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Home - Approfondimenti - Analisi - Un lungo addio? I rapporti tra i partiti e i sindacati

Un lungo addio? I rapporti tra i partiti e i sindacati

di Liborio Mattina
20 Ottobre 2017
in Analisi

Premessa

Il tema di cui ci occupiamo  è  di interesse generale perché l’alleanza tra il  sindacato e il Partito pro-labour –PpL (laburisti, socialdemocratici, socialisti, comunisti)   è positivamente  correlata allo sviluppo dello stato sociale e al miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. Ciò significa che la  relazione virtuosa tra Ppl  e  sindacato,  dalla quale è derivato lo sviluppo dello stato sociale,   ha  contribuito a produrre  legittimazione e stabilità  democratica.  Inoltre, tale relazione è stata decisiva per il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e ha, perciò, influito positivamente sulla qualità della democrazia,  per gli effetti equalizzatori che sono derivati  da  politiche miranti ad una più equa distribuzione della ricchezza prodotta dal lavoro. Questa alleanza è oggi messa in forse  per i motivi che illustrerò tra poco. Ed è dunque motivo di preoccupazione per quanti desiderano vivere in democrazie stabili impegnate sui temi dell’eguaglianza e della giustizia sociale.  Naturalmente l’attenzione prestata alla relazione virtuosa che si è stabilita nel corso del tempo tra partiti di sinistra e sindacati non ignora  l’importanza che per lo sviluppo dello stato sociale e dei diritti dei lavoratori  hanno avuto in Europa i legami tra i partiti cristiani e i sindacati ad essi collegati. Penso  al  caso olandese, a quello belga, ai rapporti tra la Democrazia cristiana e il sindacato in Italia, per dirne alcuni.   In ogni caso in questo intervento io mi occuperò solo dei partiti di sinistra e dei sindacati ad essi alleati .  

L’argomento dell’evoluzione dell’alleanza tra PpL e sindacati é anche di interesse specifico perché negli ultimi anni abbiamo registrato in Italia un allentamento significativo dei rapporti tra questi due attori.   In Italia  si è manifestato più tardi che in altri paesi e per certi aspetti in maniera più traumatica.  Ma rientra in una tendenza che ha dimensione internazionale.  Ed è questa che esaminerò nella prima parte del mio intervento per poi occuparmi del caso italiano nella seconda parte.  

 

C’è stato un prima

L’alleanza  tra partiti di sinistra e sindacati si è sviluppata lungo  tre diversi periodi. Il primo è stato   il  periodo “eroico” compreso tra la fine del 19° secolo e la prima metà del XX, più precisamente la fine della seconda guerra mondiale.  In tale periodo i PpL furono partiti di integrazione, cioè promossero l’ingresso delle grandi masse nella politica  favorendo la  democratizzazione dei regimi politici del tempo. I rapporti tra PpL e sindacati  in quel periodo furono strettissimi.  I legami  che li univano erano di tipo  ideologico e di sintonia politica,  alimentati da intense interazioni tra i dirigenti e i militanti delle due organizzazioni. 

Il secondo periodo ha coinciso con i  trent’anni gloriosi (1945-1975) durante i quali i governi del tempo si diedero  l’obiettivo della piena occupazione e la lotta contro  le diseguaglianze.  L’incidenza della politica sul funzionamento del mercato fu  tale da indirizzare   l’economia senza subirne il condizionamento.  Quelli furono  gli anni della socialdemocrazia, che celebrò la sua vittoria avendo di fat­to raggiunto  tutti i più importanti  traguardi per i quali si era battuta.  In quegli anni si consolidarono i rapporti politici ed organizzativi dell’alleanza tra PpL e sindacati.  A questi ultimi i governi pro-labour riconobbero il ruolo di partner nella gestione dell’economia mentre, facendo leva sulla crescita economica continuata, si impegnarono a promuovere politiche pubbliche di tutela dei lavoratori nel mercato del lavoro e di avanzamento dello stato sociale. I sindacati, da parte loro, si impegnavano – in occasione delle elezioni – ad offrire sostegno organizzativo e ad  incanalare i voti dei loro iscritti  sulle liste elettorali del PpL. In certi paesi  offrendo anche contributi finanziari.

