Il presidente della Bce Mario Draghi ha elogiato il “Jobs Act”, citandolo come esempio di riforma strutturale la cui efficacia è stata rafforzata dalle contestuali agevolazioni fiscali. “Il Jobs Act – ha sottolineato il presidente della Bce- è stato seguito da un incremento di quasi mezzo milione sul numero di occupati con un contratto a tempo indeterminato, in ampia misura a seguito delle agevolazioni alle imprese che assumevano con i nuovi contratti a tempo indeterminato”.
Questo mentre in generale, nel suo intervento in apertura di un convegno della Bce sulle riforme, Draghi ha spiegato come oggi, a differenza di quanto avveniva prima della crisi, le riforme sul mercato del lavoro devono essere precedute “o quantomeno seguite da riforme sul mercato dei prodotti”.
Perché “altrimenti gli aggiustamenti salariali non si trasferiranno pienamente ai prezzi. Invece aumenteranno i margini di profitto e il potere d’acquisto delle famiglie calerà – ha avvertito Draghi – peggiorando così le condizioni economiche dei consumatori e aggravando qualunque recessione”.
In linea di massima i Paesi con maggiore flessibilità e istituzioni più solide hanno una migliore tenuta ai cicli economici e agli shock esterni, e dopo le fasi di recessione segnano riprese economiche più forti, ha rilevato Draghi. Ma appunto se si va nello specifico alle riforme del mercato del lavoro, il solo aumento della flessibilità può generare problemi. “Durante le crisi – ha detto il presidente della Bce – a causa di potenti interessi protetti, le riforme sul mercato del lavoro non sono state accompagnate da riforme sui prodotti e in questo modo prezzi e salari non hanno segnato aggiustamenti contestuali”.
Peraltro, quando si interviene con riforme “spesso ci si dimentica che esistono margini per riformare la Pubblica amministrazione e il contesto in cui si svolge l’attività di impresa”, ha proseguito Draghi. Temi come il tempo di avviamento di una azienda, i relativi costi o la rapidità delle procedure giudiziarie hanno la loro rilevanza e in generale “le riforme istituzionali agiscono come moltiplicatore di altre riforme”.
“Prima della crisi alcuni hanno introdotto riforme per avere più flessibilità sul lavoro, ma hanno fatto poco per rendere più sicuri i loro mercati del lavoro. Questo ha finito per penalizzare in maniera disproporzionale i giovani, che durante la crisi hanno avito poco sostegno e tutele”.
Al tempo stesso “la polarizzazione delle qualifiche” sul lavoro sta mettendo pressione non solo su coloro che hanno qualifiche di medio livello, ma sta anche rendendo difficoltoso a coloro che non hanno qualifiche a trovare posti più qualificanti, creando una “trappola”.
“La riposta principale è nell’educazione e nella formazione – ha sottolineato Draghi – che distribuiscano più ampiamente le qualifiche”. Le politiche pubbliche devono puntare a far entrare le persone sul lavoro e su posizioni in cui possano sviluppare le loro qualifiche.
“Le riforme – ha concluso il presidente della Bce – devono tener conto dell’equità così come dell’efficienza. Gli interessi protetti devono essere contrastati e coloro che hanno perso devono ricevere l’adeguato supporto”. Secondo il capo della Bce con le attuali politiche monetarie espansive “abbiamo una nuova finestra di opportunità per assumere queste misure”.
E.G.






























