di questo orientamento consiste nel fatto che esso non viene sostenuto solo da Confindustria, come era avvenuto di fatto in passato, ma anche da tutto quel vasto mondo associativo che è radicato tra gli artigiani e i piccoli imprenditori: e che tradizionalmente si è sempre rivelato più sensibile alla competizione da costi. Insomma negli intenti una dislocazione verso l’alto di tutto il mondo imprenditoriale italiano.

Arrivati a questo punto però giustamente le associazioni dicono: se vogliamo andare in questa direzione, allora serve misurare la rappresentatività delle associazioni, in modo da capire quali siano abilitate a sottoscrivere i contratti di riferimento. L’importanza del tema era stata già avvertita, ed auspicata, nell’Accordo interconfederale del 2018 (il cd Patto per la fabbrica). Qui però non solo esso diventa più stringente, ma viene fatto un passo importante verso la definizione dei criteri che aiutano a selezionare la rappresentatività.

Ed in effetti vengono enunciati alcuni criteri qualitativi, analoghi a quelli previsti dalla legge francese, come la presenza storica delle organizzazioni (la seniority), cui si aggiunge quello della partecipazione ad organismi di rappresentanza europea. Infine viene evidenziato un terzo criterio, aver firmato accordi che prevedano misure di welfare, a conferma della prospettiva scelta: si vogliono privilegiare le organizzazioni che hanno ampliato le risorse a disposizione dei dipendenti (e quindi non si sono mosse nel solco della mera riduzione dei costi) in direzione di trattamenti salariali adeguati.

Accanto ai criteri qualitativi fanno poi capolino quelli di natura oggettiva e quantitativa. Infatti si dice che “l’unico criterio quantitativo oggettivo che consente di misurare – in maniera certa ed omogenea – la rappresentatività dei soggetti dal lato datoriale che sottoscrivono un determinato contratto collettivo è quello preso in considerazione dal Cnel, e quindi quello della diffusione del contratto tra i lavoratori del settore …”.

Inoltre le associazioni firmatarie si impegnano “ad un successivo confronto” per verificare la possibilità di acquisire a questo fine dati relativi alla loro consistenza associativa. Come per i sindacati, e sulla falsariga dei criteri adottati da questi, emergono due pilastri: il numero di lavoratori interessati e quello delle imprese associate.

Inoltre le associazioni firmatarie si impegnano a non allargare ‘impropriamente’ i perimetri di applicazioni dei loro contratti. In sostanza ad impegnarsi contro la concorrenza scorretta, in modo da evitare la tentazione di aprire varchi per l’introduzione di misure contrattuali in dumping.

Quanto poi ai ‘contratti maggiormente applicati’ ha ragione Mascini: quello che era stato escluso dalla porta rientra ora dalla finestra. Va però detto che questo criterio, se davvero tutto ruota intorno ai trattamenti migliori (il salario giusto), potrebbe   impedire le manovre per favorire contratti con aggiustamenti al ribasso.

Volendo tirare qualche somma possiamo ritenere che le associazioni datoriali abbiano voluto lanciare un messaggio chiaro e si siano mosse in prima battuta nell’ottica di integrare quello che manca nelle misure stabilite dal governo.

Da un lato la misurazione della rappresentatività, la quale è divenuta ancora più pressante dopo quelle misure, ma che paradossalmente appare esclusa in principio dal campo d’azione del governo. Da un altro lato la definizione dei perimetri, nell’ambito dei quali viene individuato il contratto di riferimento.

Per quanto riguarda il primo aspetto il ricorso ad una legislazione di sostegno sembra divenuto ancora più necessario di prima. E se esistevano in tal senso già i presupposti sul versante dei sindacati dei lavoratori, oggi questo testo li crea sul lato delle organizzazioni delle imprese. Il rifiuto ad occuparsene politicamente resta quindi per certi versi   misterioso. E lascia il sospetto che questa bella architettura, appunto animata dalla spinta verso l’alto, non sia pensata per raggiungere esiti di portata generale, ma per muoversi nel territorio già battuto nel passato: con un sistema di relazioni industriali a due velocità, una in grado di valorizzare salari e tutele adeguati e l’altra, specie in alcuni servizi, strutturalmente e intenzionalmente lasciata indietro.

In parte questo ragionamento vale anche per i perimetri. La strada indicata nel testo sembra essere quella di una selezione operata dal Cnel, che potrebbe anche andare bene e funzionare (si vedrà a consuntivo).  Ma esiste anche quella di un Accordo tra le parti, magari basato sul lavoro preparatorio del Cnel, che potrebbe essere poi raccolto dalla legge e dunque rinforzato.

Dunque il percorso di riforma delle relazioni industriali è innescato, e questo testo ne attesta le potenzialità, insieme alla buona volontà degli attori datoriali (come peraltro si può sostenere anche per quelli sindacali). Ma resta un percorso tortuoso in quanto richiede, oltre ad un grande Accordo tra le parti, un continuo gioco di sponda con un attore, il governo, che non sembra intenzionato a giocare tutte le carte in suo possesso.

Mimmo Carrieri

 

Mimmo Carrieri

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