 

Il terzo periodo è quello del ripiegamento (non ho trovato altro termine per definirlo)  che è iniziato negli anni ’80 (economia globalizzata:1980-1995  più 1995-2017 economia della conoscenza) per giungere ai nostri giorni.  Ora l’alleanza è divenuta più problematica perché  negli ultimi quarant’anni  siamo entrati in un nuovo periodo storico che ha cambiato tutti i riferimenti precedenti. Inevitabilmente ne hanno risentito  anche rapporti tra i PpL e i sindacati.

 

Le difficoltà attuali

Mi soffermerò sui due cambiamenti più rilevanti,  che hanno reso più difficile il  rapporto tra sindacati e PpL. Cioè, il progressivo indebolimento del sindacato e la trasformazione delle strategie politiche ed elettorali dei partiti pro-labour. 

Cominciamo dal primo. L’indebolimento del sindacato  è cominciato  con lo sviluppo della produzione industriale  post-fordista  che ha colpito al cuore il sindacato, cioè la sua base operaia politicamente più attiva, contrassegnata dalle tre emme : i lavoratori manuali di sesso maschile impiegati nelle attività manifatturiere. Poi, con il post-fordismo, i cambiamenti tecnologici  e  lo sviluppo dell’economia dei servizi sono aumentate le diseguaglianze salariali e l’insicurezza economica.  L’insieme di questi cambiamenti ha ridimensionato  la forza stessa del sindacato.

Nello stesso periodo sono avvenuti  importanti trasformazioni nella cultura  politica   dominante in tutte le democrazie mature. Si è affermata  un’ideologia politica che ha propugnato  la de-regolazione generalizzata di tutti i rapporti di lavoro e ha dichiarato  la sua fede sulla capacità dei mercati di auto-regolarsi. Tale cultura ha tratto  alimento dalle profonde  trasformazioni avvenute nel sistema economico e finanziario internazionale che hanno  avuto un impatto  importante sul mercato del lavoro, rendendo più precaria l’occupazione dei lavoratori dipendenti;   e   sul sistema delle relazioni industriali che è stato interessato da un decentramento e da un’individualizzazione dei contratti di lavoro che hanno  esasperato  le divisioni esistenti tra i lavoratori e reso più difficile  il lavoro del sindacato di rappresentare un mondo del lavoro divenuto  più eterogeneo.  Né va dimenticato che dal 1993 le banche centrali hanno assunto il  controllo diretto dell’inflazione, con la conseguenza di minare di fatto,  come è noto, l’istituto della concertazione che consentiva ai sindacati di utilizzare la volontaria moderazione salariale come strumento di contrattazione politica.

L’insieme dei cambiamenti  appena  elencati ha ridimensionato  il potere contrattuale  del sindacato nei confronti del suo storico alleato, perché il sindacato si è rivelato   meno capace di canalizzare il voto dei suoi iscritti verso il PpL  mentre è  aumentata  la difficoltà  di  presentare proposte unitarie che ispirassero le scelte dei governanti di sinistra. Di conseguenza, si sono indeboliti  i legami di carattere politico e organizzativo che univano i sindacati  con il PpL.

Dicevamo in precedenza che l’altro fattore  che ha contribuito a indebolire  i rapporti tra sindacati e partiti di sinistra attiene alla trasformazione delle strategie politiche ed elettorali dei partiti pro-labour.  I PpL nel corso del tempo sono divenuti partiti elettorali con spiccata vocazione governativa. Perciò operano  su un doppio registro: quello  del partito elettorale, che  si adopera per tenere dietro alle aspettative dei diversi segmenti del  proprio elettorato di riferimento;  e quello del partito di governo, che  deve fare scelte  che garantiscano le cosiddette compatibilità di sistema, cioè che garantiscano la stabilità del regime democratico e contemporaneamente il funzionamento dell’economia di mercato, cioè la  riproduzione del  sistema capitalistico.  Per quanto è possibile il PpL ha cercato  di recitare  con successo entrambi i due ruoli. 

E’ avvenuto, però, che i PpL,  a  partire dagli anni ’90 del secolo scorso,  al fine di mantenere intatte le  loro ambizioni  di governo, hanno finito per sacrificare i caratteri più forti della  loro identità politica, inserendo nei loro programmi diversi elementi della   vulgata neo-liberale. La conseguenza di tale cambio di prospettiva politica  ha portato la  socialdemocrazia ad  attenuare le istanze di equità ed eguaglianza che l’avevano caratterizzata, finendo per limitarsi – quando al potere – a una gestione modernizzatrice dell’economia; il caso estremo stato è quello del New Labour di Tony Blair che è poi servito da riferimento ad altri PpL europei.  È parso, insomma,  che non vi fosse altra prospettiva che amministrare il capitalismo, assecondare l’evoluzione economica. Ma la crisi globale del 2007-20111 ha infranto l’illusione che la macchina dell’economia generi da sé maggior benessere per tutti;  e mentre le diseguaglianze sono aumentate,  i PpL non sono  stati  in grado di offrire soluzioni  praticabili di uscita dalla crisi, lasciando campo aperto alle  formazioni populiste che ricevono sempre maggiori consensi  proprio all’interno del mondo del lavoro, cioè all’interno del naturale insediamento sociale  della socialdemocrazia.  

 

Un  consuntivo

 Quali sono state le conseguenze dell’indebolimento del sindacato e della revisione ideologica dei partiti di sinistra?  Una prima conseguenza è stata che il sindacato ha cessato di essere l’interlocutore privilegiato del PpL.  E la seconda è che lo scambio tra voti (canalizzati dal sindacato) e politiche  pubbliche  (del partito a favore della base sindacale)  permane  ma è diventato  più precario, ed effettuato “al ribasso”.  Questo deterioramento del rapporto di scambio tra sindacati e PpL è avvenuto perché sono molto diminuiti i voti degli iscritti che il  sindacato riesce a convogliare sul PpL e perché tali voti vengono in ogni caso convogliati con maggiore difficoltà  che in  passato,  a causa della dispersione del voto del mondo del lavoro che è divenuta elevata . D’altra parte, e questa  è la seconda causa del deterioramento del rapporto di scambio tra i due contraenti, il PpL ora può offrire poco, dati i vincoli alle   politiche economiche restrittive imposti dal nuovo contesto politico-economico internazionale. In ogni  caso,   questo rapporto di scambio al ribasso  è  migliore nei paesi europei nei quali il sindacato riesce a presentarsi ancora come un attore unitario, capace di formulare le sue richieste con una voce sola, e a dare una qualche coesione alle tante – e  a volte contraddittorie istanze – che vengono dalla base sindacale.

            Sebbene  “al ribasso” lo scambio tra i  PpL e i sindacati comunque rimane. Come mai?  Perché al PpL torna utile un rapporto con il sindacato che è meno  condizionante  di quanto non lo sia stato in passato, dato il tramonto del ruolo politico del sindacato e il suo ridimensionamento a gruppo di interesse.  E, tuttavia,  sebbene ridimensionato, il sindacato offre ancora un  apprezzato sostegno elettorale specifico. Dall’altra parte, al sindacato va bene mantenere un qualche rapporto  con il PpL,  per cercare di proteggere i propri membri dalle conseguenze economiche delle riforme neo-liberali, magari spostando il peso delle conseguenze del cambiamento  economico sui lavoratori non sindacalizzati. E, può, inoltre, cercare di acquisire un qualche vantaggio istituzionale  come organizzazione proponendosi, per esempio, come co-gestore delle politiche attive per il lavoro.

Del resto, se il sindacato assumesse una posizione di intransigenza a lungo termine,  rischierebbe di provocare il proprio isolamento politico  in quanto a destra  troverebbe  interlocutori meno disponibili a raccogliere le sue istanze, mentre l’alleanza con i partiti di estrema sinistra, che pure costituisce un’attrazione invitante, è poco spendibile sul piano dello scambio politico (tra sostegno elettorale e politiche pubbliche favorevoli), in quanto i partiti di estrema sinistra non hanno possibilità di accedere a posizioni di governo.

 

I rapporti attuali tra Pd e sindacati in Italia

 

Come si è configurata l’evoluzione del rapporto tra i sindacati e il PpL nel caso italiano?   Cosa accadrà in futuro?

I rapporti tra il Pd e i sindacati sono stati buoni lungo tutto il corso degli anni ’90 e durante il primo decennio degli anni ‘2000.  Qualche tensione  ebbe a registrarsi sul  tema della  flessibilità del lavoro e sui  tempi della verifica della riforma delle pensioni.  Ma la divergenza di posizioni  non è mai sfociata  in  contrasti permanenti. Al contrario,  come è noto, nel corso degli anni  ’90,  costante è stata   la collaborazione  tra il PpL e i sindacati a sostegno dei governi tecnici e di centro-sinistra che hanno adottato riforme importanti per portare l’Italia fuori dall’emergenza finanziaria.  E tale collaborazione, resa operante dalla concertazione,  si è riproposta   durante il secondo governo guidato da Romano Prodi (2006-08).  

L’alleanza tra i due attori è  divenuta fragile   come conseguenza della lunga crisi economico-finanziaria iniziata nel 2008  che ha messo in luce la debolezza politica  del Pd e la crescente difficoltà del sindacato di rappresentare  un mondo del lavoro alle prese con il pesante aumento della disoccupazione.

I rapporti tra il sindacato e il partito sono infine deteriorati, come è noto,   negli ultimi quattro anni,  piuttosto tardivamente se pensiamo ad analoghi contrasti che si sono manifestati  altrove , ma sostanzialmente per le stesse ragioni riscontrate indistintamente – anche se con modalità diverse – in tutte le democrazie avanzate, cioè a causa dello smantellamento o dello svuotamento degli istituti della concertazione per fare strada  a politiche di  liberalizzazione del mercato del lavoro, che riducono  la sicurezza  del posto di lavoro e incrementano  la diseguaglianza  salariale.  

Sia i sindacati che il PpL sono arrivati in cattive condizioni di salute al  confronto che ha portato  a quella che è forse la crisi più seria nei rapporti tra i due attori politici dalla fine della seconda guerra mondiale. Il sindacato è arrivato indebolito al confronto a causa della crisi   economico-finanziaria iniziata nel 2008  che ha generato un importante aumento della disoccupazione ed indebolito la sua presenza nei luoghi di lavoro.  Inoltre,  il sindacato ha  dato l’impressione di subire  le severe e impopolari misure adottate dal governo Monti (novembre 2011-aprile 2013)  in materia di   mercato del lavoro e welfare. L’atteggiamento, sostanzialmente remissivo,  è derivato dalla preoccupazione del sindacato  di evitare un aperto  antagonismo che avrebbe potuto  danneggiare il paese a livello internazionale. D’altra parte, tale atteggiamento, gli ha alienato le simpatie di non poca parte del mondo del lavoro.   Infine,  il sindacato  è apparso ancora attraversato dalle divisioni che erano insorte durante i governi a guida del centro-destra  (2001-2011, con l’eccezione del governo Prodi) e che avevano portato all’isolamento della Cgil rispetto alle altre due confederazioni più moderate.  L’insieme di questi fattori  ha  fatto sì che i sindacati siano stati percepiti come più vulnerabili che in passato, e dunque più facilmente attaccabili   a chi intendeva ridimensionarne le prerogative.

Riguardo al Pd va ricordato che il PpL è stato costretto all’opposizione per quasi tutto il periodo compreso tra il 2001 e il 2011, con l’eccezione, appena menzionata,  della partecipazione al governo Prodi rapidamente naufragato – con un certo discredito, anche  presso il proprio elettorato – a causa delle  tensioni esistenti tra le sue diverse componenti. Il Pd  ha poi dovuto offrire il proprio sostegno parlamentare alle severe misure di contenimento della spesa pubblica e di riforma del mercato del lavoro varate dal governo Monti.  E quando   ha  poi vinto di stretta misura le elezioni del  febbraio 2013, è stato costretto a costruire un improvvisato governo di coalizione con  componenti del centro destra, che hanno ostacolato la  sua capacità di dialogo con il mondo del lavoro. 

Ora, poiché due debolezze non fanno una forza, tra i sindacati e il Pd è  avvenuto un progressivo allentamento dei legami, con i primi   che  hanno cercato di rendersi più autonomi  dal  loro tradizionale referente  politico,   mentre il Pd  si è concentrato  sulle politiche  di risanamento economico  volute da Bruxelles e sul recupero della fiducia del proprio elettorato che si era rifugiato nell’astensione o nel voto al M5 stelle.

Tenendo presente quest’ultimo aspetto  dell’agenda politica del  Pd  è interessante sottolineare l’elemento di originalità del caso italiano, nella vicenda recente dei rapporti tra PpL e sindacato, cioè l’impronta populista  con cui  la nuova segreteria del Pd ha effettuato la presa di distanza nei confronti del sindacato. L’intonazione populista della presa di distanza del PpL dal sindacato è derivata, infatti, dalla necessità di contrastare sul suo stesso terreno l’iniziativa politica del M5 stelle che ha fatto della polemica contro  le oligarchie di partito e, più in generale,   dell’insofferenza per tutti i corpi intermedi, a partire dai  partiti politici, il suo cavallo di battaglia (forse la scalata di Matteo Renzi alla segreteria del Pd non sarebbe avvenuta senza  il successo elettorale del M5 stelle  alle elezioni politiche del 2013).

Il  populismo, chiamiamolo  morbido, della nuova segreteria politica del Pd, per distinguerlo da quello roboante del M5 stelle e da quello truculento della destra xenofoba,  è un modo di fare politica che non nasconde la propria insofferenza verso i corpi intermedi, e  verso il sindacato in particolare.  Il  quale vive questa  novità come una drammatica rottura culturale  nel modo di fare politica della sinistra perché vede messa in discussione la sua stessa funzione di rappresentanza.   All’insofferenza verso il sindacato  ha fatto poi seguito la scelta del governo guidato dal Pd, dell’approvazione del   Jobs Act che è stato vissuto come un vulnus profondo perché  nelle parole del  sindacato “ha ridotto i diritti dei lavoratori, favorito la frantumazione sociale e messo in discussione la rappresentanza collettiva”.

 

Prospettive

 

 Il contrasto è dunque serio. Tuttavia i rapporti tra le organizzazioni sindacali e il Pd non si sono interrotti. Sul versante dei legami organizzativi, mancano rapporti istituzionalizzati  ma persistono – anche se notevolmente indeboliti – rapporti informali abbastanza frequenti tra i dirigenti delle due organizzazioni. E quando il Pd organizza incontri sui problemi del lavoro,  i sindacati sono tra gli invitati più importanti. Inoltre, sebbene il sindacato non si impegni più da molti anni in campagne elettorali  organizzate, a livello locale certe categorie o le camere del lavoro  si attivano a sostegno di qualche candidato  e, almeno fino al primo decennio degli anni ‘2000,  abbiamo dati che mostrano che gli iscritti ai sindacati italiani, in particolare la Cgil, hanno votato per il Pd in misura maggiore di quanto non facciano i non sindacalizzati. A livello parlamentare,  inoltre, una pattuglia di ex  dirigenti sindacali, sempre più ridotta da una legislatura all’altra, ma di cui fanno parte esponenti sindacali autorevoli, viene ancora eletta nelle liste del Pd. 

In questo stato di cose c’è da chiedersi quale potrà essere l’esito dell’ evoluzione in atto nei rapporti tra il Pd e il sindacato.  Un esito possibile potrebbe essere  la separazione definitiva che diverrebbe probabile nel caso il sindacato decidesse  di spoliticizzarsi del tutto. La scelta della spoliticizzazione è una strada che hanno scelto alcuni sindacati inglesi e statunitensi, e che qui in Italia – mi pare di aver capito – è auspicata dal mio amico Paolo  Feltrin.            

Sostanzialmente la spoliticizzazione avverrebbe nel caso in cui  il sindacato stabilisse  un rapporto permanente di partnership  con la controparte imprenditoriale a livello aziendale. Tale partnership  sarebbe basata sull’idea che la collaborazione  procurerebbe guadagni reciproci agli imprenditori e ai lavoratori derivanti dal  miglioramento  della competitività dell’azienda. Il sindacato in azienda si impegnerebbe ad accettare una riduzione del numero dei lavoratori,  stipulerebbe accordi più flessibili sui tempi di lavoro,  accetterebbe il criterio dell’intercambiabilità dei ruoli  lavorativi e in cambio otterrebbe dal  management la garanzia (più o meno vincolante) della continuità operativa dell’azienda.  Tale soluzione comporterebbe inevitabilmente  una rinuncia tendenziale al ruolo del sindacato di protagonista della contrattazione nazionale e, come si diceva prima, alla  archiviazione di un suo qualche possibile ruolo politico.

Due controindicazioni sembrano, tuttavia,  ostacolare questa possibile evoluzione del percorso del sindacato.  La prima deriva dal rischio, per il sindacato, di legittimare un sindacalismo aziendale che si svilupperebbe in un contesto internazionale  caratterizzato da un notevole incremento della competizione tra le imprese.  In tale contesto non tutte le aziende sarebbero  in grado di competere con successo mentre una buona parte della loro forza lavoro dovrebbe rendersi disponibile  a rinunciare alle  condizioni di lavoro precedentemente acquisite. Ne conseguirebbe una minaccia letale per il ruolo dei sindacati il cui compito, in  quanto organizzazioni nazionali,  è di difendere gli standard minimi di sicurezza del lavoro per una ampia costituency.

Inoltre c’e da considerare che un’eventuale rinuncia del sindacato  ai  ruoli  di  contropotere nei luoghi di lavoro,  richiederebbe – come lo stesso Paolo Feltrin segnala ( M. Carrieri e Paolo Feltrin, Al Bivio, Roma, Donzelli, 2017, pp. 214-215) – una importante contropartita  fuori dall’azienda, cioè il riconoscimento al sindacato di un ruolo istituzionale   e di solide garanzie  tali da   consentirgli di esercitare con efficacia funzioni delegate a tutela  e protezione dei lavoratori.  E qui interviene la seconda  controindicazione. Perché  la strada per raggiungere un tale traguardo richiederebbe   una battaglia politica importante che, comunque, avrebbe bisogno del sostegno legislativo dei partiti di sinistra. E torniamo, così , come nel gioco dell’oca, al punto di partenza, cioè alla necessità di  mantenere un’alleanza con il partito pro-labour  perché non c’è da aspettarsi che i provvedimenti pro-labour volti ad accreditare un ruolo istituzionale al sindacato possano venire dalla destra.

Rimarrebbe  per il sindacato un’altra,  apparentemente più realistica soluzione. Cioè quella di  assumere una posizione di neutralità rispetto a un qualsiasi  tipo di alleanza politica. Questa, però,  rischierebbe di essere controproducente per un  sindacato come quello italiano che, pur forte nei numeri,  non  dispone di un potere negoziale adeguato nei confronti del governo di turno perché manca di una rappresentanza  unitaria e coesa di tutto il mondo del lavoro in quanto è indebolito dalle  divisioni esistenti  tra le confederazioni e dalla frammentazione del sua base potenziale.  Perciò è probabile – ma qui  entriamo nel campo delle opinioni  – che il sindacato inclinerà a mantenere,  come si diceva prima , una qualche forma di dialogo  con il PpL perché  da esso   riceverà sempre una maggiore disponibilità  ad attenuare i sacrifici richiesti ai lavoratori salariati, rispetto a quanto farebbero i governi  della  destra. Una prova evidente di tale differenza  si riscontra, per esempio, nella diversa modulazione con cui è stata realizzata la riforma del mercato del lavoro nella  Spagna  governata dalla destra di Mariano Rajoy  e nell’Italia dei governi sostenuti o guidati dal Pd.  Infatti nel caso italiano  sia la riforma Fornero del mercato del lavoro che quella più radicale introdotta con il Jobs Act  nel 2014 sono state concepite in modo da controbilanciare la flessibilizzazione del mercato del lavoro con il miglioramento delle protezioni previste per i lavoratori disoccupati . La stessa cosa non è accaduta nella Spagna governata dal centro-destra che, alle prese con gli stessi problemi di elevata disoccupazione e rigidità del mercato del lavoro,  ha adottato politiche di flessibilizzazione del mercato del lavoro senza migliorare le reti di protezione per i disoccupati.

 

            Conclusioni

Per concludere,  un riavvicinamento reale, sul lungo periodo,  sarebbe forse reso possibile

 da un recupero da parte del Pd della propria identità culturale e politica, dando   priorità alla battaglia contro l’aumento delle diseguaglianze e la cronica mancanza di lavoro. Per  indirizzarsi in una tale direzione bisognerebbe innanzitutto che il Pd archiviasse  l’orientamento  dell’attuale segreteria di  voler cancellare una parte rilevante della tradizione della sinistra italiana che non riconosce e non accetta.  In tale battaglia il Pd si ritroverebbe di nuovo a fianco il sindacato,  per il quale andrebbe comunque immaginato un  ruolo significativo nell’azione di rilancio delle politiche attive per il lavoro.

D’altra parte è anche impensabile che il rapporto si possa recuperare nei termini che abbiamo visto negli anni ’60 del XX secolo;  perché – indipendentemente dalla parabola politica dell’attuale segreteria del  Pd – questo partito,  per coltivare le sue ambizioni di governo  deve tenere sempre in maggior conto la nuova composizione che sta assumendo il suo elettorato;  una composizione che è molto diversa da quella  tradizionale degli iscritti al  sindacato. 

  Il ceto medio che in misura crescente vota per il Pd è, infatti,  costituito da persone più acculturate, aperte alle nuove frontiere dell’economia della conoscenza, decisamente sensibili ai problemi dell’accoglienza.  Al contrario,  una quota importante degli iscritti al sindacato è costituita da  lavoratori dipendenti con bassa qualificazione, che si sentono penalizzati dalla maggiore apertura dell’economia ai mercati internazionali e che percepiscono con preoccupazione i fenomeni migratori,  tanto da prestare ascolto alle sirene dei partiti populisti (Movimento 5 stelle e Lega). .   

Sulla base di quanto abbiamo appena detto, il quesito  relativo a quali  caratteri potrebbe assumere un eventuale rilancio della alleanza tra Pd e sindacati può  essere formulato nei termini seguenti: esistono le condizioni  per costruire un’alleanza  sociale tra i settori  più penalizzati del lavoro dipendente con  i nuovi settori in espansione del ceto medio  inclini a votare a sinistra? Questo è un quesito  a cui non è facile dare risposte. Perciò è meglio girarlo  ai dirigenti del sindacato e del Pd, ben sapendo che il compito di costituire una coalizione permanente tra queste due componenti dell’elettorato di sinistra,  che sembrano  sempre più distanziarsi l’una dall’altra,  è  un rompicapo politico  di difficilissima soluzione.

 

Liborio Mattina ha  insegnato Scienza politica  e Politica comparata in diverse Università italiane. Si è ritirato dall’insegnamento nel 2014 per dedicarsi esclusivamente alla ricerca.  Tra le sue più recenti pubblicazioni ricordiamo I gruppi di interesse (2010), La mobilitazione degli interessi e le liberalizzazioni “emendate”,  del governo Monti (2012), I gruppi di interesse tra governo e parlamento. La continuità e  i cambiamenti (2017), Left-of-Centre Parties and Trade Unions in Italy: From Party Dominance to a Dialogue of the Deaf (con Mimmo Carrieri,  2017), L’Unione Europea e i gruppi di interesse nelle politiche per l’innovazione (con Maria Cristina  Antonucci,  in corso di pubblicazione). Al momento è impegnato nella stesura del libro: C’eravamo tanto amati. Partiti di sinistra e sindacati in Italia.  

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